Ho scritto e scrivo di molte cose. Dei campi spettacolari scolpiti dal vento, delle sacche consumate dal tempo, di quel paio di scarpe che dopo cento buche sembrano conoscere il terreno meglio dei piedi che le indossano. Racconto dei campioni, dei Major, di quei campi mitici che hanno inciso la loro impronta nella storia di questo gioco. Tutto molto affascinante, certo. Ma a pensarci bene, tutto questo gira attorno a una sola parola. “Lo swing”.
Già il suono della parola ha qualcosa di seducente. Swing. Oscilla, vibra, sembra quasi muoversi mentre la pronunci. Non è una parola rigida: è una parola che dondola. In fondo il golf è lì. Tutto il resto, i campi, le attrezzature, le statistiche, i trofei è una scenografia raffinata che ruota attorno a quel gesto. Il golf, in fondo, è lo swing. Qualche tempo fa mi trovavo a parlarne con un caro amico. Non gioca a golf. In realtà, credo non abbia mai tenuto in mano un ferro in vita sua. Ma è uno di quegli amici che possiedono una qualità rara: sanno ascoltare con una pazienza quasi antropologica quando qualcuno parla della propria passione. Eravamo seduti in un bar, uno di quelli con i tavolini un po’ troppo piccoli e le sedie che scricchiolano leggermente ogni volta che ti sposti. Fuori il pomeriggio stava lentamente scivolando verso sera. Il rumore delle tazzine e delle conversazioni formava quel sottofondo indistinto che accompagna certe discussioni destinate a diventare, almeno per chi parla, profondissime. Io, naturalmente, avevo preso il largo. Partendo da una domanda innocente, qualcosa come “ma alla fine cos’è che ti piace così tanto del golf?” mi ero imbarcato in una spiegazione che, con il passare dei minuti, aveva assunto contorni sempre più ampi. Avevo iniziato parlando dello swing come gesto tecnico.
Poi, con quella deriva naturale che colpisce tutti i golfisti quando nessuno li interrompe, ero passato al ritmo del movimento, alla fluidità del corpo, alla sensazione quasi musicale del colpo perfetto. Dopo dieci minuti lo swing era diventato una questione di equilibrio. Dopo venti minuti era ormai una metafora dell’esistenza. Verso il venticinquesimo minuto credo di aver iniziato a parlare del rapporto tra tempo interiore e gravità. Lui ascoltava. Ogni tanto sorseggiava il suo caffè, annuiva, inclinava leggermente la testa come se stesse osservando un fenomeno naturale curioso ma non completamente spiegabile. Io, nel frattempo, continuavo. Descrivevo il movimento del bastone come un pendolo cosmico, la rotazione del corpo come un dialogo tra terra e cielo, e la pallina come un piccolo destino bianco che attende soltanto di essere liberato nello spazio. A un certo punto mi fermai. Più per prendere fiato che per reale intenzione di concludere. Ci fu un piccolo silenzio.
Il mio amico mi guardò con quell’espressione a metà tra l’ammirazione e il divertimento che si riserva a chi, senza rendersene conto, ha appena attraversato una frontiera retorica piuttosto audace.
Poi sorrise, appoggiò lentamente la tazzina sul piattino e disse: “Tu sei il Bukowski del golf”
Rimasi per un attimo interdetto. Non tanto per il paragone, che ovviamente è una vertiginosa esagerazione, ma per la naturalezza con cui lo aveva pronunciato, come se fosse la conclusione più logica possibile dopo mezz’ora di divagazioni poetico-golfistiche. Scoppiammo a ridere. Io provai a protestare con quella modestia un po’ goffa che si usa quando un complimento è chiaramente sproporzionato. Dissi che ero lontanissimo da Charles Bukowski, che lui scriveva di notti, bar, cavalli e anime storte mentre io, al massimo, potevo permettermi qualche riflessione su ferri sette e swing troppo anticipati. Ma dentro, lo ammetto, quella frase mi fece piacere.
Perché in fondo il senso era chiaro: quando parlo di golf, e soprattutto di swing, smetto di essere semplicemente uno che racconta uno sport. Divento uno che prova a raccontare un gesto.
Ed è inevitabile, in fondo. Perché nel golf esiste davvero una parola che, più di ogni altra, racchiude l’essenza stessa del gioco: swing. Non è soltanto il nome del movimento con cui si colpisce la pallina; è una parola che evoca ritmo, continuità, armonia. Chiunque abbia osservato un grande giocatore sa che nello swing c’è qualcosa che supera la mera tecnica. È un movimento che sembra nascere da una sorgente più profonda del semplice gesto atletico, come se il corpo entrasse per un attimo in sintonia con una legge naturale di equilibrio e oscillazione. La genesi stessa della parola è sorprendentemente poetica. Il verbo inglese to swing deriva dal proto-germanico swingan, un termine che indicava il dondolare, l’oscillare avanti e indietro con un arco regolare. Era il movimento di una campana che vibra nel campanile, di un ramo mosso dal vento, di una corda sospesa che descrive un pendolo nell’aria. Non un gesto brusco o violento, ma un’oscillazione continua, naturale, quasi inevitabile. Quando il golf moderno prende forma sulle coste ventose della Scozia, tra i prati ondulati e le dune sabbiose dove nascono i primi links, quel verbo diventa improvvisamente perfetto per descrivere il gesto del giocatore. Il bastone non viene semplicemente lanciato verso la pallina: sale, ruota, scende, attraversa l’impatto e continua oltre. Il movimento disegna un arco ampio, come un pendolo umano. Lo swing non è un colpo isolato ma un ciclo continuo, un gesto che non si interrompe davvero. Con il tempo la parola si radica nel linguaggio del golf fino a diventarne il centro semantico. Non indica soltanto l’impatto con la palla: comprende la preparazione, la rotazione del corpo, la salita del bastone, la discesa e il follow-through. È un gesto unico, indivisibile, come una frase pronunciata senza pause.
