Il LIV Golf è davvero arrivato al capolinea? Più che una provocazione, oggi è una domanda concreta. E per molti osservatori del settore, la risposta è sempre più vicina a un sì.

Quando LIV Golf nasce nel 2022, il progetto ha un’ambizione chiara: rivoluzionare il golf mondiale. Formato innovativo, eventi spettacolari con musica, tornei su 54 buche invece che 72 e, soprattutto, una potenza economica senza precedenti grazie al fondo sovrano saudita PIF (Public Investment Fund) che fin dall’inizio investe cifre enormi, oltre 5 miliardi di dollari, senza pretendere risultati immediati.
È proprio questa libertà finanziaria a permettere a LIV di muoversi come nessun altro circuito aveva mai fatto. I contratti offerti ai giocatori sono fuori scala, tali da convincere campioni affermati come Dustin Johnson, Phil Mickelson, Brooks Koepka, Bryson DeChambeau e, più tardi, Jon Rahm a lasciare il PGA Tour. Per un momento, la sensazione è che il baricentro del golf mondiale stia davvero cambiando.

Eppure, mentre il rumore mediatico è fortissimo, le fondamenta del progetto restano fragili.
LIV fatica a trovare una vera stabilità: gli ascolti televisivi non decollano, i grandi accordi media nei mercati chiave tardano ad arrivare, gli sponsor non legati direttamente al mondo saudita restano cauti. Il circuito continua a spendere, a investire, a costruire, ma senza una traiettoria chiara verso la sostenibilità economica.

Per anni questo non è sembrato un problema. Il PIF garantiva copertura totale, permettendo a LIV di comportarsi come una startup globale.

Crescere rapidamente, anche a costo di perdite importanti, nella speranza di consolidarsi nel lungo periodo. Ma quel modello regge solo finché il flusso di capitali resta costante.
Ed è qui che lo scenario cambia. La decisione del fondo saudita di rivedere le proprie priorità, riducendo l’esposizione in progetti sportivi e investimenti più rischiosi, ha messo LIV Golf in una posizione improvvisamente vulnerabile. L’ipotesi, sempre più concreta, che i finanziamenti possano interrompersi dopo il 2026 rappresenta un punto di svolta.

Senza il PIF, LIV perde il suo pilastro fondamentale

A quel punto, il progetto si trova davanti a una realtà molto più dura: trovare nuovi investitori disposti a sostenere una lega costosa, ancora lontana dalla redditività e con un modello che non ha pienamente convinto il mercato. Non è impossibile, ma è certamente complicato, soprattutto in un momento in cui l’intero settore sportivo sta vivendo una fase di raffreddamento nelle valutazioni. Nel frattempo, l’incertezza si riflette inevitabilmente sui giocatori. Molti sono ancora legati a contratti in essere, ma il clima è cambiato. Negli ultimi mesi, diversi rappresentanti hanno riaperto il dialogo con il PGA Tour per capire se esista una strada per tornare indietro.

Solo che quel ritorno, oggi, non è più semplice né scontato

Il PGA Tour, infatti, ha già offerto in passato una finestra di rientro attraverso un programma dedicato, il “Returning Member Program”. ma diversi big, tra cui Jon Rahm e Bryson DeChambeau, hanno scelto di non sfruttarla.
Ora, il contesto è diverso: accoglierli significherebbe farlo non per una loro scelta convinta, ma perché l’alternativa, cioè il LIV, rischia di non esistere più. Una sfumatura che pesa molto, sia a livello politico che sportivo.

Rahm è forse il caso più emblematico. Il suo passaggio al LIV, arrivato in un momento delicatissimo degli equilibri tra i circuiti, ha contribuito a prolungare il conflitto.

Oggi potrebbe trovarsi senza una collocazione chiara, con il PGA Tour poco incline a concessioni e il DP World Tour ancora in fase di trattativa sul suo status. DeChambeau, invece, sembra più aperto a un ritorno, ma resta una figura complessa, divisa tra il valore commerciale che rappresenta e le difficoltà di adattamento che lui stesso ha più volte raccontato nel sistema del PGA Tour.

Nel frattempo, proprio il PGA Tour si trova in una posizione delicata. Da un lato, riaccogliere grandi nomi rafforzerebbe immediatamente il prodotto. Dall’altro, c’è la necessità di mantenere una linea coerente, senza dare l’impressione di cambiare le regole sotto pressione. È un equilibrio sottile, soprattutto in una fase in cui il circuito sta già attraversando cambiamenti strutturali importanti.

Così, mentre il calendario LIV prosegue ancora apparentemente senza scosse, la sensazione è che si stia vivendo una fase di transizione. Alcuni eventi sono già stati rinviati, il futuro oltre il 2026 è incerto e anche le dichiarazioni dei vertici della lega lasciano intendere che, se un domani ci sarà, sarà molto diverso da quello immaginato all’inizio.

In fondo, LIV Golf è stata davvero una rivoluzione, almeno nelle intenzioni. Ha alzato gli stipendi, ha costretto il PGA Tour a evolversi, ha acceso un dibattito globale sul futuro del golf. Ma proprio come molte rivoluzioni, rischia di non sopravvivere alla fase più difficile: quella della sostenibilità.

Se il PIF dovesse davvero uscire di scena, resterà una domanda inevitabile: la Superlega araba è stata un’idea troppo avanti rispetto ai tempi, oppure un esperimento destinato fin dall’inizio a non reggere senza un sostegno illimitato?