Negli ultimi anni il ruolo del caddie è cambiato radicalmente, basta guardare chi porta la sacca ai top player. Mi viene in mente Michael Greller, caddie di Jordan Spieth nonché ex professore di matematica. Ma questo è solo un piccolo caso. 

Il loro lavoro è fisico e faticoso ma, soprattutto, di grande responsabilità. Serve avere un gran carattere, carisma e sapersi imporre su personalità sicuramente non facili da gestire. 

I caddie di oggi hanno poi dietro di sé dei veri e propri sindacati che li seguono e li tutelano. 

In Europa da tanti anni hanno una loro Associazione, gli vengono organizzati gli spostamenti e hanno alberghi a loro riservati.

Ecco, negli anni ‘80 e ‘90 tutto ciò non esisteva

In campo vedevi spesso delle “macchiette” come un caddie diventato famoso per essere sempre ubriaco e per addormentarsi ovunque si trovasse. Si assisteva a risse tra due fazioni: scozzesi e inglesi. Ricordo ancora che a Crans-sur-Sierre uno di questi si ritrovò direttamente dentro la vetrina di un negozio.

Ora, episodi del genere non sono ammessi. L’atmosfera è più professionale e si è tutti più preparati. Questo non vuol dire che un caddie debba essere per forza un ottimo giocatore di golf ma sicuramente conosce la materia alla perfezione e sa perfettamente ciò di cui ha bisogno il proprio giocatore. Spesso poi si trovano a doversi imporre e prendere delle decisioni che vanno contro la volontà del professionista.
Prendiamo ad esempio Adam Hayes, il caddie di Jon Rahm che all’Open di Spagna di inizio ottobre, durante l’ultimo giro quando ormai era ampiamente in testa, gli ha fatto cambiare bastone indicandogli un ferro 7 e non il 6 che lo spagnolo aveva già in mano. Risultato, un colpo perfetto a due metri dalla buca. 

Nel corso della mia carriera ho cambiato una decina di caddie, soprattutto all’inizio dove devi imparare a prendere le misure.
Mi piaceva stare con loro perché impari molto di più sui tuoi avversari, che sono spesso restii a dare un parere schietto. I caddie no, non hanno filtri e quindi sapevo benissimo chi era tirchio o chi, arrivato alle ultime buche in testa a un torneo, finiva per fare tre putt a buca. Tutti avevano una profonda conoscenza dei tour player, delle loro qualità e caratteristiche. Insomma, non ci si annoiava ed era una vera scuola di vita. 

Nel mio ultimo periodo da professionista del Tour mi sono affiancato a Dermot Byrne, bravissimo, preparato e un gran giocatore con un bel 1 di handicap.
Dermot era ed è tutt’ora un’irlandese convinto, ricordo che mi diceva sempre che lui non avrebbe mai portato la sacca agli inglesi, piuttosto moriva di fame. Dopo di me è andato infatti con Shane Lowry e ci è rimasto per nove anni. Ora è sulla sacca di Leona Maguire, proette irlandese. Ho avuto anche l’argentino Alejandro Molina, caddie di Costantino Rocca e oggi di Andrea Pavan. Un anno all’Open d’Irlanda mi sono portato la sacca per un paio di buche perché si era addormentato in club house… 

Di aneddoti su queste figure ce ne sono innumerevoli

In questi ultimi anni solcano ancora i fairway nomi iconici, che in carriera hanno accompagnato alcune tra le figure più rappresentative del nostro golf. 

Penso a Billy Foster, sulla sacca di Seve Ballesteros, un campione fuori dal normale ma dal carattere tutt’altro che facile. Era tosto e difficile da gestire. Con lui non si poteva mai abbassare la guardia, si giocava sempre all’attacco, sempre per vincere e bisognava avere una forte personalità per tenergli testa. Ecco, i caddie sono anche un po’ psicologi e non dimentichiamoci che hanno a che fare tutto il giorno con giocatori di golf, sportivi professionisti che, diciamocelo, non sono propriamente normali, e spesso approcciarsi a loro diventa un lavoro ancora più difficile. 

silvio.graps@gmail.com