Curiosamente, negli altri sport il linguaggio prende strade diverse. Nel tennis si parla di colpi: diritto, rovescio, servizio, volée. Il movimento della racchetta è certamente un’oscillazione, ma la terminologia privilegia il risultato tecnico più che la qualità del gesto. Nel baseball il termine swing esiste, ma indica soprattutto il tentativo di colpire la palla lanciata dal pitcher. È un gesto rapido, esplosivo, reattivo. Potente, sì, ma raramente percepito come una sequenza meditata di equilibrio e continuità. Nel golf accade qualcosa di diverso. Lo swing non è una reazione.
È una costruzione interiore. Il giocatore si ferma, osserva il terreno, misura la distanza, respira. Poi il movimento inizia lentamente, quasi impercettibile. Il corpo ruota, il bastone sale dietro le spalle, e per un istante sembra che il tempo rallenti. È un gesto che richiede precisione assoluta ma che, paradossalmente, deve apparire privo di sforzo. Ed è qui che emerge il paradosso più affascinante dello swing: la sua capacità di contenere nello stesso movimento delicatezza e potenza.
Un grande swing non appare mai violento. Sembra piuttosto una carezza nell’aria. Il bastone sale con morbidezza, il corpo ruota senza rigidità, e solo nell’istante dell’impatto tutta quell’energia accumulata si trasforma in velocità. La pallina parte con una forza sorprendente, ma il gesto rimane elegante, continuo, come se non fosse mai stato interrotto. Questo equilibrio tra morbidezza e forza richiama inevitabilmente un altro ambito dove la parola swing ha assunto un significato quasi magico: la musica jazz, e in particolare lo stile noto proprio come swing. In musica lo swing non è soltanto un tempo o una struttura ritmica. È una qualità del movimento sonoro. Le note non cadono rigidamente sul battito, ma oscillano leggermente attorno ad esso, anticipandolo o ritardandolo con una naturale elasticità.
I musicisti dicono spesso it swings: significa che la musica respira, che il tempo ondeggia con una naturalezza irresistibile. In modo sorprendentemente simile, anche lo swing del golf è prima di tutto una questione di ritmo. I grandi maestri lo ripetono da sempre: non è la forza a generare la distanza, ma la fluidità del tempo interno del movimento. Quando lo swing funziona davvero, sembra avvenire da solo, come se il corpo fosse attraversato da una corrente invisibile che guida il bastone lungo il suo arco. Forse è per questo che molti golfisti descrivono i loro migliori colpi come qualcosa di quasi accidentale. Non li hanno forzati; li hanno lasciati accadere. Il movimento è stato così armonico che la pallina si è trovata semplicemente sulla traiettoria naturale dello swing. In quei pochi secondi si crea una sensazione difficile da spiegare. Il giocatore percepisce il peso del corpo sui piedi, la rotazione delle anche, la tensione delle braccia, il contatto con il terreno. Tutto sembra allinearsi per un istante in un equilibrio perfetto. È un momento fugace, ma profondamente appagante. Tanto che molti golfisti passano una vita intera a inseguirlo. Forse è questo il lato più misterioso dello swing. Non è soltanto una tecnica da perfezionare, né un gesto da ripetere meccanicamente. È una ricerca di armonia tra il corpo e lo spazio, tra la volontà e il ritmo naturale del movimento. Come il ramo di un albero che oscilla nel vento, o come una sezione di ottoni che fa vibrare un’orchestra jazz, lo swing del golf nasce quando tutto si muove con la stessa cadenza invisibile.
E quando accade davvero, anche solo per un attimo, il gesto smette di essere uno sforzo e diventa qualcosa di più raro: una forma di equilibrio tra l’uomo, il tempo e il movimento. Poi, naturalmente, il colpo dopo finisce in rough. O peggio, in bunker. Ed è forse proprio questo il bello. Perché il golf, come certe storie raccontate nei bar a tarda sera, vive di attimi perfetti e di molte imperfezioni. E forse è per questo che continuo a parlarne con tanto trasporto. Non perché io abbia capito davvero lo swing, quello probabilmente resta un mistero per tutti, ma perché ogni tanto, per un istante, sembra di avvicinarsi. Se davvero questo fa di me il Bukowski del golf, come mi disse scherzando il mio amico, allora temo che anche in questo caso il paragone regga solo fino a un certo punto.
Charles Bukowski raccontava di notti lunghe e bicchieri vuoti.
Io, molto più modestamente, mi limito a raccontare ferri, bastoni, swing imperfetti e palline bianche che ogni tanto, per un momento brevissimo, sembrano sapere esattamente dove andare.
“Il Bukowski del golf”