A volte basta un attimo perché tutte le certezze si sgretolino e la vita prenda una direzione che non avresti mai immaginato. Per Andrea Pavan quell’attimo è arrivato il 25 febbraio 2026, in Sudafrica, quando le porte dell’ascensore si sono aperte, ma la cabina non c’era.
Andrea è precipitato nella tromba per tre piani e in pochi istanti, tutto quello che fino a quel momento aveva dato per scontato è diventato improvvisamente incerto. Il dolore, la paura di non poter più camminare normalmente, il dubbio più grande: riuscire a tornare a fare ciò che ha sempre amato, giocare a golf. Due interventi chirurgici, mesi di riabilitazione e una lunga strada da percorrere prima di poter tornare a pensare alla competizione.

Oggi, però, Pavan è di nuovo in campo. Il corpo sta rispondendo, la voglia di ricominciare non è mai venuta meno e il DP World Tour, a fine gennaio 2027, è tornato a essere un orizzonte possibile. Lo abbiamo raggiunto per capire come sta, come procede il recupero e quanto sia ancora lontano il ritorno alle gare. Ma, soprattutto, per ascoltare il racconto di un ragazzo che, attraversando la paura e l’incertezza, ha riscoperto il valore delle cose più semplici: il tempo con la famiglia, i piccoli progressi, la possibilità di tornare a fare progetti. Perché l’ambizione è rimasta intatta, ma qualcosa è cambiato nel modo di guardare la vita. “Sono stato fortunato, sono un mezzo miracolato”, dice. E oggi, prima ancora di inseguire un risultato, Andrea ha imparato a godersi il presente, un giorno alla volta.

Di quel 25 febbraio che cosa ricordi? Quando hai capito quanto fosse grave quello che ti era successo?
Ricordo praticamente tutto perché non ho mai perso conoscenza. Dopo la caduta sono rimasto per circa 40 minuti in attesa dei soccorsi. La memoria di quei momenti è un po’ offuscata, anche perché avevo molto dolore. Di primo impatto pensavo di essermi lussato la spalla, ma subito dopo mi sono reso conto che la situazione era grave: non riuscivo a muovere le gambe, anche se riuscivo a muovere i piedi. Il corpo umano è fatto per sopravvivere e in quei momenti ti sale un’adrenalina tale che ti permette di resistere, anche se il dolore è enorme. Ero in una sorta di stato di shock e pensavo a sopportare il male e ad aspettare i soccorsi. Quando poi sono arrivato in ospedale e mi hanno detto che dovevo essere operato, ho compreso ancora meglio la gravità dell’incidente.

Dopo una caduta del genere, l’incertezza non riguarda soltanto il recupero fisico, ma anche la possibilità di tornare alla vita di prima. Quanto hai temuto di non poter più giocare a golf?All’inizio c’erano molti dubbi su quello che sarebbe successo, su quanto avrei recuperato e sulla possibilità di tornare a giocare. Mi chiedevo se avrei avuto dolore, se sarei riuscito a fare lo swing, se sarei tornato quello di prima. A un certo punto mi sono anche preparato all’idea che non potessi più riuscire a impugnare un ferro in mano. Non sarebbe stato facile accettarlo, ma mi ero detto che avrei fatto tutto il possibile per avere un’altra opportunità. Se fossi riuscito a tornare, bene. Altrimenti avrei cercato di accettare le conseguenze.
Oggi, però, sento di avere ancora tanto dentro di me e, soprattutto, sono molto fortunato. Non ho riportato danni importanti al sistema nervoso e posso condurre una vita quasi normale, oltre a provare a tornare all’attività agonistica.

Due interventi, uno alla schiena con una fusione alle vertebre e uno alla spalla, e un recupero che ha richiesto tanta pazienza. Quali sono stati i momenti più duri?
Le prime settimane sono state molto difficili, soprattutto fisicamente. Ricordo il giorno dopo l’operazione: arrivò la fisioterapista e mi disse che ci saremmo messi in piedi. La guardai come per dirle “Sei matta? Non riesco neanche ad alzare la testa”. E invece, con il suo aiuto, siamo riusciti a farlo. Il dolore è stato una presenza costante nelle prime sei settimane. Anche dormire era difficilissimo, se riuscivo a riposare un’ora di fila era già tanto. Poi, piano piano, le cose hanno cominciato a migliorare. Ci sono stati tanti piccoli traguardi e ogni passo avanti mi faceva capire che stavo andando nella direzione giusta.

