Una carriera altalenante quella di Robert Rock salito alla ribalta nel 2012 dopo aver battuto Tiger nel giro finale dell’Abu Dhabi Championship.
Da ragazzo prodigio, assistente professionista di un golf club inglese, a stella dell’European Tour.
Ma nel golf, come nella vita di tutti i giorni, l’umiltà è la prima regola da seguire e se vuoi raggiungere un obiettivo la strada è il lavoro e lo studio.
Questo Rock l’ha capito troppo tardi quando ormai il suo gioco era compromesso e i vizi e la poca fiducia in se stesso avevano ormai preso il sopravvento.

A inizio anno il 42enne si è lasciato andare alla confidenza raccontando il suo lungo cammino che da golfista del momento l’ha portato a chiedere aiuto e a rivedere tutto d’un tratto la sua vita.

Errare è umano…

“Dopo aver vinto ad Abu Dhabi mi sentivo invincibile ed ero pronto per prendere parte ai più importanti tornei del mondo. Ma per arrivare in alto bisogna allenarsi duramente e il Robert di allora non lo comprendeva. Avrei dovuto lavorare sul mio gioco corto invece che sparare la pallina sempre più lontana. Ci ho messo anni a capirlo ma dopo diversi problemi legati al golf e alla mia vita privata ora mi sento più forte che mai e non avrei pensato di diventare così bravo con il putter in mano. Da sempre mio grande tallone d’Achille.
“Gioco sull’European Tour da 19 anni e gli ultimi due sono stati davvero frustanti ma mi sono serviti per capire cosa davvero mi piace fare. Giocare certo, ma anche insegnare. Da dilettante non ho avuto una carriera brillante e sapevo che in futuro sarei diventato un allenatore. Iniziai infatti come assistente di un coach in un campo in Inghilterra ma la passione per il gioco era troppo forte e tentai la carta. Gli errori però si pagano e dovetti così rivedere la mia vita e le mie priorità”.

La rinascita

Come l’Araba Fenice, Robert Rock riuscito a rinascere dalle sue stesse ceneri. Il bad boy che fino al 2016 non ha mai indossato un cappello rinunciando a contratti milionari è cambiato.
Gioca sul Tour, si allena duramente, studia, legge tantissimi libri di tecnica e si dedica anima e corpo all’insegnamento. Sono ormai 20 i giocatori che si affidano a lui. Nomi del calibro di Matt Wallace, Matthias Schwab, Jason Scrivener, Wade Ormsby, Pablo Larrazábal, Thomas Bjørn e Lee Westwood.
“La bellezza di questo lavoro è di avere a che fare con tante personalità diverse. Dai campioni più navigati come Westwood e Bjørn alle giovani promesse alle quali insegnare e trasmettere tutta la grinta di cui hanno bisogno. È stimolante aiutarli a non fare i miei stessi errori, incitarli al duro lavoro e a seguire una tabella di marcia prestabilita”.