La notizia che molti consideravano ormai inevitabile è arrivata giovedì 5 novembre dal tribunale fallimentare del New Jersey: il LIV Golf si avvia verso la liquidazione. Dopo cinque anni di attività, oltre cinque miliardi di dollari investiti e un progetto che aveva profondamente modificato gli equilibri del golf professionistico, il circuito sostenuto dal fondo sovrano saudita Public Investment Fund (PIF) non ha trovato le risorse necessarie per proseguire la propria attività.

Gli avvocati della lega hanno comunicato al giudice l’intenzione di abbandonare il percorso di ristrutturazione finanziaria, avviato attraverso la procedura Chapter 11, per passare a una liquidazione ordinata degli asset. Non ci sarà, almeno nelle condizioni attuali, LIV 2.0, la nuova versione del circuito che avrebbe dovuto debuttare nel 2027.

Si chiude così una delle operazioni più ambiziose e controverse nella storia recente dello sport

Il passaggio decisivo è stato il ritiro di BC Partners, la società finanziaria che aveva manifestato la disponibilità a investire fino a 300 milioni di dollari per garantire un futuro alla lega. L’accordo prevedeva una profonda revisione del modello economico e societario, con una partecipazione diretta dei giocatori nella proprietà del circuito. Un progetto che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto ridurre la dipendenza dai finanziamenti sauditi e costruire una struttura economicamente più sostenibile.

Ma le condizioni necessarie per procedere non si sono concretizzate. BC Partners chiedeva garanzie sulla presenza di un numero sufficiente di giocatori, soprattutto di quelli capaci di assicurare visibilità internazionale e attrattiva commerciale. Secondo le ricostruzioni della stampa americana, oltre trenta professionisti avevano manifestato la disponibilità a partecipare alla stagione 2027, ma una decina di altri giocatori, tra cui alcuni nomi di primo piano, non aveva formalizzato il proprio impegno entro la scadenza fissata.

La differenza tra avere un numero sufficiente di partecipanti e disporre di una squadra di autentiche stelle si è rivelata determinante. Senza i nomi più rappresentativi, l’investimento non offriva le garanzie richieste. Mercoledì 4 novembre BC Partners ha quindi deciso di ritirarsi, lasciando LIV senza il finanziamento necessario per ripartire.

Il ritiro saudita ha cambiato tutto

Per comprendere la crisi bisogna tornare all’aprile 2026, quando il Public Investment Fund saudita ha comunicato la decisione di interrompere il sostegno finanziario al termine della stagione. Una scelta maturata nell’ambito di una revisione delle strategie d’investimento del fondo, che aveva progressivamente ridimensionato il progetto LIV rispetto alle risorse inizialmente messe a disposizione.

Dal lancio del circuito, nel 2022, il PIF avrebbe investito oltre 5 miliardi di dollari. Una cifra enorme, utilizzata per costruire una nuova competizione, ingaggiare alcuni dei migliori giocatori del mondo, finanziare montepremi milionari e organizzare tornei in diversi continenti.

La strategia aveva prodotto risultati importanti sul piano sportivo e mediatico, ma non era riuscita a generare un equilibrio economico indipendente dai finanziamenti del fondo saudita. La raccolta di nuovi investitori e la ricerca di un modello commerciale autosufficiente si erano rivelate operazioni molto più complesse del previsto.

La stagione 2026 aveva già mostrato le difficoltà della situazione. Due tornei erano stati cancellati, mentre altri appuntamenti erano stati portati a termine con risorse limitate. La maggior parte dei dipendenti era stata coinvolta in un processo di riduzione del personale e diversi creditori avevano iniziato a chiedere il pagamento delle somme dovute.

L’8 settembre LIV aveva quindi presentato istanza di protezione attraverso il Chapter 11, lo strumento previsto dalla legislazione statunitense che consente a un’impresa in difficoltà di riorganizzare le proprie attività e i propri debiti sotto la supervisione del tribunale. La prospettiva era quella di arrivare a una ricapitalizzazione e ripartire nel 2027. Il ritiro di BC Partners ha però fatto definitivamente saltare il piano.

La fuga delle stelle e il problema dell’attrattività

Il denaro aveva rappresentato il principale elemento di forza di LIV, ma anche uno dei suoi limiti strutturali. I contratti garantiti, i bonus di ingaggio e i montepremi particolarmente elevati avevano convinto numerosi campioni a lasciare il PGA Tour, accettando una nuova dimensione professionale e sportiva.

Tra i protagonisti che avevano scelto il progetto saudita figuravano Phil Mickelson, Dustin Johnson, Brooks Koepka, Bryson DeChambeau, Jon Rahm e Cameron Smith. Una presenza che aveva dato immediatamente credibilità al nuovo circuito, attirando l’attenzione del pubblico e degli sponsor.

Con il venir meno del sostegno del PIF, tuttavia, le condizioni economiche sono cambiate. LIV 2.0 avrebbe dovuto prevedere un calendario più contenuto, premi ridimensionati rispetto agli esordi e una partecipazione azionaria dei giocatori. Un modello differente, nel quale i professionisti avrebbero condiviso non soltanto le opportunità, ma anche i rischi dell’impresa.

La prospettiva non ha convinto diversi protagonisti. Jon Rahm, Sergio Garcia, Tyrrell Hatton, Ian Poulter, Louis Oosthuizen e Graeme McDowell sono tra i nomi che hanno manifestato la volontà di non proseguire. Anche Brooks Koepka aveva già lasciato il circuito, mentre Patrick Reed aveva scelto di non rinnovare il proprio accordo.

Bryson DeChambeau, che in precedenza aveva espresso fiducia nella possibilità di rilanciare LIV, non aveva invece formalizzato il proprio impegno per la nuova stagione. Una situazione che ha reso ancora più difficile convincere gli investitori.

