Abbiamo portato in campo la nuova serie di ferri Srixon ZXi per capire quanto la promessa di “Feel, Perfected” si traduca davvero in sensazioni, controllo e prestazioni. Quattro modelli, filosofie diverse e una possibilità di combinazione che rende il fitting parte integrante del progetto.
Nel golf ci sono numeri che si misurano facilmente e altri che, nonostante TrackMan, radar e simulatori sempre più sofisticati, continuano a sfuggire a qualsiasi tabella. Il feel appartiene decisamente alla seconda categoria.
La velocità di palla si misura, lo spin anche. Launch angle, carry, dispersione e smash factor finiscono tutti sul monitor. Ma quella sensazione che arriva alle mani quando la palla viene colpita perfettamente è qualcosa di diverso. Ed è proprio su questo terreno che Srixon ha scelto di costruire la seconda generazione dei suoi ferri ZXi.
La domanda, quindi, era inevitabile: quanto della promessa “Feel, Perfected” si percepisce realmente giocando i nuovi ZXi?
Abbiamo provato in campo la nuova serie, composta da ZXi7, ZXi5, ZXi5+ e ZXiU, cercando soprattutto di capire non soltanto quale sia il migliore, ma quale abbia più senso per quale giocatore.
La prima impressione: forged, ma non nostalgici
Prendendo in mano gli ZXi si capisce subito che Srixon non ha cercato di trasformare il concetto di ferro forged in qualcosa di nostalgicamente tradizionale.
La costruzione e le forme rimangono chiaramente orientate al giocatore esigente, ma la tecnologia è evidente soprattutto nella distribuzione delle masse. La seconda generazione introduce infatti i-FORGED, evoluzione del processo di forgiatura di Srixon che combina Condensed Forging e trattamenti termici specifici.
La teoria è interessante: rendere più resistenti le zone sottoposte a maggior stress, in particolare quelle intorno alle scanalature, mantenendo invece una maggiore morbidezza nelle altre aree della testa.

Sul campo, il risultato più immediatamente percepibile è proprio la qualità dell’impatto. Il colpo centrato è pieno, compatto e particolarmente pulito. Non è necessariamente il classico “click” metallico che accompagna alcuni ferri moderni molto orientati alla velocità: negli ZXi la sensazione rimane più ovattata e solida.
Ma è soprattutto il modo in cui la testa comunica il colpo a fare la differenza. Un impatto perfetto si sente immediatamente. E questo è uno dei punti nei quali il progetto Srixon convince maggiormente.
ZXi7: il ferro che non nasconde nulla
Partiamo dal modello più esigente. Lo ZXi7 è il ferro che, tra i quattro, parla più direttamente al giocatore di buon livello. La testa è compatta, la linea superiore è sottile e, una volta appoggiata dietro la palla, la sensazione è quella di avere tra le mani un bastone di ottimo livello tecnico.
La cosa interessante è che il feeling non è quello di una testa semplicemente piccola e severa. C’è una certa solidità anche quando il contatto non è perfetto.
La tecnologia PureFrame iQ lavora dietro la zona dello sweet spot e, secondo Srixon, è stata ulteriormente ottimizzata attraverso simulazioni assistite dall’Intelligenza Artificiale. In campo, però, ciò che conta è il risultato: il centro della faccia restituisce un impatto estremamente consistente, mentre i colpi leggermente decentrati non producono quella sensazione di totale inconsistenza che ci si potrebbe aspettare da un ferro di questo tipo.
Naturalmente non è un ferro che perdona tutto. Un colpo preso male rimane un colpo preso male e la testa non cerca di nasconderlo. Ed è proprio questo il suo pregio.
Lo ZXi7 restituisce informazioni. Dice al giocatore dove ha colpito la palla e permette di distinguere chiaramente un impatto pieno da uno leggermente verso punta o tacco.
Anche la capacità di lavorare la palla è una delle caratteristiche più convincenti. Il ferro risponde bene alle variazioni dello swing e permette di modificare traiettoria e direzione senza dare la sensazione di combattere contro la testa.
È un ferro per chi sa già cosa vuole dalla palla e non ha bisogno che questo faccia tutto al posto suo.