In una riabilitazione così lunga, quanto conta la disciplina di un atleta professionista? E come si fa a mantenere la motivazione quando i progressi arrivano lentamente?
Ho parlato con altre persone che hanno avuto gravi infortuni durante la loro carriera professionistica e ho capito quanto sia importante la costanza, soprattutto nella riabilitazione. Ci sono giorni in cui non ti senti bene, in cui vorresti riposare o non allenarti. Eppure, devi continuare, fare quello che serve, un giorno alla volta. All’inizio era fondamentale lavorare sulla mobilità della spalla. Adesso continuo a concentrarmi sulla parte fisica, cercando di recuperare la muscolatura e la velocità. Anche dal punto di vista mentale mi ha aiutato imparare a vivere di più nel presente. Quando ti succede una cosa del genere, è naturale cominciare a pensare a tutto quello che potrebbe accadere in futuro. Ma non siamo così bravi a prevedere quello che succederà. È difficile sapere come andranno le cose, quindi cerco di concentrarmi su quello che posso fare oggi.

In Sudafrica hai affrontato la prima parte del recupero lontano da casa. Quanto è stato importante avere accanto tua moglie, tua sorella e, al ritorno, i tuoi bambini?
È stata fondamentale. Mia sorella è arrivata praticamente il giorno dopo l’incidente ed è rimasta con me per una decina di giorni. Mia moglie è rimasta in Sudafrica per circa sei settimane fino al nostro rientro in Texas. Non potevo tornare a casa prima, sia per le condizioni fisiche sia per i rischi legati a un viaggio aereo così lungo. I medici mi avevano consigliato di aspettare, anche per evitare possibili complicazioni come una trombosi. All’inizio facevo fatica persino a camminare e avevo bisogno di una stampella. Ricordo ancora quando, una decina di giorni dopo l’incidente, dimesso dall’ospedale, sono andato con mia moglie in farmacia dentro un centro commerciale. Salire e scendere dalla macchina era difficile. Camminavo lentissimo, mentre le persone mi passavano accanto velocemente. Io sono abituato a camminare molto in fretta e in quel momento mi sembrava quasi di non riuscire ad arrivare alla porta. Sono sensazioni che non ti aspetti e che ti fanno capire quanto tante cose, nella vita quotidiana, siano in realtà tutt’altro che scontate.

Da golfista sei abituato a viaggiare molto e a trascorrere settimane lontano da casa. L’incidente ti ha costretto a fermarti e a vivere una quotidianità diversa. Che cosa ti ha lasciato questo tempo in più con la tua famiglia?
Ho sempre trascorso tanto tempo lontano da casa, anche se cercavo comunque di stare con i miei figli il più possibile quando non erano a scuola. Non mi era mai capitato di trascorrere così tanto tempo continuativamente con loro. Da questo punto di vista provo molta gratitudine. È stato come fermarsi, dopo una vita quotidiana molto intensa, fatta di un torneo dopo l’altro, e avere finalmente il tempo di stare a casa. Ho potuto vederli giocare, seguire i loro sport, trascorrere più tempo con altri genitori e con amici che prima riuscivo a incontrare raramente. Ho creato nuovi ricordi e rafforzato rapporti che, con i ritmi di prima, era difficile coltivare. All’inizio i bambini erano un po’ preoccupati. Dovevano abituarsi al fatto che non potessi correre, giocare o saltare con loro. Adesso sto meglio e possiamo fare molte più cose insieme. Mi hanno aiutato tanto anche semplicemente tenendomi occupato e permettendomi di vivere la quotidianità.

Andrea con la famiglia in vacanza Roma

Il recupero ti ha permesso anche di condividere più tempo con Luca, il tuo figlio più grande, che si sta appassionando al golf. È una delle cose belle nate da questo periodo così difficile?
Sì, Luca ha dieci anni ed è molto curioso. Gli piace tanto il football americano, gioca a basket, ma si sta appassionando anche al golf. Quando può, si mette davanti alla televisione a guardare i tornei, prende i miei putter e prova a usarli sul tappeto. Mi fa tantissime domande. Quando ho ricominciato piano piano a giocare, l’estate scorsa, veniva con me. Passavamo del tempo sul putting green e in zona approcci. 

