Giocare a golf significa imparare un linguaggio, delle regole e una serie di abitudini che, con il tempo, diventano automatiche. Ma per chi si avvicina al golf da adulto, senza alcuna esperienza precedente, alcune espressioni possono essere davvero… difficili da interpretare. La storia di Grace Hamm lo dimostra alla perfezione.
Più giochi a golf, più il suo linguaggio e i suoi rituali diventano naturali. Regole, etichetta, terminologia: dopo un po’ non ci fai più caso.
È facile però dimenticare che, per chi arriva al golf senza alcuna esperienza, soprattutto da adulto, tutto questo può sembrare l’atterraggio su un altro pianeta.
Al di là dell’obiettivo più semplice – mandare la pallina in buca con il minor numero possibile di colpi – esiste un intero universo culturale da imparare. E alcune espressioni che per un golfista sono assolutamente normali possono diventare, per un principiante, terreno fertile per interpretazioni decisamente creative. E a volte, queste interpretazioni sono semplicemente esilaranti.
La storia di Grace
Grace Hamm ha 30 anni, lavora nel settore tecnologico nell’area di Toronto e, soprattutto, è l’esempio perfetto di quanto velocemente il golf possa conquistare un nuovo giocatore.
A farle conoscere il gioco è stato suo marito, circa tre anni fa. All’inizio Grace giocava senza troppi impegni, finché un giorno decise di regalare al marito un pacchetto di quattro lezioni. Il pacchetto da due costava meno, così Grace decise di partecipare insieme a lui.
Finite le lezioni, però, arrivò la conclusione più naturale possibile: se non avesse continuato ad allenarsi, avrebbe sprecato i soldi spesi per le lezioni. E Grace, a quanto pare, non è una persona che fa le cose a metà.
«Divento un po’ ossessiva con queste cose», ha raccontato. «All’epoca avevamo un simulatore nel nostro appartamento e lo prenotavo letteralmente per due o tre ore alla volta, quattro o cinque volte alla settimana».
In altre parole, Grace è diventata una golfista ossessionata dal gioco in tempi record.
Oggi frequenta campi come Lakeview e Copetown Woods, nei dintorni di Toronto, e il suo miglior risultato personale è stato un 99, appena sotto il muro psicologico dei 100.
E c’è anche un dettaglio non trascurabile: dopo appena un anno dall’inizio della sua avventura golfistica, Grace ha realizzato addirittura un albatross.
Su un corto par 5 ha giocato due dei migliori colpi della sua vita, chiudendo la buca con un incredibile approccio imbucato da circa 137 metri utilizzando un ibrido 5.
Ma, incredibilmente, nemmeno l’albatross è la parte più divertente della sua storia.
Quella misteriosa voce: “Green in Regulation”
Quando ha iniziato a giocare sui campi veri, Grace ha seguito l’abitudine del marito e ha cominciato a utilizzare l’app 18Birdies per registrare i propri score. L’app permette di inserire una quantità enorme di informazioni: fairway presi, numero di putt, statistiche varie.
Grace, però, all’inizio si limitava al punteggio. Dopo ogni buca, apriva il telefono per registrare il risultato e si trovava davanti a una domanda che non riusciva proprio a comprendere: Green in Regulation.
Accanto alla voce comparivano un segno di spunta e una X. Che cosa significava? Era davvero importante?
Dopo un po’, Grace decise che la risposta doveva essere molto più semplice di quanto sembrasse. L’app le stava chiedendo se il green fosse “in regola”. Ovvero: il green era in buone condizioni?
«Pensavo: “Beh, è un po’ strano”», ha raccontato ricordando la prima volta in cui si trovò davanti alla voce GIR. Ma non le sembrò una questione abbastanza importante da chiedere spiegazioni a qualcuno.
Così guardò il green, lo studiò attentamente e prese la sua decisione. Sembrava a posto e quindi cliccò sul segno di spunta.
Il giudice dei green
Da quel momento nacque una routine. A ogni buca Grace osservava il green, ne valutava le condizioni e stabiliva se fosse oppure no “in regulation”.
«Pensavo: “I green che vedo in televisione sono perfetti”», ha raccontato. «Immacolati. Forse si riferisce proprio a quello».
Grace, a quanto pare, era una giudice piuttosto benevola. Nella maggior parte dei casi assegnava il suo personale “via libera” a tutti e 18 i green, anche quando stava giocando giri abbondantemente sopra i 100 colpi.
La X arrivava soltanto quando il green era davvero messo male: erba bruciata dal caldo estivo, superfici molto irregolari o qualche altro evidente problema. La cosa ancora più divertente è che Grace non ricorda di aver mai spiegato questa sua interpretazione al marito.