ZXi5: il cuore della gamma
Se lo ZXi7 rappresenta l’estremo, ovvero adatto per i più esperti, lo ZXi5 è probabilmente il modello che intercetta il maggior numero di giocatori.
La forma rimane raffinata e sufficientemente compatta per soddisfare l’occhio del golfista esperto, ma appena si passa dalla teoria al campo emerge una differenza importante: la testa offre più margine.
È qui che entra in gioco MainFrame iQ, utilizzato da Srixon per ottimizzare la struttura della faccia e la distribuzione delle masse attraverso migliaia di simulazioni di impatto.
Non serve conoscere l’algoritmo per apprezzarne il risultato. Quello che interessa al giocatore è che la faccia sembra mantenere una buona dose di velocità anche quando il contatto si allontana dal centro.
Il colpo centrato rimane ovviamente quello più gratificante, ma lo ZXi5 permette di giocare con un po’ meno apprensione.
In particolare, nei ferri medi emerge un equilibrio molto riuscito tra velocità, altezza del volo e controllo. Non è il classico ferro “facile” che cerca soltanto di spedire la palla il più lontano possibile: mantiene una buona capacità di fermarsi sul green e, soprattutto, conserva un comportamento sufficientemente neutro per permettere al giocatore di scegliere il colpo.
È probabilmente questo il modello che consiglierei di provare per primo durante un fitting.
In conclusione, il compromesso meglio riuscito tra estetica da players iron e tecnologia utile anche quando lo swing non è perfetto.
ZXi5+: il concetto di players iron cambia prospettiva
La vera novità della gamma è lo ZXi5+. Il nome potrebbe far pensare a una semplice variante dello ZXi5, ma sul campo la differenza è più significativa. Qui Srixon spinge maggiormente su velocità, volo e tolleranza, attraverso loft più chiusi, blade più lunga e una suola più larga.
La prima conseguenza è evidente soprattutto nei ferri lunghi: la testa sembra voler collaborare maggiormente con il giocatore.
Il vantaggio non è soltanto qualche metro in più. È la maggiore facilità nel generare una traiettoria utile, soprattutto quando il colpo viene giocato da un lie non perfetto o quando la velocità di swing non è al massimo.
Il punto interessante è che tutto questo avviene senza entrare nel territorio estetico dei ferri game improvement più estremi. La testa conserva infatti un’immagine compatta e “seria”.
Per questo lo ZXi5+ potrebbe diventare particolarmente interessante in un combo set.
Immaginiamo, per esempio, un giocatore che utilizzi ZXi5+ dal 4 al 6, ZXi5 dal 7 al pitching wedge. La transizione è naturale, mentre il giocatore guadagna nella parte lunga del set quella dose di velocità e tolleranza che diventa sempre più preziosa man mano che diminuisce il loft.
Lo ZXi5+ è il ferro da provare assolutamente se si vuole un aiuto concreto sulla distanza senza rinunciare all’estetica di un forgiato moderno.
ZXiU: l’utility iron che semplifica il gioco
La categoria degli utility iron è diventata sempre più interessante e lo ZXiU interpreta il ruolo con una filosofia precisa.
L’obiettivo non è semplicemente sostituire un ferro 3 o 4 tradizionale con qualcosa di più potente, ma offrire una combinazione di altezza del volo di palla, stabilità e versatilità.
In campo la differenza rispetto a un ferro lungo tradizionale si apprezza soprattutto quando si cerca una traiettoria più facile da ottenere. La testa dà maggiore fiducia e permette di affrontare il colpo senza la sensazione di dover produrre uno swing perfetto.
È un bastone particolarmente interessante dal tee nei par 3 lunghi o sui par 4 stretti, ma anche in fairway quando si ha bisogno di giocare la buca mantenendo una traiettoria relativamente penetrante.
Qui il concetto di tolleranza assume un significato diverso rispetto a un ferro corto: non significa necessariamente salvare un colpo completamente sbagliato, ma rendere più gestibile il tipo di errore che un ferro lungo inevitabilmente porta con sé.
Un’alternativa molto sensata all’ibrido per chi vuole mantenere la sensazione e la traiettoria di un ferro.
La suola fa la differenza
Un aspetto dei nuovi ZXi che durante una prova sul campo emerge più chiaramente che sul tappetino è l’interazione con il terreno.
