La Presidents Cup 2026 lascia agli Stati Uniti l’undicesima vittoria consecutiva nel trofeo, una rimonta entrata nella storia della competizione e, soprattutto, la sensazione di aver ritrovato quella coesione di squadra che per mesi era stata messa in discussione.
Ma considerare il successo di Medinah come la risposta a tutti i problemi del golf americano sarebbe un errore enorme.
Anzi, osservata oltre l’entusiasmo della domenica, questa Presidents Cup consegna agli Stati Uniti una domanda molto più scomoda: “Quanto di ciò che ha funzionato nel finale può essere trasformato in un modello stabile in vista della Ryder Cup all’Adare Manor tra un anno?”.
È questo il vero punto.
La rimonta americana è stata straordinaria. Recuperare tre punti di svantaggio e conquistare 9,5 dei 12 disponibili nei singoli non è qualcosa che accade per caso. Gli Stati Uniti hanno resistito alla pressione, hanno trovato prestazioni decisive dai loro uomini migliori e hanno dimostrato di possedere una profondità di squadra impressionante.
Ma proprio per questo il rischio è leggere la domenica come una certificazione di ciò che è stato fatto nei primi tre giorni. Non lo è.
La vittoria non cancella gli interrogativi
Il problema più evidente riguarda ancora una volta la gestione del gioco di squadra. La Presidents Cup ha mostrato una squadra americana capace di reagire, ma non sempre una struttura capace di prevenire i problemi.
Le scelte di Brandt Snedeker hanno prodotto più di qualche interrogativo: accoppiamenti difficili da spiegare sul piano statistico, giocatori utilizzati in format nei quali le loro caratteristiche venivano sfruttate meno e una gestione dell’ordine dei singoli che ha lasciato all’International Team margini tattici importanti.
Lo stesso Snedeker ha riconosciuto il peso delle proprie decisioni e il fatto di essersi trovato più volte a dubitare delle scelte fatte. È un elemento che dovrebbe interessare soprattutto Jim Furyk, prossimo capitano del Team USA in Irlanda. Perché a Medinah il futuro capitano della Ryder Cup, in campo al fianco di Snedeker come vice, ha avuto l’opportunità di osservare da vicino gli stessi problemi che dovrà cercare di evitare in Irlanda tra 12 mesi.
E non sono problemi nuovi. Gli Stati Uniti hanno mostrato una vulnerabilità particolare nei foursome, una formula nella quale le sconfitte sono arrivate copiose anche nelle precedenti edizioni sia di Presidents che di Ryder.
Furyk aveva già indicato proprio il format di gioco a colpi alternati come una delle priorità assolute del suo mandato, insieme alla preparazione logistica e all’utilizzo degli analytics.
Il vero rischio USA verso Adare Manor
La Ryder Cup sarà un’altra cosa. Adare Manor ospiterà dal 17 al 19 settembre 2027 la centesima edizione della Ryder Cup, con l’Europa che tornerà a giocare in casa dopo il successo di Bethpage.
E proprio il fattore campo rende particolarmente pericoloso arrivare in Irlanda pensando che la rimonta di Medinah abbia risolto la questione della squadra statunitense.
L’Europa, infatti, non concederà necessariamente agli americani la possibilità di costruire la propria settimana attorno ai singoli.
In Ryder Cup il margine di errore nelle prime due giornate è molto più difficile da recuperare. Se gli Stati Uniti dovessero ripetere le difficoltà mostrate nei foursome, il rischio sarebbe quello di arrivare alla domenica nuovamente costretti a una epica rimonta. Non è una strategia.
Dal talento alla struttura
È probabilmente questa la lezione più importante che Furyk dovrà portarsi dietro. Il problema americano non sembra essere la mancanza di talento. Al contrario, la qualità del gruppo è tale da permettere agli Stati Uniti di vincere anche quando la macchina organizzativa non gira perfettamente. Il problema è trasformare quel talento in una squadra prevedibile nelle sue dinamiche migliori.