Oggi la vita è quasi tornata alla normalità. Come sta rispondendo il tuo corpo dopo gli infortuni?
Per la gravità dell’incidente, il recupero è andato molto bene. La mobilità della spalla è piuttosto buona: riesco quasi a raggiungere la flessione completa e anche la rotazione sta migliorando. Ho ancora qualche limitazione e un po’ di dolore, ma nulla che mi impedisca di giocare a golf. Devo recuperare soprattutto forza e velocità. Alla schiena mi hanno stabilizzato due vertebre, perché una era fratturata in maniera scomposta. La frattura si è rimarginata completamente. Alla spalla, invece, la testa dell’omero era fratturata e hanno dovuto riallinearla, oltre a riparare diverse strutture muscolari, tra cui il pettorale e il bicipite. Per il momento, i medici non ritengono necessario un ulteriore intervento per rimuovere le placche e le viti: in assenza di dolori importanti o altre complicazioni, l’indicazione è continuare a lavorare sul recupero muscolare.

Hai ripreso a giocare con regolarità. Quanto manca per il rientro sul DP World Tour?
Ho ripreso a giocare da quest’estate e sto migliorando gradualmente. Con i ferri sono vicino alle distanze di prima, mentre con il drive mi mancano ancora velocità e diversi metri. I medici, il fisioterapista e il preparatore sono ottimisti, ma la sfida più grande sarà trasferire i progressi fatti in allenamento alle situazioni di gara. Dopo tanto tempo fuori dalle competizioni, bisogna ritrovare anche il ritmo tecnico e questa è probabilmente la parte più difficile del rientro.

Fine gennaio 2027 è l’orizzonte che ti sei dato per tornare in campo. È un obiettivo realistico?
Dai medici ho ricevuto indicazioni positive. Il desiderio è quello di provare a tornare a fine gennaio, con le gare negli Emirati Arabi, ma devo vedere come proseguirà il recupero prima di prendere una decisione definitiva. Devo capire come mi sentirò giocando e quanto sarò pronto dal punto di vista tecnico e agonistico. Non è facile rimanere fuori dalla competizione così a lungo: quando torni, devi essere preparato non soltanto fisicamente, ma anche mentalmente e sul piano del gioco. Per quanto riguarda la ‘medical exemption’, mi è stata garantita praticamente una stagione intera. L’anno scorso avevo giocato soltanto cinque tornei perdendo circa 25 opportunità di gioco. L’obiettivo è arrivare al rientro il più preparato possibile, senza forzare i tempi.

Andrea Pavan con il trofeo del BMW International Open conquistato a giugno 2019

Dopo quello che hai passato, è cambiato il tuo rapporto con l’ambizione? Vuoi tornare il giocatore di prima o senti di avere un approccio diverso?
A livello competitivo, la voglia di giocare è rimasta immutata. Nei primi mesi avevo tanti dubbi sulla possibilità di tornare in campo, sul dolore e sulla capacità di swingare. Mi ero preparato anche all’eventualità di non riuscire a farlo. Adesso, sento di avere ancora tanto da dare. Voglio mettercela tutta per ritrovare un livello di gioco alto e avere un’altra opportunità. Nella mia carriera ho già attraversato momenti difficili dal punto di vista tecnico e adesso ne sto affrontando uno fisico. In passato sono sempre riuscito a rialzarmi e a lottare e mi sento pronto a fare lo stesso anche questa volta.

Hai mai pensato a un piano B, a una vita lontana dal golf professionistico?
Sinceramente no. In questo momento voglio concentrarmi sul rientro e dare il massimo per tornare ai tornei sul massimo circuito europeo. Non ho incontrato ostacoli tali da farmi pensare che non sia possibile. So che non basta recuperare fisicamente: devo ritrovare anche la tecnica e la competitività. Ma sono concentrato su questo obiettivo. Se poi le cose dovessero andare diversamente, cercherò di affrontarle. Quando sono diventato professionista immaginavo, come tutti, di poter giocare per tanti anni. Ma nulla è garantito. Se la mia carriera dovesse finire qui, sarei comunque soddisfatto di quello che ho fatto. Oggi, però, sento di avere ancora molto dentro di me.

C’è una lezione che questa esperienza ti ha lasciato e che va oltre il golf, la competizione e i risultati?
Credo di aver imparato a preoccuparmi un po’ meno di quello che succederà in futuro. Prima pensi di avere davanti tanto tempo, programmi, obiettivi e tornei. Poi, ti rendi conto che nulla è davvero scontato. Sono stato fortunato, sono un mezzo miracolato e questo mi ha fatto apprezzare ancora di più quello che ho oggi. Non significa smettere di avere ambizioni o di porsi degli obiettivi. Voglio continuare a giocare, migliorare e tornare a competere. Ma ho capito che ci sono cose più importanti del successo e che vale la pena essere grati per quello che si ha, giorno per giorno.

Andrea con la moglie Audra e i figli Luca, Sofia e Julia