La Tour V.T. Sole, presente sulla serie ZXi, utilizza differenti larghezze della suola e angoli di bounce per favorire una migliore interazione con il terreno.
È una tecnologia che sulla carta può sembrare secondaria rispetto a faccia, tungsteno o intelligenza artificiale. In realtà, dopo diversi colpi, diventa uno degli elementi che contribuiscono maggiormente alla sensazione di controllo.
La testa tende a uscire dal terreno con buona continuità e non dà l’impressione di “incastrarsi” facilmente, soprattutto quando il contatto è leggermente meno preciso.
Naturalmente la percezione cambia in funzione dello swing e delle condizioni del campo: un giocatore che tende a entrare sulla palla con un angolo d’attacco più verticale avrà esigenze diverse rispetto a chi presenta un angolo più piatto.

Forse una delle caratteristiche più interessanti della nuova serie ZXi non è un singolo elemento tecnologico, ma la possibilità di combinarne i diversi modelli.
Srixon ha progettato le quattro teste per poter convivere all’interno dello stesso set, mantenendo una certa continuità estetica e una progressione coerente. È una soluzione che ha molto senso.
Il ferro 4 non deve necessariamente comportarsi come un pitching wedge. Anzi, probabilmente è un errore pretendere che lo faccia.
Nei ferri lunghi servono velocità, volo di palla alto e tolleranza. Nei medi serve equilibrio. Nei corti diventano invece prioritari controllo, precisione e capacità di lavorare la palla.
Da questo punto di vista, una combinazione come ZXi5+ o ZXiU nei ferri più lunghi, ZXi5 nella parte centrale e ZXi7 nei ferri corti rappresenta una progressione tecnicamente molto logica.
Ed è probabilmente qui che la serie ZXi esprime il suo concetto più interessante: non esiste necessariamente “il ferro giusto”, ma può esistere il set giusto.
E l’Intelligenza Artificiale? È inevitabile chiederselo. Quanto conta davvero l’AI in un ferro da golf?
La risposta, dopo aver giocato gli ZXi, è meno spettacolare di quanto suggerisca il termine, ma forse proprio per questo più interessante. L’intelligenza artificiale non produce un colpo magico. Non corregge uno swing sbagliato e non trasforma un handicap alto in un giocatore scratch.
Il suo contributo è più sottile: permette al progettista di analizzare una quantità enorme di scenari e di ottimizzare strutture che sarebbero molto più difficili da definire esclusivamente attraverso prototipi e test tradizionali.
Nel caso di ZXi5, ZXi5+ e ZXiU, MainFrame iQ interviene sulla faccia e sulla distribuzione delle masse; sullo ZXi7, PureFrame iQ lavora invece sulla struttura dietro la zona d’impatto.
Dopo la prova, la sensazione è che Srixon abbia interpretato correttamente il significato di una seconda generazione. Gli ZXi non cercano di reinventare il ferro da golf, piuttosto di affinare ogni elemento: la forgiatura, la faccia, la distribuzione delle masse, la suola, la forma e il rapporto tra i diversi ferri del set.
Lo ZXi7 rimane il più affascinante per il giocatore evoluto che mette controllo e feedback davanti a tutto.
Lo ZXi5 è probabilmente il più universale, quello da cui partire quando si cerca un equilibrio tra estetica, prestazioni e tolleranza.
Lo ZXi5+ è la sorpresa della gamma: più distanza e facilità, ma senza perdere quell’identità forged e players iron che costituisce buona parte del suo appeal.
Lo ZXiU, infine, è la soluzione per chi vuole affrontare la parte lunga del set con maggiore sicurezza senza passare necessariamente a un ibrido.
Il feeling al centro del progetto
Srixon lo mette al centro del progetto e, sul campo, è probabilmente la caratteristica che emerge con maggiore immediatezza. Non perché i nuovi ZXi siano ferri privi di tecnologia – al contrario – ma perché tutta quella tecnologia sembra essere stata utilizzata con un obiettivo preciso: fare in modo che, alla fine, il giocatore percepisca soprattutto il colpo.
È forse questo il senso più convincente di “Feel, Perfected”: non una tecnologia che vuole farsi notare, ma una tecnologia che cerca di scomparire nel momento in cui la faccia impatta la palla.