Mi sono avvicinato al golf per colpa di una scommessa. O forse dovrei dire: per colpa di una birra di troppo e di una lingua troppo lunga.
Era il 2004 e mi trovavo in un pub di San Donato Milanese, uno di quei posti dove il tempo sembra fermarsi tra un boccale e una partita a biliardo. L’odore di legno vecchio e di birra riempiva l’aria, e le luci calde davano a tutto un aspetto intimo e quasi sospeso. Ogni venerdì ci venivo con la mia fidanzata dell’epoca per dare il via al weekend. Quella sera stavo parlando con i suoi amici e amiche, tra risate, battute e storie di settimane ordinarie, quando la porta del pub si aprì con un cigolio. Entrò un ragazzo appena tornato dall’allenamento. Si fermò un attimo, respirando profondamente, e il suo sorriso stanco ma sincero catturò subito la mia attenzione.

C’era qualcosa in quell’aria di energia e determinazione che contrastava così stranamente con la calma quasi pigra del pub.

In quel momento, non avrei mai immaginato che quell’incontro casuale avrebbe cambiato il mio rapporto con lo sport e con me stesso. Eppure, in modo silenzioso e quasi impercettibile, era lì che tutto stava cominciando. Parlava del golf con l’entusiasmo contagioso di un bambino a Disneyland: “è magico, ti rimette in pace col mondo ed è lo sport più completo che esista!”.

Io, con tutta la spavalderia di chi non ha mai toccato un ferro neanche per sbaglio, gli rido in faccia: “Ma dai, il golf? Quello sport da pensionati in polo pastello e pantaloni a quadri? Fai sul serio?” Lui non si offende. Sorride. Quel sorriso calmo, sicuro, quasi zen, tipico di chi sa già che ti stai scavando la fossa da solo. “Vieni domani con me” mi dice, con tono da profeta. “Fai una lezione. Dopo o lo odierai con tutto te stesso oppure, lo amerai così tanto da cambiare la tua vita.”

E poi la frase fatale: “Scommettiamo?” Accettai. Per orgoglio, per curiosità, per sfida. Pensavo fosse una perdita di tempo. Invece, è stato l’inizio di una lenta e inesorabile conversione.

Il campo da golf era appena fuori Milano, e quel sabato mattina si presentava con il tipico freddo invernale: umido, pungente, e con una leggera nebbiolina che avvolgeva i prati. In macchina, mentre la mia fidanzata guidava, mi lamentavo: “Ma chi me lo ha fatto fare? Ci si può davvero alzare alle sette e mezza del mattino per prendere freddo?” Sbruffavo e gesticolavo, e lei mi lanciava uno sguardo tra il divertito e l’ironico. Arrivammo, e appena varcata la soglia della club house, tutto cambiò. L’aria si fece immediatamente diversa, quasi vibrante di eleganza. Il pavimento in legno lucidato rifletteva la luce morbida dei lampadari, e le pareti erano decorate con fotografie incorniciate di campioni, fermando momenti di gloria e concentrazione eterna. C’erano grandi finestre che lasciavano filtrare la luce invernale, illuminando i divani in pelle scura e i tavolini in legno massiccio. Un leggero profumo di caffè appena tostato si mescolava all’odore del legno e della moquette, e tutto insieme creava un’atmosfera calda, accogliente e incredibilmente raffinata.

Mi fermai un attimo, respirando quell’aria: era come entrare in un altro mondo, lontano dal freddo e dalla nebbia esterna, un luogo dove ogni dettaglio, dai tappeti alle tende, dalle fotografie agli arredi, parlava di cura, tradizione e passione per il golf. Mi venne incontro Marco con un gran sorriso e, senza perdere tempo, mi disse: “Vieni con me, ho già parlato con la mia maestra. Ho ceduto una mia lezione a te, ti sta aspettando.”
Ci dirigemmo verso il campo pratica, e già mentre camminavo sentivo un misto di curiosità e nervosismo crescere dentro di me. Appena arrivati, la mia maestra non deluse affatto le mie aspettative. Doveva essere sulla trentina, alta e slanciata, con capelli scuri e lucenti che le incorniciavano il viso, e un portamento elegante che tradiva sicurezza e raffinatezza in ogni gesto.

C’era qualcosa nel modo in cui impugnava il bastone, nel suo sguardo attento e nel sorriso che accennava appena, che mi mise immediatamente a mio agio e, allo stesso tempo, mi fece capire che non si trattava di una lezione qualsiasi.

