Le parole di Lee Trevino, campione Open Championship al Royal Birkdale nel 1971, offrono la chiave per leggere il golf di oggi. E il defending champion del major britannico emerge proprio come il primo vero esempio contemporaneo di campione completo

Le frasi a effetto di Lee Trevino hanno la straordinaria capacità di restare nel tempo. Sono brevi, costruite con intelligenza e piacevoli da ascoltare e colpiscono sempre nel segno grazie a un equilibrio raro tra ironia e verità. Un esempio? “Puoi parlare con un fade, ma un hook non ti ascolterà mai”. Quando, negli anni Settanta, Trevino affermò che “nessuno possiede tutto”, il golf si arricchì di un nuovo modo di leggere la perfezione. Il sei volte vincitore major probabilmente stava commentando la sua vittoria nello spareggio dello U.S. Open del 1971 contro Jack Nicklaus, che ha sempre considerato il più grande di tutti i tempi, ma non un giocatore impeccabile con il wedge in mano. Trevino era, e rimane ancora oggi a 86 anni, uno dei grandi interpreti della storia del golf e un autentico genio del gioco corto.

Il suo messaggio era chiaro: il golf è troppo vasto, complesso e sfaccettato perché qualcuno possa dominarlo completamente.

Le prove non mancavano allora e non mancano oggi. Basta scorrere l’elenco dei più grandi giocatori della storia per notare come quasi tutti avessero una debolezza evidente, non un semplice punto meno brillante, ma un limite competitivo reale, quello che oggi definiremmo una perdita costante di strokes gained. Per Harry Vardon, Ben Hogan e Sam Snead il problema era il putting dalla corta distanza. Per Walter Hagen, Tom Watson e Seve Ballesteros la precisione dal tee. Per Jack Nicklaus e Arnold Palmer il gioco attorno al green. Gene Sarazen e Gary Player convivevano con un hook pronunciato, Phil Mickelson e Greg Norman con un block ricorrente. Lo stesso Trevino faticava con i ferri lunghi. In altre parole: per quanto straordinari, nessuno era davvero completo. Essere tali in ogni fase del gioco, tuttavia, non è mai stato l’unico criterio di grandezza. Tutti i campioni citati riuscivano a battere avversari tecnicamente più solidi grazie a punti di forza così dominanti da compensare le debolezze. La precisione di Hogan, la potenza di Nicklaus, il recupero di Player, il putting di Watson e la creatività di Trevino erano armi sufficienti a spostare gli equilibri.

Per un campione già affermato, però, il passo successivo è colmare proprio quelle lacune

Soprattutto nei major, dove le condizioni amplificano ogni errore e riducono il margine tra eccellenza e imperfezione. Per definizione, quindi, i tornei del Grande Slam premiano la completezza, che oggi sembra più raggiungibile che mai. Per capire quanto fosse diversa la percezione in passato basta ricordare la filosofia di Jack Nicklaus sul proprio gioco corto. Per anni liquidò l’argomento con una battuta: “Non ne avevo bisogno”. Ma in seguito ammise di aver trascurato un aspetto fondamentale, anche perché il suo maestro Jack Grout non glielo aveva mai insegnato in modo approfondito e lui non aveva mai cercato ulteriori aiuti, temendo di alterare un equilibrio vincente. Solo nel 1979, con l’aiuto di Phil Rodgers, migliorò davvero quel settore, aprendo la strada alle vittorie nei major del 1980. Col senno di poi, riconobbe di aver commesso un errore di valutazione.
Trevino rincarò la dose: “Se Jack avesse avuto un grande wedge, avrebbe vinto 30 major.

Quella idea di completezza si materializzò pochi anni dopo con Tiger Woods

Con lui, il concetto stesso di limite venne ridisegnato. Nel 2000 guidò il PGA Tour in oltre venti statistiche diverse e il suo peggior dato fu, comunque, tra i migliori del circuito. Il suo motto era semplice: “No limits”. Nick Faldo, sei volte campione major, lo riassunse così: “Per un periodo Tiger era il migliore in ogni fondamentale. Non credo si sia mai visto nulla del genere”. I numeri uno del mondo che lo seguirono hanno mostrato grandezza, ma nessuno ha replicato quella totalità. Rory McIlroy è stato brillante ma non sempre preciso nei ferri corti. Jordan Spieth ha convissuto con il driver come punto debole. Dustin Johnson ha avuto picchi di completezza, ma non continuità. Brooks Koepka è apparso perfetto in occasione dei major ma meno negli altri tornei. Jon Rahm ha mostrato un arsenale completo, ma senza continuità assoluta.

E infine, è arrivato Scottie Scheffler

Dal 2022 sta dominando il ranking mondiale costruendo una costanza paragonabile solo a quella di Tiger Woods. Con quattro major all’attivo, una medaglia d’oro olimpica e numerose vittorie sul PGA Tour, Scheffler rappresenta oggi una nuova forma di completezza: meno spettacolare, ma più stabile.