E se per caso lo aveva fatto, evidentemente non aveva ricevuto una risposta capace di risolvere il mistero. A volte, davanti a un green particolarmente difficile da giudicare, chiedeva anche ai compagni di gioco se secondo loro fosse “in regulation”. Loro rispondevano tranquillamente, senza avere la minima idea del vero motivo della domanda.
Ma perché l’app voleva saperlo? Rimaneva comunque un interrogativo: perché mai un’app per il golf avrebbe dovuto chiedere se il green era in buone condizioni?
Grace trovò una spiegazione. Probabilmente, pensava, si trattava di una statistica avanzata. Forse serviva a mettere il punteggio in prospettiva.
Avevi fatto un numero enorme di colpi su una buca? Magari il green era in pessime condizioni. Non sapeva esattamente come quella informazione potesse essere utilizzata, ma era convinta che dovesse avere un significato.
Poi iniziò a inserire nell’app anche il numero totale dei putt. Ed è proprio a quel punto che la situazione diventò ancora più confusa. 18Birdies cominciò infatti a rispondere automaticamente alla domanda sul Green in Regulation, utilizzando il suo punteggio e il numero di putt.
Ma come poteva l’app sapere se il green era in buone condizioni? E soprattutto: perché continuava a dirle “no” su così tante buche, anche quando il green sembrava perfetto?
La spiegazione di Grace: “Lo hanno votato gli altri” Anche questa volta Grace trovò una spiegazione. Forse, pensò, l’app aveva semplicemente raccolto le valutazioni degli altri golfisti.
Un po’ come funziona Waze: se abbastanza automobilisti segnalano una macchina ferma sul ciglio della strada, l’app sa che lì c’è un problema. Forse, quindi, se abbastanza golfisti avevano indicato che un green non era “in regulation”, l’app non aveva più bisogno del suo giudizio.
Una teoria perfettamente logica. Peccato che fosse completamente sbagliata. E la cosa incredibile è che questa storia è andata avanti per anni.
La rivelazione
Poi, circa un mese fa, Grace si è imbattuta in un Reel su Instagram che prometteva di spiegare finalmente che cosa significasse davvero GIR. Ha premuto play pensando che, magari, avrebbe risolto qualche dubbio rimasto. E dopo pochi secondi ha capito tutto.
Green in Regulation non ha nulla a che vedere con le condizioni del green. Indica invece il numero di colpi necessari per raggiungere il green rispettando il criterio previsto dalla statistica.
Improvvisamente tutto è diventato chiaro. E quando la verità è finalmente arrivata, Grace non ha potuto fare altro che scoppiare a ridere. A ridere di se stessa, dell’assurdità della situazione e soprattutto di quanto tempo avesse passato a giudicare la qualità dei green di tutto il mondo sulla base di un malinteso colossale.
La volta successiva che ha giocato con il marito, la cosa le è tornata in mente già alla prima buca. E ancora una volta è scoppiata a ridere, prima di dovergli finalmente spiegare tutta la storia. Poi ha raccontato l’accaduto su Reddit. E lì la situazione è diventata ancora più divertente.
Non è l’unico
Il post di Grace ha spinto altri golfisti a raccontare i propri malintesi legati al linguaggio del gioco.
C’è chi, per esempio, ha pensato che “gimme” significasse che il primo putt fosse automaticamente considerato valido.
Altri hanno scoperto di aver interpretato male l’espressione “nice up and down”, usata per descrivere la capacità di recuperare una buca con un approccio e un putt. Alcuni, invece, pensavano semplicemente che “up” e “down” indicassero il movimento della pallina: prima sale, poi scende sul green.
Insomma, il golf è pieno di espressioni che, fuori dal loro contesto, possono sembrare completamente prive di senso.
Grazie, Grace
La cosa più bella di questa storia, però, non è soltanto il malinteso, è il modo in cui Grace ha deciso di raccontarlo.
Avrebbe potuto semplicemente dimenticare tutto e non parlarne mai più. Invece ha scelto di condividere pubblicamente quella che, per qualsiasi golfista alle prime armi, sarebbe potuta diventare una storia piuttosto imbarazzante.
E oggi il ricordo di tutte quelle volte in cui ha scrutato attentamente un green per stabilire se fosse “in regulation” continua a farla ridere. In fondo, è anche questo il bello del golf.
Un gioco complicato, pieno di regole, termini misteriosi e tradizioni che per chi lo pratica da anni sembrano scontate. Ma che, viste dagli occhi di un principiante, possono assumere significati completamente diversi.
E Grace, con la sua involontaria carriera da ispettore dei green, ci ha regalato probabilmente uno dei più divertenti malintesi nella storia recente del golf.
di Shane Ryan – Foto e testo Golf Digest
Il più esilarante malinteso di golf