Accanto a me, notai la reazione della mia fidanzata: fece una smorfia appena percettibile e il suo sorriso scomparve sotto i baffi, proprio come aveva fatto fin dal mattino, quando ancora eravamo appena svegli. Era un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma lo percepii subito: un misto di sorpresa e leggera gelosia che, in qualche modo, aggiungeva una nota di comicità e realtà alla scena. Mi sentii stranamente elettrizzato e nervoso allo stesso tempo, pronto a muovere la prima mazza, mentre il mondo del golf sembrava aprirsi davanti a me, elegante e seducente come non mi sarei mai immaginato. Lo swing, appena provai a impostarlo, mi sembrava un movimento innaturale, quasi ridicolo. Gambe, bacino, spalle, testa, braccia… tutto il corpo doveva posizionarsi e muoversi in modi che la mia logica interna rifiutava categoricamente. Mi sentivo più una marionetta goffa che un potenziale golfista.

E mentre cercavo solo di avvicinarmi all’idea di un approccio decente, il campo era pieno dei colpi secchi degli altri golfisti, ognuno concentrato sulla propria perfezione, ognuno un piccolo promemoria della mia inesperienza. In un’ora di lezione, riuscii a mandare la palla dove volevo… beh, quasi decentemente… solo una volta. Una volta sola su dieci, cento, mille tentativi immaginari.

Eppure, stranamente, non mi sentivo scoraggiato; anzi, c’era qualcosa di quasi comico nel mio sforzo goffo, nell’idea che io e la palla fossimo ancora agli inizi di un dialogo tutto da costruire.

Quando la lezione finì, decisi di continuare da solo. Presi tre cestini con cinquanta palline ciascuno, per un totale di centocinquanta palline e, inevitabilmente, centocinquanta swing. Ogni colpo era un piccolo esperimento, una sfida tra me e la mia goffaggine, tra l’illusione di controllo e la realtà del volo imprevedibile della palla. Il vento freddo sulle guance, il suono metallico delle mazze che colpivano, e le risate quasi interne che mi prendevano ogni volta che la palla finiva esattamente dove non doveva, rendevano tutto incredibilmente umano e divertente.
Alla fine, mentre contavo i resti delle palline nel cestino, capii che quel sabato mattina, tra frustrazione e ironia, stavo già costruendo una piccola ossessione personale: il golf, con tutta la sua eleganza e le sue regole innaturali, aveva appena iniziato a catturarmi.

Si avvicinò Marco, con quell’aria di chi conosce già il finale della storia, e sfoderò il suo sorriso compiaciuto.
“Allora… è uno sport da pensionati con la pancetta?” esclamò, ridacchiando, e aggiunse subito: “Domani mattina mi dirai quanti dolori avrai!”. Mi guardava con quegli occhi che sembravano leggere ogni mio pensiero, e io non potevo fare altro che ridere nervosamente.

Poi, con la sua solita precisione, aggiunse: “E poi… ti si legge sul viso, ormai ci sei dentro con tutte le scarpe.”

Le parole mi colpirono come un piccolo schiaffo affettuoso. E in un attimo, senza riuscire a trattenermi, scoppiammo entrambi in una risata fragorosa che rimbombò tra i cestini di palline e i prati umidi. Era una risata piena di ironia, di complicità, e di quella verità un po’ crudele che solo chi conosce bene l’altro riesce a dire: io ero goffo, dolorante, completamente fuori allenamento… eppure completamente catturato da quel gioco. C’era qualcosa di liberatorio in quel momento: la consapevolezza di essere inadeguato, la gioia di non prendersi troppo sul serio, e la promessa silenziosa che, in qualche modo, quel sabato sarebbe stato l’inizio di qualcosa di totalmente nuovo per me.

Maledetta scommessa. Benedetta scommessa.

Da lì cominciò la mia croce e delizia. Il mio personale girone dantesco, fatto di swing storti, bastoni lanciati (mentalmente, giuro!) e momenti di pura estasi verde. Il mio nuovo luogo di pellegrinaggio? Un piccolo circolo a Milano 3, proprio accanto alla sede della Banca Mediolanum, sì, proprio lì, dove il verde è curato meglio del salotto di tua madre e il silenzio è rotto solo dal “toc” secco di una pallina colpita bene (raramente da me, va detto). Con buona pace della mia fidanzata, potevo finalmente dedicarmi al golf senza che lei si preoccupasse troppo.

