L’Open d’Italia torna finalmente a Torino. Dopo dodici lunghi anni questo prestigioso torneo si giocherà di nuovo sullo splendido percorso de La Mandria, un tracciato molto impegnativo, immerso in un meraviglioso parco, che ai tempi era la riserva naturale di caccia dei Savoia.
Un tracciato non lungo ma estremamente tecnico, che richiede ai giocatori di sapere lavorare la palla con entrambi gli effetti. Sono infatti presenti quattro dogleg verso sinistra e altrettanti verso destra. In questa tipologia di buche i buoni tiratori di drive hanno la possibilità di avvantaggiarsi rispetto agli avversari, creando le traiettorie corrette per assecondare la curvatura della buca e, di conseguenza, accorciando notevolmente il colpo al green.
Interessante notare che, nonostante sia un percorso antico e sicuramente corto rispetto alle distanze che coprono i giocatori odierni, non ci sono comunque buche dove è obbligatorio giocare un ferro dal tee.
Non esistono infatti ostacoli d’acqua o strettoie create appositamente con bunker o mound di rough con l’intento di tagliare la buca in due occupando il classico spazio tra i 250 e i 290 metri. Soluzioni che molto spesso vengono adottate per costringere i giocatori a tirare il primo colpo a una distanza intorno ai 240 metri.
Anche i professionisti più potenti del DP World Tour avranno quindi la possibilità di attaccare e di giocare il drive a tutte le buche par 4 e par 5 del percorso.
Gli unici battitori nei quali i giocatori potrebbero scegliere una tattica prudente dal tee, soprattutto nel caso in cui si dovessero indurire i fairway, sono la 4, la 7 e la 14.
Rispetto al passato, per rendere più difficile il campo, sono state apportate alcune modifiche. Sono stati infatti costruiti due back tee alla 2 e alla 3, mentre la 12 par 5 è stata trasformata in un insidioso par 4 che rappresenta sicuramente uno dei tee shot più impegnativi del percorso.
Torino: l’importanza del set up
La storia recente ci insegna però che, per evitare score incredibilmente bassi, l’unica difesa di un tracciato disegnato quando si usavano ancora i driver di legno, non sono certo i 20 o 30 metri in più di un nuovo back tee ma piuttosto la preparazione e il set up del campo stesso.
Il percorso Blu del Torino credo sia una perfetta occasione per dimostrare che, anche un campo costruito 70 anni fa, se preparato in maniera professionale, può trasformarsi.
Può di colpo levarsi l’abito da sera e mettersi la mimetica, per diventare con pochi accorgimenti un tracciato insidioso anche per i migliori giocatori del Tour.
Il binomio green duri – rough alto non ha mai deluso le aspettative ed è sicuramente molto più efficace della Roll Back Rule, quel discutibile per non dire assurdo, regolamento che dovrebbe entrare in vigore nel 2030 per limitare le distanze della palla e per rendere di conseguenza più impegnativi i vecchi campi di golf.
Un regolamento che sembra davvero nato per soddisfare i ricchi proprietari degli storici percorsi sparsi per il mondo, tracciati che non hanno più difese e che a oggi risultano essere troppo corti e facili per poter ospitare i tornei più importanti dei vari circuiti professionistici. A livello economico questo regolamento creerà un gap ancora più significativo fra i brand che potranno permettersi di investire importanti somme di denaro per studiare a fondo le caratteristiche tecniche di queste nuove palle e rispondere con materiali che ottimizzano il loro volo.
Chi non avrà i fondi per farlo e non potrà permettersi un lavoro minuzioso subirà sicuramente un calo di immagine.
Altro aspetto importante per poter rendere impegnativo per i pro il percorso di gara è ovviamente il disegno dei green del campo in questione.
Più hai la possibilità di variare le posizioni delle bandiere e di scegliere zone che richiedono estrema precisione, più riesci a mettere in difficoltà i giocatori che non prendono il fairway e che devono quindi tirare il colpo al green dal rough, con un conseguente scarso controllo dello spin e della distanza.
Al Circolo Golf Torino il disegno dei green offre la possibilità di mettere bandiere molto delicate da attaccare e dare quindi la possibilità di creare non poche difficoltà durante tutte e quattro le giornate dell’Open.
Non c’è quindi molto da inventarsi per evitare che i picchiatori di oggi distruggano i campi a livello di score!
Come abbiamo detto in precedenza, basta stringere leggermente i fairway, alzare il rough e indurire i green, un lavoro che va iniziato più o meno con cinque settimane di anticipo rispetto al lunedì che precede il torneo, dipende ovviamente dal periodo in cui si svolge la gara.
Il mese di giungo dovrebbe essere il periodo ideale per poter presentare un campo davvero selettivo. L’erba in questo periodo dell’anno cresce molto velocemente grazie alle alte temperature, mentre la bassa percentuale di giornate piovose, temporali esclusi, permette di rendere i green dei veri tamburi.
Non mi resta che augurarvi un piacevole Open d’Italia e buon divertimento a tutti. Venite numerosi perché quest’anno abbiamo molti atleti in forma e, con i fratelli Molinari che giocano in casa, sarà davvero uno spettacolo per tutti gli spettatori assistere dal vivo a questo prestigioso torneo che avrà nel field anche grandi stelle internazionali, quali il capitano di Ryder Cup Luke Donald (nella foto), il campione Masters 2016 Danny Willett e molti altri.