A differenza di Woods, non possiede la stessa esplosività, né la stessa potenza, ma riduce al minimo gli errori. Il suo golf è meno coinvolgente ma estremamente ripetibile. E proprio qui nasce la differenza: Tiger dominava, Scheffler controlla. Entrambi hanno avuto un punto debole. Per il 18 volte campione major la precisione dal tee in alcuni periodi; per Scheffler il putting, soprattutto nelle giornate peggiori. Ma si è trattato sempre di oscillazioni, non di difetti strutturali. Lo stesso Tiger lo ha sintetizzato con chiarezza: “Se la situazione si mette decentemente, vince. Se si mette bene, domina”. E Trevino, osservandolo da vicino, è arrivato a una conclusione quasi definitiva: “Non conosco alcuna sua debolezza”. Infine, con questo pensiero che definitivamente chiuso il cerchio. “La vera completezza non è solo tecnica, ma mentale. È la capacità di separare il golf dal resto della vita. Ed è forse questo, oggi, il nuovo significato del ‘nessuno possiede tutto’. Non perché sia impossibile eccellere ovunque, ma perché il vero equilibrio include anche ciò che accade fuori dal campo.

I colpi più belli di Scottie

Il drive basso in fade controllato (low-cut drive)

Se chiedete a Scheffler quali siano i suoi colpi preferiti, probabilmente non sarà d’accordo con queste scelte, ma ve ne proponiamo comunque alcune. Partiamo dal driver “abbassato”, basso e con traiettoria da sinistra a destra, utilizzato per trovare con precisione il fairway. Nel 2025, all’Open Championship — vinto con quattro colpi di margine — ha eseguito uno di questi drive “missile” estremamente bassi, al punto che il sistema di tracciamento della palla ne ha perso la traccia a circa 15 metri dal tee. L’impressione era quasi che la palla fosse sparita sotto il livello del terreno. Scottie abbassa molto il tee, posiziona la palla leggermente più indietro rispetto a un setup standard con il driver e assume un assetto appena aperto. Durante lo swing si nota una forte liberazione del lato destro del corpo attraverso l’impatto. La sensazione è quella di “spazzolare” la superficie della palla, creando frizione attraverso il contatto. La traiettoria esce molto bassa dalla faccia del bastone, con un leggero side spin che genera un fade controllato da sinistra verso destra. È il drive che utilizza quando vuole la massima sicurezza di trovare il fairway e giocare il secondo colpo dal centro del fairway.

Il wedge “morto” (dead-handed wedge)

Scheffler gioca questi wedge molto particolari tra i 50 e i 110 metri, in cui la palla arriva un po’ più bassa ma, nonostante questo, riesce a controllare lo spin. Le sue braccia restano incredibilmente morbide per tutta l’azione e il movimento appare estremamente fluido. Lascia che sia la lunghezza dello swing a determinare la distanza: l’ampiezza del backswing corrisponde a quella del downswing. Il punto chiave è proprio la morbidezza delle braccia. Con le “mani morte” c’è pochissimo hinge dei polsi e le braccia non sono rigide. Mantengono una leggera flessione, come se stesse facendo oscillare due corde. Sono le braccia a guidare il movimento e il corpo segue di conseguenza. Su questi approcci ci sono due variabili che puoi controllare: l’impatto con la palla e il punto del green in cui farla atterrare. E questo colpo è perfetto per gestirle entrambe.

Il pitch in discesa con arresto (checking pitch)

Questo colpo è davvero impressionante. Con palla molto in discesa, a circa 30–50 metri dalla buca, Scheffler esegue un wedge basso, con molto spin e capace di fermarsi subito in green. Sull’address la palla viene posizionata sul piede destro e la faccia del bastone è leggermente aperta e si apre maggiormente seguendo la linea della pendenza. Durante il colpo, il movimento è fortemente “hookato” nella parte bassa dello swing. Lui dice di generarlo con le mani, ma in realtà l’avambraccio destro lavora in modo molto attivo attraverso l’impatto. E fa tutto questo con un wedge di 60 gradi.

Il legno 3 schiacciato da una posizione difficile (scorched 3-wood from a sketchy lie)

La palla può trovarsi su una leggera pendenza in discesa oppure dentro una depressione nel terreno. Sono proprio il tipo di lies che trovi spesso all’Open Championship. Cosa fa Scottie? Molto spesso allarga leggermente la stance, arretra la palla e colpisce in modo deciso con il legno 3, arrivando a “schiacciare” la palla e prendendo la sabbia/terreno con il bordo d’attacco del bastone, generando un divot importante. È qualcosa di incredibile. Non penseresti mai di giocare un legno 3 da una posizione del genere, ma lui lo fa. Il colpo ha una leggera traiettoria da sinistra verso destra e massimizza la distanza. L’immagine mentale è quella di colpire dall’alto verso il basso e di entrare nel terreno come se stessi giocando un ferro 7. Per i giocatori dilettanti, provare a colpire il legno 3 da un lie infossato aiuta molto a imparare a colpire il centro della faccia del bastone. Quando finisci dentro una buca nel terreno, o un divot, è sorprendente come lo swing diventi più pulito e corretto.

(Di Jaime Diaz, foto di Jay Kolsch)