Avevo un maestro, dopotutto, e questo bastava a rassicurarla: poteva starsene tranquilla, sorseggiando il suo caffè o osservando le mie figure goffe al campo pratica, senza temere che mi facessi davvero male… o che combinassi disastri irreparabili.
E io? Beh, ero altrettanto tranquillo… o almeno ci provavo, mentre dentro di me ridevo della mia goffaggine e del fatto che, tra swing improbabili e palline volanti, stavo lentamente entrando in un mondo che mi avrebbe conquistato, un colpo sbilenco alla volta. Non passava pomeriggio che, finito il lavoro, non infilassi scarpe da golf e mi catapultassi al campo pratica. Una vera malattia.

Altro che happy hour, altro che divano e TV. Io stavo lì, a colpire palline come un fabbro, convinto che il colpo perfetto fosse sempre quello dopo.

Ed era sempre dopo, dannazione. A un certo punto, la mia dedizione rasentava la follia: comprai perfino le palline fluò. Sì, quelle fosforescenti, da rave party in stile anni ’90, pur di vederle volare nelle nebbiose giornate milanesi. Sembravano mini-astronavi perse nella galassia Padana. Le cercavo tra la nebbia come Indiana Jones col tesoro, con gli occhi strizzati e il cuore in mano, temendo ogni volta di averle perse per sempre. E quando le trovavo? Gioia pura. Quasi quanto un birdie (quasi, eh). Il bello o il tragico, dipende dai giorni è che il golf non ti perdona, ma ti seduce. Ti illude con un colpo buono ogni dieci, ti dà l’illusione del controllo, e poi… puff! Slice. Hook. O, nel mio caso, buca sbagliata.

A questo punto fui letteralmente travolto dallo shopping compulsivo. Sacca, ferri, bastoni, scarpe, cappellini e ogni genere di accessorio che un golfista potesse desiderare finivano per accumularsi a casa mia come piccoli trofei di una nuova ossessione.

Ogni sabato mattina diventava un rito: mi dirigevo verso “Polo’s”, un negozietto in centro, in una traversa di Piazza San Babila. Varcare quella porta era come entrare in un piccolo santuario del golf: scaffali ordinati, colori tenui, profumo di pelle nuova e tessuti pregiati. E io, con la carta di credito pronta, mi trasformavo in un tenore della Scala di Milano, facendola “cantare” ad ogni acquisto, con un entusiasmo quasi teatrale e una soddisfazione contagiosa.

Ogni bastone comprato, ogni cappellino scelto, era un piccolo passo verso il mio sogno di diventare, se non un professionista, almeno qualcuno che sapeva tenere dignitosamente una mazza in mano.

In quei momenti ridevo tra me e me, consapevole della follia della mia spesa, ma incapace di fermarmi: lo shopping era diventato parte integrante del mio viaggio nel mondo del golf, e io ne ero completamente conquistato. Poi scoprii la catena Golfus, e fu come entrare in un mondo parallelo: migliaia e migliaia di metri quadrati dedicati al golf, scaffali infiniti di bastoni, scarpe, guanti, e accessori che non sapevo nemmeno esistessero. Un vero e proprio paradiso per chi, come me, stava rapidamente trasformando il golf in una piccola ossessione.
È un franchising presente in tutta Italia, e io, con la mia curiosità e la mia carta di credito, credo di averli visitati almeno una decina.

Ogni volta era la stessa scena: entravo con l’intenzione di guardare “solo un attimo”, e uscivo qualche ora dopo con il bagagliaio della macchina pieno e il portafoglio un po’ più leggero, convinto di aver compiuto scelte razionali. C’era qualcosa di surreale nel perdersi tra corridoi lunghissimi, montagne di palline e file interminabili di mazze, come se stessi camminando in un tempio moderno dedicato a un unico dio: il golf. E io, devoto e un po’ goffo, ero lì a fare la mia piccola rituale danza tra scaffali, sorridendo tra me e me per la mia stessa follia.

Ogni tanto, grazie a qualche aggancio ben piazzato o a una faccia tosta degna di miglior causa, riuscivo perfino a scroccare un invito al Castello Tolcinasco. E lì, signori miei, si apriva il sipario del teatro dei sogni. Diciotto buche vere, toste, eleganti, verdi come l’invidia di chi non può entrarci. Camminare su quei fairway perfetti mi faceva sentire un professionista o almeno un caddie di lusso con manie di grandezza. Tolcinasco era un altro mondo. Altro che il mio piccolo circolo di quartiere: qui c’erano carrelli elettrici, gentlemen in abbigliamento da catalogo e silenzi così solenni che ti sentivi in chiesa. Mi aggiravo tra green e bunker come se dovessi essere selezionato per il PGA Tour, anche se la realtà era ben più comica: swing incerti, score che non stavano in una riga, e palline perse come calzini in lavatrice.