Gli americani hanno bisogno di sapere prima dell’inizio della Ryder Cup quali coppie funzionano, quali giocatori si completano, quali combinazioni sono statisticamente sostenibili e quali invece dipendono soltanto dalla sensazione del momento. La differenza è sostanziale.
Il golf europeo ha costruito negli anni una continuità che va oltre il singolo capitano. Furyk, invece, eredita un sistema che ha cambiato direzione più volte negli ultimi anni.
Per questo la scelta della PGA of America di affidargli nuovamente la guida della squadra, dopo la sua esperienza del 2018 a Parigi, assume un significato particolare. Furyk ha già detto di voler costruire maggiore continuità e di voler intervenire proprio sui settori nei quali gli americani hanno sofferto maggiormente. La vera sfida sarà fare in modo che queste intenzioni diventino procedure, non soltanto buoni propositi.
Analytics contro istinto
È forse qui che si trova la frattura più interessante. Per anni il golf americano ha avuto a disposizione una quantità enorme di dati, ma nelle competizioni a squadre non sempre quei dati hanno avuto un peso coerente nelle decisioni.
A Medinah nella Presidents appena conclusa è emersa ancora una volta un mix di statistiche, qualità dei singoli e istinto del capitano. Una combinazione che può funzionare quando i giocatori sono abbastanza forti da correggere gli errori con il talento. Ma in Ryder Cup potrebbe non bastare.
Furyk ha già dichiarato di voler rafforzare l’utilizzo degli analytics nella costruzione della squadra. La questione non sarà scegliere tra dati e rapporti umani ma capire come utilizzarli insieme.
Perché il compagno ideale di un giocatore non è necessariamente il suo migliore amico. E il fatto che due giocatori si conoscano bene non significa automaticamente che siano la combinazione più efficace nei foursome.
La nuova generazione sarà la svolta?
Medinah ha però offerto anche una notizia positiva per Furyk: gli Stati Uniti stanno costruendo una generazione di giocatori capace di cambiare la fisionomia della squadra.
Jackson Koivun, Chris Gotterup e Jacob Bridgeman hanno dimostrato di poter vivere una settimana di pressione enorme senza essere schiacciati dall’importanza dell’evento.
Questo potrebbe diventare uno dei principali vantaggi americani ad Adare Manor. Ma anche in questo caso servirà una gestione diversa rispetto al passato. I giovani dovranno essere inseriti in una struttura già definita, non utilizzati come scommesse dell’ultimo momento.
La frase di Snedeker e il paradosso americano
Dopo la vittoria, Snedeker ha detto: «Sono stanco di sentire che questi ragazzi non sono uniti. Sono stanco di sentire che non sappiamo giocare a squadre. I ragazzi lo hanno appena dimostrato».
È difficile negare che la domenica di Medinah abbia dato sostanza a questa affermazione. Ma la domanda non è più se gli americani sappiano giocare insieme ma se sappiano costruire un sistema che permetta loro di farlo con continuità. Sono due cose molto diverse.
La Presidents Cup ha dimostrato che gli Stati Uniti possiedono talento, carattere e capacità di reagire sotto pressione.
Ha mostrato anche una squadra capace, nei momenti decisivi, di creare un’autentica identità collettiva. Ma ha contemporaneamente riproposto dubbi su preparazione, accoppiamenti, analisi dei dati e gestione tattica.
Per Furyk, quindi, la vittoria ottenuta dal Team USA a Medinah in Presidents non dovrebbe essere un punto d’arrivo ma materiale di studio.
L’Adare Manor è dietro l’angolo e in Irlanda non basterà avere dodici giocatori capaci di giocare bene la domenica, servirà una squadra capace di arrivare alla domenica nelle condizioni giuste.
Perché la più grande lezione di Medinah potrebbe essere proprio questa: gli americani hanno dimostrato di poter rimontare, ora devono dimostrare di poter evitare di farlo.
di Joel Beall – Fonte Golf Digest