Derek Duncan, penna storica di Golf Digest, presenta l’Aronimink Golf Club che ospiterà la 108esima edizione del secondo major stagione. Un palcoscenico ideale per un tracciato che Donald Ross arrivò a definire, con rara consapevolezza, il proprio capolavoro

Alla vigilia del PGA Championship, andiamo a scoprire le buche chiave dell’Aronimink Golf Club

Percorso appena fuori Philadelphia, sicuramente meno conosciuto rispetto ai soliti noti spettacolari tracciati che, ogni stagione, ospitano i major. Il lavoro degli architetti Gil Hanse e Jim Wagner ad Aronimink si presenta oggi come un raffinato esercizio di restauro e visione, pronto a mettersi in mostra in occasione del PGA Championship, in programma dall’11 al 14 maggio. Un palcoscenico ideale per un campo che Donald Ross, suo primo progettista, arrivò a definire, con rara consapevolezza, il proprio capolavoro: “Intendevo fare di questo campo il mio capolavoro, ma solo oggi mi rendo conto di aver costruito meglio di quanto pensassi.” Ross maturò questa convinzione nel 1948, tornando su un tracciato completato vent’anni prima, nei sobborghi occidentali di Philadelphia. Una riflessione tardiva ma autentica, che trova conferma nella qualità intrinseca del layout: un disegno che valorizza il carattere naturale del terreno, esaltato da un articolato sistema di bunker e da green complessi, modellati con fine sensibilità.
Dopo diversi trasferimenti, il club trovò la sua sede definitiva nel 1926 a Newtown Square, su un terreno agricolo ondulato che offrì a Ross l’opportunità di esprimere una delle sue architetture più ambiziose. Le buche si muovono con energia tra avvallamenti e altopiani, mentre bunker strategicamente posizionati e green con diverse pendenze costruiscono a un’esperienza di gioco dinamica e profonda. Se nel tempo un’eccessiva presenza arborea aveva attenuato la leggibilità del progetto originario, un lungo lavoro di recupero paesaggistico, culminato nel restauro del 2017, ha riportato Aronimink alla sua essenza. Oggi, con un par 70 e oltre 6.675 metri, Aronimink si unisce al Merion Golf Club e ad Oakmont Country Club nel prestigioso triumvirato dei grandi campi da campionato della Pennsylvania, avendo ospitato lo U.S. Amateur 1977, un PGA Championship femminile e senior, e i PGA Championship del 1962 e, infine, l’edizione numero 108 di quest’anno.

Buca 1 – un par 4 di 396 metri

Incarna il pensiero di Donald Ross secondo cui le buche iniziali dovrebbero permettere al giocatore di trovare ritmo e controllo dello swing. Il tee shot sembra assecondare questa filosofia, con un fairway ampio e in salita. Lo scenario cambia però con il secondo colpo, una salita ripida verso un green semi-cieco, protetto da profondi bunker su entrambi i lati. È l’unico green con livelli su due livelli ben distinti, che aumenta il coefficiente di difficoltà in base a dove sarà posizionata l’asta.

Buca 5 – par 3 di 156 metri

Un par 3 corto, simile a un’isola e completamente circondato da bunker, è una delle firme progettuali che Donald Ross utilizzò a Seminole, Oak Hill, Oakland Hills, Scioto e in decine di altri club. Bene, la 5 di Aronimink è una delle sue interpretazioni più riuscite. Sebbene possa superare le 170 yard di lunghezza, Gil Hanse ritiene che dia il meglio di sé quando viene accorciata al massimo, trasformandosi in un colpo di puro tocco e sensibilità, soprattutto quando la bandiera posizionata in centro green, capace di generare birdie in serie e persino qualche hole in one.

L’identità nascosta dei bunker

Durante la costruzione originale dell’Aronimink Golf Club, i grandi bunker singoli previsti nei disegni di Donald Ross furono suddivisi in gruppi più piccoli, triplicandone il numero e conferendo al campo un aspetto più articolato e visivamente “mosso”, insolito rispetto al suo stile più essenziale. Non è chiaro se la scelta di modificare il progetto sia stata dello stesso Ross o del suo principale collaboratore J.B. McGovern, che seguì i lavori in loco per tutta la loro durata. Di fatto, quanto realizzato differiva dai disegni originari, anche se le considerazioni espresse successivamente da Ross lasciano intendere una sostanziale approvazione delle modifiche.
Nel corso dei decenni, interventi successivi da parte di altri architetti hanno progressivamente ridotto il numero dei bunker, eliminandone alcuni o riaggregandoli in forme più ampie e uniformi. Il restauro del 2017, firmato da Gil Hanse e Jim Wagner, ha invece scelto di tornare alla configurazione originale “as built”, basandosi su fotografie aeree della fine degli anni Venti. Un lavoro che ha comportato la reintroduzione di oltre 100 bunker, restituendo al campo il suo carattere distintivo e la complessità visiva pensata alle origini.

Buca 7 – par 4 di 383 metri

Ad Aronimink Donald Ross preferì i bunker ai dog-leg per dare movimento al disegno, anche se la 7 rappresenta l’ultima vera buca ad angolo del percorso. È anche uno dei fairway più difficili da prendere grazie a un primo drive cieco con un bunker come unico punto di riferimento. Un colpo che richiede precisione e una difficile area di atterraggio grazie a un fairway in forte pendenza che porta naturalmente le palline a far scivolare verso destra. I drive con una linea troppo d’attacco vengono catturati verso un terreno mosso e irregolare, mentre quelli troppo conservativi sulla sinistra finiscono in un folto rough senza possibilità di recupero facile. Anche il colpo perfetto non concede respiro. Resta infatti un approccio delicato verso un green in forte pendenza verso l’esterno e protetto da bunker.

Buca 11 – par 4 di 389 metri

Ben venti bunker, 20 trappole di sabbia che incorniciano fairway e green. Tuttavia, il vero pericolo è rappresentato dal green, il più in pendenza dell’intero percorso, talmente inclinato da rendere difficile anche la scelta delle posizioni di bandiera. Se l’approccio finisce lungo, soprattutto quando l’asta è corta a destra, significa quasi certamente incorrere in tre putt, se non peggio.

Buca 18 – par 4 di 448 metri

Si chiude il giro con autorevolezza. Nel 2025 è stato aggiunto un nuovo battitore che ne ha aumentato la lunghezza, rendendola ancora più impegnativa e paragonabile alle celebri buche finali di Merion e Oakmont. Il secondo colpo si gioca in salita verso un green in gran parte nascosto, caratterizzato da pendenze complesse che metteranno in seria difficoltà i giocatori, specie con i lunghi putt.

(Fonte: GolfDigest)