Il golf è uno sport che mette in competizione prima di tutto con noi stessi. A chi non lo pratica questa frase può sembrare quasi un luogo comune, o una di quelle riflessioni un po’ filosofiche che i golfisti amano ripetersi tra una buca e l’altra.
In realtà, chi gioca a golf sa perfettamente quanto sia vera. In campo non si compete soltanto con il percorso o con i compagni di gioco: si compete con il proprio gesto tecnico, con la propria concentrazione e con la capacità di ripetere uno swing efficace. Ogni colpo diventa una sorta di verifica personale.
Il golfista amatoriale lavora costantemente su dettagli che, a chi guarda da fuori, sembrano quasi invisibili: l’allineamento rispetto al bersaglio, il ritmo dello swing, la rotazione del busto, il trasferimento del peso, il punto d’impatto sulla faccia del bastone. Poi c’è il gioco corto, che è quasi una disciplina a parte: approcci, chip, bunker e soprattutto il putting. Qui entrano in gioco sensibilità, controllo della distanza e lettura delle pendenze del green. E quando tutto funziona, la soddisfazione è enorme.

Quando non funziona… beh, il golf ricorda subito chi comanda. Perché il golf, a differenza di molti altri sport, è spietato. Non perdona e, soprattutto, non dimentica quando lo si trascura.

Basta fermarsi per un paio di mesi, per un acciacco fisico, per lavoro o per qualche impegno familiare e al ritorno sul campo si ha spesso la sensazione di essere tornati alle origini.
Lo swing, che nella memoria sembrava fluido ed elegante, diventa improvvisamente rigido e sospettosamente simile a quello di chi ha appena scoperto il golf su YouTube la sera prima. Gli approcci perdono completamente la distanza e il putter, che una volta sembrava un alleato fidato, decide di collaborare solo entro il rassicurante raggio del mezzo metro… e non sempre con entusiasmo. In altri sport il ritorno è molto più indulgente. Un tennista che non gioca da mesi, dopo qualche palleggio ritrova comunque diritto e rovescio. Uno sciatore, dopo un anno, riesce quasi subito a scendere anche su piste impegnative. Lo stesso vale per molti sport di squadra come basket, pallavolo o calcetto, dove il gesto tecnico è sostenuto anche dalla dinamica del gioco. Nel golf invece tutto dipende da un movimento complesso che dura poco più di un secondo ma coinvolge coordinazione, equilibrio, ritmo e memoria muscolare. Se uno di questi elementi si perde, il risultato si vede immediatamente… e spesso prende la forma di una palla che parte con decisione nella direzione opposta rispetto a quella prevista.

Naturalmente questo discorso vale soprattutto per i dilettanti. I professionisti, come Scottie Scheffler o Rory McIlroy, appartengono a un altro pianeta tecnico: per loro lo swing è ormai un automatismo costruito con migliaia di ore di allenamento. Per noi comuni mortali, invece, il golf rimane un esercizio continuo di pazienza, autocontrollo e autoironia. Perché dopo un colpo perfetto che ti fa sentire pronto per il Masters, ne arriva quasi sempre uno che ti riporta immediatamente alla realtà… ricordandoti che, in fondo, nel golf l’avversario più difficile da battere sei sempre tu. E che, molto spesso, sta vincendo lui.

Tutta questa premessa filosofico-sportiva serve però a introdurre un altro avversario. Perché sì, va bene la crescita personale, il miglioramento dello swing, la ricerca dell’equilibrio interiore… ma poi c’è la realtà del golf club.

Confessiamolo: ognuno di noi ha quel rivale.