Ma dentro di me… oh, dentro di me ero Seve Ballesteros reincarnato.

Iscriversi? Figurarsi. Troppo costoso. Era come guardare una vetrina di pasticceria da fuori con la fame a mille e il portafogli vuoto. Ma bastava entrare da ospite, anche solo una volta al mese, per sentirmi parte di qualcosa di grande. Anche se solo per un pomeriggio.

Nel frattempo, però, dovevo sopravvivere al sarcasmo dei miei colleghi e amici. “Ma dai, il golf? Quello sport da vecchi con la panza?” “Non è neanche uno sport, suvvia, non si corre, non si salta, non si suda!” Io sorridevo. E dentro pensavo che fossero degli ingenui, dei poveri illusi.

Ignoravano che dopo 18 buche a camminare sotto il sole, tra rough e salite assassine, la tua schiena ti chiedeva il divorzio. Ignoravano la concentrazione mentale necessaria per allineare un putt da 3 metri con la mano che trema. Ignoravano tutto del controllo, della pazienza, della rabbia repressa davanti a una pallina che non collabora.

Altro che sport da vecchi. Il golf è uno sport da samurai. In polo e guanti bianchi, ma sempre samurai.

In quell’anno, era il 2004, per chi prende appunti, in TV impazzava la nuova edizione del Grande Fratello. Tra i concorrenti spuntò lui: Ascanio Pacelli. Bel ragazzo, fisico scolpito, sguardo da bravo ma un po’ furbetto, un certo aplomb aristocratico e udite udite: giocatore di golf. Giocatore di golf! In un attimo, il golf smise di essere solo “quella roba da pensionati col cappellino” e diventò improvvisamente cool, trendy, sexy perfino. E lì, in quel preciso momento, mi si accese la lampadina. Perché diciamolo: a quei tempi, fisicamente mi difendevo eccome. Avevo i miei tatuaggi belli in vista, la mia postura da (quasi) atleta e, soprattutto, giocavo a golf. Serve aggiungere altro? Per un po’, lo ammetto con un sorriso, sono stato l’Ascanio di qualcuno. Magari senza villa con telecamere h24, senza confessionali, senza dirette in prima serata ma in certi sguardi, in certe risatine, in certe presentazioni con un “Sai, anche lui gioca a golf!”, mi ci vedevo.

Un Ascanio di periferia, con meno glamour e più nebbia padana, ma pur sempre un golfista tatuato con un certo perché.

Certo, nessuno mi chiedeva gli autografi fuori dal campo pratica, e i confessionali me li facevo da solo, in macchina, dopo un triplo bogey ma c’era quell’aria, quel momento magico in cui golf, fisico e inchiostro sulla pelle sembravano un cocktail vincente. In questi anni, di personaggi ne ho visti tanti. Alcuni si sono avvicinati al golf per curiosità, altri per passione vera, altri ancora, beh, diciamolo: perché “fa figo”. Sì, perché il golf, agli occhi di certi nuovi adepti, è diventato un accessorio da ostentare, tipo l’orologio di lusso o l’auto sportiva con targa personalizzata.

Come direbbero i miei figli con quel misto di ironia e disincanto tipico della nuova generazione: “Fa riccanza, papà.” Eccoli lì, li riconosci subito. Scarpe immacolate, guanti mai usati, sacca con tutto il set in titanio appena acquistato online (ancora con l’etichetta appesa). Arrivano sul campo con l’atteggiamento di chi sta entrando in un lounge esclusivo, non su un fairway. I selfie davanti alla club house, i video rallenty dello swing rigorosamente sbilenco, postati su Instagram con hashtag (almeno una dozzina) tipo #golfvibes #passion #green ecc. Li lasciamo fare.
Che si godano la loro figura pietosa. Non per cattiveria, ma perché il golf non si improvvisa. Non si compra. Il golf si ama. Punto. È uno sport che ti prende l’anima, non l’algoritmo. Non si esibisce: si vive. Con i piedi nell’erba, le mani sporche di terra, il sudore sotto al cappellino e quella pallina maledetta che ti sfida a essere migliore. Il golf è un rito, un dialogo tra te, la natura e i tuoi limiti.
E non c’è filtro o stories che possa raccontarlo davvero. Chi lo gioca per moda, prima o poi molla.

Chi lo gioca per amore, non smette più.