Basta americani. È una provocazione, certo, ma fino a un certo punto. Nelle ultime quattro edizioni dell’Open Championship, il trofeo è finito nelle mani di giocatori statunitensi, con l’unica eccezione rappresentata dall’australiano Cameron Smith nel 2022. Per ritrovare un vincitore europeo bisogna tornare indietro a Francesco Molinari nel 2018 e a Shane Lowry nel 2019.

È arrivato il momento che il Vecchio Continente torni a sollevare la Claret Jug

L’attesa per l’Open Championship è sempre diversa da quella degli altri Major. Lo è per la storia, per la tradizione, per il contesto e per quei campi che fanno parte dell’immaginario collettivo del golf mondiale. Dopo uno U.S. Open spettacolare nel finale ma disputato su un percorso preparato al limite, con pochissimi giocatori capaci di chiudere sotto il par, non vedo l’ora di rivedere i migliori del mondo confrontarsi con il golf dei links. È un’altra disciplina, un altro modo di interpretare il gioco.
Per noi europei l’Open Championship rappresenta qualcosa che va oltre la competizione. È cultura golfistica, è atmosfera, è il pubblico competente che segue ogni colpo con rispetto e partecipazione, è il fascino di percorsi che trasudano storia da ogni bunker e da ogni duna. Mi dispiace per gli amici americani, ma il Major più antico del mondo resta un’esperienza che nessun altro torneo può eguagliare.

Tra i campi della Rota, Royal Birkdale occupa un posto speciale

È uno dei percorsi più belli che esistano e ogni sua buca racconta qualcosa. Il pensiero corre inevitabilmente al 1976 e a quel colpo diventato leggenda. Un giovanissimo Seve Ballesteros, praticamente un ragazzino, si trovò ad affrontare l’approccio alla 18 passando in mezzo a due bunker davanti a Jack Nicklaus. Tutti consideravano quella scelta impossibile, quasi incosciente. Seve invece eseguì il colpo alla perfezione, lasciando la palla attaccata all’asta. Fu uno dei primi segnali della grandezza di un talento destinato a cambiare la storia del golf europeo. Quella fu anche la prima volta che lo vidi in un Open Championship e il ricordo è rimasto indelebile.

Non possiamo più sostenere che gli americani siano svantaggiati sui links

Hanno imparato a interpretarne le strategie, conoscono le traiettorie basse, sanno quando attaccare e quando aspettare. Il fattore campo esiste sempre meno. A meno che non arrivi il vento. Ecco il vero elemento capace di cambiare tutto. Quando il vento soffia forte, i links tornano a selezionare i migliori specialisti e gli europei possono ritrovare un piccolo vantaggio. In condizioni estreme emergono esperienza, sensibilità e capacità di controllare la traiettoria. In questo contesto vedo qualche difficoltà in più per Bryson DeChambeau, soprattutto nei colpi al green, dove il vento può complicare enormemente la gestione delle distanze. Oggi non esistono più dominatori assoluti come Tiger Woods nel suo periodo migliore. Può vincere chiunque. Scottie Scheffler è il giocatore più vicino al concetto di dominatore, ma anche lui dimostra quanto il golf resti uno sport imprevedibile. Ha abbassato leggermente il livello del gioco lungo, continua comunque a chiudere ai vertici delle classifiche e spesso arriva tra i primi pur mettendo male. Basta ricordare quanti putt per birdie ha lasciato sul percorso nelle prime tre giornate dello U.S. Open. Se dovesse ritrovare continuità sul green, il suo potenziale diventerebbe impressionante. Così, però, vincere un Open non sarà semplice nemmeno per lui. Un’altra immagine che ha colpito nelle ultime settimane riguarda il pubblico americano. Non ricordo precedenti nella storia del golf di un giocatore statunitense contestato apertamente in casa propria. Capisco che certi comportamenti possano far discutere e che distruggere un armadietto non sia accettabile, ma resta un episodio insolito. Colin Montgomerie, per esempio, veniva spesso bersagliato dal pubblico, ma era scozzese e giocava negli Stati Uniti. Vedere accadere qualcosa di simile a un americano è una novità assoluta.

La speranza è semplice: che il vento si faccia sentire

Perché il vento crea selezione e rende il torneo ancora più affascinante. E perché su campi di questa qualità, come Royal Birkdale, Royal Troon o Carnoustie, la vittoria bisogna meritarsela fino all’ultimo colpo. Non esistono scorciatoie. Devi colpire bene la palla, pensare, adattarti e resistere.
Mi auguro uno spettacolo all’altezza della tradizione. Forse non emozionante come il Masters, che resta unico nella sua capacità di creare storie, ma almeno vicino a quei livelli.
Per l’Italia ci saranno Francesco Laporta e Francesco Molinari. Realisticamente, un buon piazzamento appare l’obiettivo più concreto. Laporta è un lottatore nato, uno che non molla mai, ma la schiena resta un’incognita. Quando non puoi allenarti con continuità perdi rapidamente il ritmo della competizione e lui, che ha bisogno di lavorare molto sul campo, ne risente più di altri.
Molinari continua invece a giocare un golf di alto livello, ma il putter resta il suo principale ostacolo. Eppure l’Open ha sempre avuto qualcosa di speciale nel suo rapporto con Chicco. Fin dai tempi da amateur ha dimostrato di sentirsi a casa sui links. Quei campi li capisce, li interpreta, li ama. Anzi, sapete cosa vi dico? Speriamo che Royal Birkdale non gli piaccia. Proprio come non gli piaceva Carnoustie nel 2018…