Ma chi è questo intruso che occupa il back tee di Fulvio Golob?
E perché lo fa?

Se leggere queste righe fa sorgere domande di questo tipo a voi che state sfogliando la rivista, figuratevi a me, che di Fulvio sono stato per quarant’anni collega, estimatore, amico, a cui tocca l’impari compito di salutarlo da questa sua creatura.  

Ho dovuto intrufolarmi in questa pagina perché Golob ha deciso di giocare su altri percorsi, più ampi, più verdi, più eterei. Ora tira il carrello sui Campi Elisi, quelli che accolgono dopo la morte gli uomini amati dagli dei. E a Fulvio volevano bene tutti, anche lassù. Gli hanno concesso di far diventare le sue passioni (lo sci, la vela, il golf) il suo lavoro. Di vivere in una magica combinazione in cui mestiere e hobby diventano un tutt’uno. E quando il lavoro, proprio per questi motivi ti pare leggero, allora ci dai dentro ancora di più, diventando la locomotiva del giornale, della redazione, dell’Associazione che presiedi.

Le strade mie e di Fulvio hanno cominciato a incrociarsi più di quarant’anni fa. Lui caporedattore di “Sciare”, io suo omologo a “Nevesport”, il settimanale concorrente. Nessuna lotta, nessuno sgarbo, nessuno sgambetto: d’altra parte era impossibile litigare con lui, sempre educato, misurato, preparato e competente. Poi i nostri percorsi professionali hanno preso direzioni diverse: nei quotidiani io, fedele alle riviste lui. Ma quando scoprimmo che il golf ci accomunava, le nostre strade si sono di nuovo unite: nelle rubriche che ogni mese gli mandavo, nei progetti che insieme abbiamo preparato e portato a termine nell’Aigg, l’Associazione dei giornalisti golfisti italiani, dove, a turno, siamo stati presidente e vicepresidente.

Io c’ero quando, dodici anni fa, un malore poco prima di salire su un volo di ritorno dalla Repubblica Dominicana aveva rischiato di portarcelo via. I medici locali, all’aeroporto di La Romana, avevano diagnosticato un principio di congestione. Una flebo, una bella dormita e passa tutto. Non andò così. Dodici ore dopo, atterrati a Malpensa, mi chiese di ritirare i suoi bagagli, lui avrebbe preso un taxi e sarebbe andato subito a casa. A metà strada chiese al tassista di cambiare destinazione e di portarlo diritto in ospedale. Qui si meravigliarono che fosse arrivato vivo: da più di 12 ore era sotto infarto. Lo ricoverarono all’istante e lo tennero lì, tra terapia intensiva e reparto, per un’eternità. A Cristiana, la moglie, dissero di prepararsi a brutte notizie. 

Invece come al solito ebbe ragione lui. Si riprese, ricominciò pian piano la vita di sempre, senza mai risparmiarsi, come sua abitudine. Ma quell’evento ne minò la salute. Fulvio non se ne dava per inteso: ha continuato a passare le giornate in redazione o nelle club house dei circoli, con il taccuino in mano e la testa piena di idee. Ha continuato a progettare nuovi viaggi – la sua grande passione – e a portarli a termine. Ha continuato – altro suo grande interesse – a osservare incantato le costellazioni e a decifrare le stelle del cielo da tutte le latitudini. 

A dirigere questa rivista per diventarne poi il tattico, lasciando la barra del timone ad Andrea Vercelli. Ha continuato, in poche parole, a essere Fulvio fino all’ultimo giorno, attaccato al computer, telefono e al tablet per disporre, ordinare, richiedere, scoprire.

Quando, il 22 febbraio, abbiamo letto il suo ultimo WhatsApp (“Cari amici, un debole abbraccio a tutti. Purtroppo la situazione è piuttosto brutta…”) abbiamo pensato che ti saresti rialzato anche questa volta, come già era successo – un po’ troppo spesso, in effetti – in questi ultimi due drammatici anni.

Invece ha vinto la tua voglia di viaggiare: le condizioni di salute su questa terra te lo impedivano e allora tu sei partito lo stesso per il viaggio più lungo e avventuroso. Quello del quale tutti noi vorremmo leggere i tuoi  reportage, certi che delle tue notizie si ci può fidare. E le stelle, adesso, le vedi dall’alto, immerso tra Andromeda e Cassiopea, facendo cucù a Orione e all’Orsa Minore. Che incanto deve essere.

Buon viaggio, amico mio

Qui hai lasciato come eredità il ricordo di una persona buona, competente, capace, premurosa. E le lacrime di chi ti ha voluto bene, e sono veramente in tanti, te lo possono assicurare. 

Sul Back Tee da adesso non salirà più nessuno.