Ha vinto, anzi è sopravvissuto Wyndham Clark. A lui è andato il 126° U.S. Open nell’inferno golfistico di Shinnecock Hills, su un campo già di per se tremendo per difficoltà techiche reso ancora più ingiocabile da Madre Natura nelle prime giornate, spazzato da raffiche di vento al limite della regolarità.

A poco è servito bagnare i green nel corso del torneo: domenica, nelle 18 buche decisive, abbiamo assistito a tutto e al contrario di tutto, con i grandi del golf mondiale in seria ed evidente difficoltà nel gestire le insidie dietro ogni colpo.

Ha vinto Wyndham Clark, al secondo titolo in carriera allo U.S. Open dopo il successo del 2023 al Los Angeles Country Club. Ha trionfato un americano, ma non certamente il più amato dal pubblico, anzi.

Al 32enne del Colorado la gente non ha ancora perdonato il comportamento non certo esemplare tenuto lo scorso anno proprio allo U.S. Open giocato a Oakmont, dove dopo aver mancato il taglio ha letteralmente distrutto a pugni il suo armadietto. Episodio che ha portato il circolo a dichiararlo d’ora in avanti persona non più gradita.

Un’atmosfera quasi surreale lo ha accompagnato domenica sino alla 18 di Shinnecock dove, con un solo colpo di vantaggio, ha superato Sam Burns, alla seconda delusione consecutiva dopo quella dello scorso anno proprio a Oakmont, dove si fece rimontare nel giro finale da JJ Spaun.

La gente a Shinnecock voleva il successo di Scottie Scheffler nel giorno del suo 30° compleanno. Voleva il numero uno del mondo chiudere il Career Grand Slam come Rory McIlroy ha fatto lo scorso anno al Masters, scrivendo un’altra indimenticabile pagina di storia del golf.

Wyndham Clark ha spezzato il sogno americano di Scottie e del pubblico, apertamente schierato con lui, e questo Clark lo ha sofferto chiaramente, a volte quasi stizzito.

Clark non è il tipo di persona e giocatore che piace a tutti, il suo U.S. Open sembrava lo stesse giocando più in Europa che negli Stati Uniti. Ogni miracoloso par salvato domenica nei momenti decisivi è stato accolto con brusii di disapprovazione. Ogni approccio che finiva fuori green con soddisfazione.

“La gente non è stata particolarmente gentile”, ha detto con una risata il suo caddie, Dave Pelekoudas. Clark assorbiva ogni applauso per Scheffler fingendo che fosse rivolto a lui. Ogni fischio era un motivo per diventare ancora più combattivo. Gli sfottò significavano che stava facendo qualcosa di giusto. Sapeva dentro di se che se fosse rimasto concentrato sul proprio gioco, alla fine i tifosi sarebbero stati costretti a riconoscerlo.

È evidente che capiva il motivo delle critiche. Il fattaccio di Oakmont ha rappresentato uno dei momenti più bui della sua vita e carriera. Si isolò per giorni, abbattuto sia come persona sia come giocatore. Il fatto che sia riuscito a imporsi nuovamente di fronte a un’atmosfera quasi surreale come quella di domenica a Shinnecock è la prova del grande lavoro che ha fatto su se stesso in questi 12 mesi.
“Ha praticamente riprogrammato la testa – ha dichiarato Julie Elion, la sua psicologa sportiva -. Ha trovato una pace interiore e una capacità di lottare che sono davvero notevoli”.

Quei momenti difficili hanno reso il trionfo di Wyndham Clark ancora più dolce. Ha resistito al tentativo di rimonta di Burns, chiudendo di fatto i giochi con lo spettacolare birdie della 16, dandogli quel margine necessario per portarsi a casa per la seconda volta il trofeo del major americano più antico.

I fischi alla premiazione non sono spariti ma gli applausi ormai li bilanciavano. La sua partita, dentro e fuori dal campo, Wyndham Clark l’ha vinta meritatamente.

Questa la classifica finale del 126° U.S. Open