C’è una parola che torna puntuale quando si parla di Francesco Molinari e di Open d’Italia: destino. Ogni dieci anni riaffiorano la cabala dei numeri e il fascino delle coincidenze.Il 2006, anno della vittoria al Castello Tolcinasco da giovane emergente, il 2016, il trionfo al Milano da campione ormai consacrato tra i più forti al mondo, e ora, nel 2026, si vuole il suo grande ritorno al Circolo Golf Torino La Mandria.
È inevitabile che il pubblico italiano sogni un’altra favola, ma il rischio è trasformare l’attesa in un peso eccessivo per chi, invece, merita rispetto per una carriera straordinaria costruita in questi vent’anni.
Francesco Molinari non ha più nulla da dimostrare. La sua storia parla da sola: un major conquistato, vittorie sia sul DP World Tour che sul PGA Tour, Ryder Cup dominate. Tutti successi che hanno cambiato la percezione del golf italiano nel mondo. Pensare però che basti tornare a Torino per replicare automaticamente il copione del 2016 significa ignorare la realtà del golf moderno. Oggi, la concorrenza è feroce, popolata da ventenni aggressivi, potenti, senza paura, cresciuti dentro un sistema di statistiche, algoritmi e preparazioni scientifiche che ha ridotto quasi a zero il cosiddetto “fattore campo”.
E infatti il punto è proprio questo. Sui links come Royal Troon o Royal Portrush, dove vento, rimbalzi e dettagli invisibili fanno davvero la differenza, l’esperienza del giocatore locale può avere un peso. Ma su un parkland il vantaggio è relativo. Due giri di prova campo bastano ai professionisti per capire linee, strategie e punti di atterraggio.
Semmai, giocare in casa aggiunge pressione: tutti si aspettano la vittoria, tutti vogliono rivivere il passato.
È successo nel 2016, quando Molinari arrivava da protagonista assoluto del circuito mondiale ed era naturale immaginarlo favorito. Oggi, il contesto è diverso. Questo non significa ridimensionare Francesco, ma guardare con lucidità al torneo. Per un giocatore over 40, in un golf che corre sempre più veloce, un piazzamento nei primi dieci sarebbe già un risultato di enorme valore.
Chi conosce davvero questo sport sa quanto sia complicato vincere dopo i quarant’anni. La buona notizia, semmai, è che l’Italia non arriva all’Open aggrappandosi solo alla nostalgia.
Questa volta il movimento azzurro ha davvero un gruppo profondo, credibile, capace di sognare in grande. Ci sono tanti italiani che possono stare nella parte alta del leaderboard e persino giocarsi la vittoria. C’è grande curiosità attorno a Filippo Celli, talento imprevedibile ma con colpi da altissimo livello che si è conquistato un posto per lo U.S. Open. Renato Paratore resta uno di quei giocatori capaci di passare dal genio al caos nel giro di poche buche, ma proprio per questo potenzialmente pericolosissimo. Guido Migliozzi possiede tutte le armi tecniche per esaltarsi su un percorso del genere, mentre Francesco Laporta, se ritroverà continuità, può sfruttare le sue qualità migliori: approcci solidi e un putting sempre affidabile.
E poi c’è Gregorio De Leo, ragazzo eccezionale dentro e fuori dal campo, senza dimenticare Matteo Manassero, che sui campi tecnici e impegnativi continua a mostrare qualità straordinarie dal tee al green, anche se il putter resta la variabile decisiva del suo rendimento. Sarebbe bello avere almeno due o tre italiani nelle ultime partenze di sabato e di domenica. Significherebbe trasformare Torino in un’arena vera, accendere il pubblico e giocarsi davvero qualcosa di importante.
Perché il campo piemontese sarà sicuramente preparato in condizioni perfette, ma probabilmente lo bagneranno parecchio. Bisognerà tirare dritto, evitando alberi che entreranno spesso in gioco, ma con green morbidi sarà possibile attaccare l’asta. Se il putter funzionerà, si potrebbe tranquillamente arrivare intorno ai 18/20 colpi sotto il par.
Naturalmente l’Italia dovrà guardarsi anche dalla nuova ondata europea.
I francesi stanno producendo una generazione impressionante, così come gli spagnoli, con giovani come Angel Ayora e David Puig. E poi c’è l’infinita pattuglia inglese, sempre profonda e competitiva.
Ma l’Open d’Italia, stavolta, non ha bisogno di favole costruite a tavolino. Non serve chiedere a Molinari un’altra impresa impossibile per sentirsi orgogliosi. Il golf italiano arriva a Torino con un gruppo di giocatori che può davvero competere. E questa, più di qualsiasi cabala, è la cosa che conta davvero.