C’è poi un altro elemento che ha contribuito a rendere meno interessante la permanenza nel circuito: il rapporto con il DP World Tour. La decisione della dirigenza europea di non concedere la membership ai giocatori che avessero scelto di aderire a LIV 2.0 ha introdotto un ulteriore ostacolo, soprattutto per i professionisti europei interessati a mantenere aperta la possibilità di partecipare alla Ryder Cup.

Una rivoluzione che ha cambiato il golf

Al di là della conclusione finanziaria, sarebbe riduttivo considerare LIV Golf soltanto come un progetto fallito. In pochi anni il circuito è riuscito a mettere in discussione un sistema che per decenni aveva avuto nel PGA Tour e nel DP World Tour i suoi principali riferimenti.

Lanciato nel giugno 2022 sotto la guida di Greg Norman, LIV aveva introdotto un format diverso: gare su 54 buche, partenze simultanee, assenza di taglio, competizioni individuali e classifiche a squadre. Un prodotto costruito intorno a un’esperienza di intrattenimento più ampia, con musica, aree hospitality, eventi collaterali e una comunicazione rivolta anche a un pubblico meno tradizionale.

Il circuito aveva inoltre puntato sulla dimensione internazionale, organizzando competizioni in Asia, Medio Oriente, Europa, Africa, Australia e Stati Uniti. Nel corso della sua breve storia ha disputato 62 tornei, contribuendo a portare il golf professionistico in mercati nei quali i circuiti tradizionali avevano una presenza meno consolidata.

La sua nascita aveva innescato una contrapposizione senza precedenti con il PGA Tour, culminata in sospensioni, contenziosi legali e in una lunga trattativa che nel giugno 2023 aveva portato all’annuncio di un quadro d’intesa per la creazione di una struttura commerciale unificata. Un accordo che, nonostante le aspettative, non è mai arrivato a compimento.

La presenza di LIV aveva comunque costretto il PGA Tour a rivedere alcuni aspetti della propria organizzazione, a introdurre nuovi format e a confrontarsi con la necessità di offrire condizioni economiche più competitive ai propri giocatori. Anche il dibattito sulla distribuzione dei ricavi, sulla valorizzazione dei professionisti e sull’esperienza degli spettatori ha ricevuto un’accelerazione.

Non tutto, dunque, scompare con la chiusura del circuito. Alcune innovazioni introdotte da LIV potrebbero continuare a influenzare il modo di organizzare e comunicare il golf professionistico.

E adesso che cosa succede ai giocatori?

La liquidazione apre una nuova fase di incertezza per i professionisti che avevano scelto il LIV. Il problema non riguarda soltanto i contratti e le eventuali somme ancora da corrispondere, ma soprattutto la possibilità di rientrare nei circuiti tradizionali.

Brooks Koepka ha già rappresentato un precedente importante. Il cinque volte vincitore di major ha lasciato LIV prima della conclusione del proprio accordo e il PGA Tour ha predisposto un percorso di rientro straordinario, subordinato a condizioni economiche e sportive specifiche.

Patrick Reed sta invece costruendo il proprio ritorno attraverso le prestazioni sul circuito europeo. Anche Jon Rahm ha manifestato la disponibilità ad affrontare le condizioni richieste per tornare a competere sul PGA Tour. Lo spagnolo ha inoltre trovato una strada per proseguire la propria attività sul DP World Tour.

Per i giocatori ancora legati contrattualmente a LIV, la procedura di liquidazione dovrà chiarire la gestione degli accordi in essere e delle eventuali pretese economiche. Il PGA Tour, dal canto suo, ha previsto un periodo di sospensione di un anno per i professionisti provenienti da LIV, calcolato a partire dalla loro ultima apparizione nel circuito.

Resta inoltre da capire quale sarà il destino delle squadre, dei marchi, degli accordi commerciali e delle strutture organizzative costruite negli ultimi cinque anni. La società ha dichiarato di voler continuare a valutare eventuali offerte di terzi che possano consentire di massimizzare il valore degli asset durante la liquidazione. Non è quindi escluso che alcune componenti dell’organizzazione possano trovare una nuova collocazione.

La conclusione dell’esperienza LIV rappresenta un passaggio significativo per tutto il movimento golfistico.

Il progetto saudita aveva provato a costruire un nuovo centro di potere, utilizzando risorse economiche senza precedenti per attrarre campioni, pubblico e investitori. Per un periodo era sembrato possibile che il golf professionistico potesse dividersi stabilmente in due grandi sistemi concorrenti.

La realtà ha dimostrato che costruire un circuito ricco di campioni non è sufficiente per garantire la sostenibilità di un’impresa sportiva. Servono ricavi, sponsor, diritti televisivi, continuità organizzativa e, soprattutto, un modello capace di funzionare anche senza un finanziatore disposto a coprire sistematicamente le perdite.

Il PGA Tour e il DP World Tour si trovano ora davanti a uno scenario profondamente diverso da quello di quattro anni fa. Il ritorno di alcuni protagonisti potrebbe contribuire a ricomporre una parte della frattura, ma non cancellerà automaticamente le tensioni maturate durante questa lunga contrapposizione. Il golf mondiale dovrà decidere come valorizzare l’eredità di questa esperienza, evitando che il ritorno a un sistema meno frammentato si traduca semplicemente nel ripristino degli equilibri precedenti.

La superlega saudita aveva promesso di cambiare il golf per sempre. Non è riuscita a costruire un modello economico capace di sopravvivere alla fine dei finanziamenti sauditi, ma ha certamente lasciato un segno nella storia recente di questo sport. La sua fine non chiude soltanto un circuito: apre una nuova partita per il futuro del golf professionistico.