Non è necessariamente il più simpatico del circolo. Anzi, di solito è esattamente il contrario. È quel tipo che gioca sempre bene. O almeno così sembra. Non lo vedi mai sbagliare davvero. Magari ogni tanto fa un mezzo errore, ma con la stessa eleganza con cui gli altri fanno i colpi perfetti. Capita di trovarlo accanto al campo pratica. Tu sei lì con il tuo ferro 7 che alterna colpi discreti a cose che farebbero arrossire anche un principiante. Lui invece piazza la pallina, swing fluido, contatto pulito, traiettoria alta, palla che cade esattamente dove dovrebbe. A quel punto fai finta di guardare altrove. Ti aggiusti il guanto. Studi il cielo. Osservi con grande interesse un albero a trecento metri. Ma in realtà lo stai sbirciando di lato, con un solo desiderio nel cuore: che sbagli. Diciamolo senza filtri. Lo stai gufando. Aspetti quel colpo grasso, quella palla toppata, quel gancio devastante nel bosco. Un piccolo incidente tecnico che ristabilisca l’equilibrio dell’universo. Invece niente. Lui non sbaglia. Al massimo fa un colpo “non perfetto” che finisce a sei metri dalla bandiera. Che, nel suo linguaggio, equivale a una tragedia sportiva. La stessa scena si ripete in campo. Capita che giochi la buca davanti alla tua. Oppure una dietro. Ogni tanto lo guardi. Il sentimento è sempre lo stesso. E anche il suo gesto tecnico è sempre lo stesso: naturale, rilassato, efficace. E soprattutto, ancora una volta… non sbaglia.

Poi arriva il momento peggiore. Quello della club house.

Lo incontri lì, seduto tranquillo, con quell’aria serena che solo chi ha appena fatto un gran giro riesce ad avere. Tu ti avvicini con la dignità di chi ha appena litigato con tre bunker e quattro putt da un metro. A quel punto lui, con tono quasi dispiaciuto, dice: “Eh, sai… ultimamente gioco poco. Ho questa lombosciatalgia… non riesco ad allenarmi con continuità. Se riesco a venire una volta ogni quindici giorni è già tanto”.

E lì succede qualcosa dentro di te.

Senti prodursi una quantità di bile e acidità che la comunità scientifica dovrebbe studiare. Una reazione chimica di proporzioni epiche. Talmente intensa che non basterebbe una scatola di Gaviscon per gestirla. Probabilmente servirebbe un pallet. Tu annuisci. Sorridi. Fai anche un piccolo commento comprensivo. “Eh sì… la schiena è una brutta cosa.” Nel frattempo dentro di te stai pensando una sola cosa:

Se questo gioca così una volta ogni quindici giorni, io cosa sto facendo da vent’anni?

A quel punto annuisci. Sorridi persino. “Eh sì… la schiena è una brutta cosa.” Lo dici con tono solidale, quasi medico. Come se stessi partecipando a un congresso di ortopedia e non a una conversazione con uno che, pur giocando “una volta ogni quindici giorni”, ha appena fatto cinque par e due birdie. Poi ti alzi. Con dignità. Quella dignità un po’ fragile di chi ha appena preso tre putt da un metro e mezzo ma vuole comunque uscire di scena con un minimo di eleganza. Saluti. “Ci vediamo in campo.” E te ne vai. Solo che mentre attraversi il parcheggio inizi a borbottare. All’inizio piano, quasi impercettibile. Una specie di mantra golfistico fatto di sospiri, commenti tecnici e qualche considerazione poco elegante sulla fortuna altrui. Poi sali in macchina. Chiudi la portiera. E lì il monologo interiore prende definitivamente quota. Ripercorri mentalmente tutta la giornata: il drive alla 3 che “di solito non lo sbaglio mai”, l’approccio alla 7 che “ha rimbalzato male”, il putt alla 12 che “sembrava in discesa ma non lo era”. Nel frattempo, inevitabilmente, riaffiora anche lui. Il rivale. Il fenomeno con la lombosciatalgia intermittente. “Una volta ogni quindici giorni… certo.” Lo ripeti ad alta voce, mentre accendi il motore.

Durante il tragitto verso casa la tua analisi diventa sempre più approfondita. Metti in discussione la fisica, la biomeccanica dello swing, l’ordine naturale delle cose e, a tratti, anche la giustizia divina applicata al golf. Poi però succede una cosa curiosa. Arrivi a casa. Poggi la sacca. Ripensi a quel colpo buono che, in mezzo al disastro generale, ti era uscito davvero bene. E all’improvviso ti torna un pensiero familiare, quello che tutti i golfisti conoscono perfettamente: “Alla prossima andrà meglio.”
È esattamente in quel momento che il golf ha già vinto di nuovo. E tu, con sorprendente entusiasmo, stai già pensando a quando tornare al campo… magari sperando che, per quella volta, la lombosciatalgia del tuo rivale peggiori leggermente.