La limitata possibilità di settare i campi, il course rating e il PCC che non adegua correttamente gli score, non determinano nel modo migliore il valore dei giovani golfisti italiani.

Della questione si dibatte da tempo. Il tema, solo apparentemente confinato a una ristretta cerchia di addetti ai lavori, è in realtà di notevole rilevanza per la crescita del golf giovanile italiano.

L’oggetto della controversia

L’oggetto sono le prestazioni dei giovani golfisti azzurri in rapporto con i loro “pari età” degli altri paesi europei in termini di performance, posizioni nell’ordine di merito mondiale dilettanti – il WAGR (World Amateur Golf Ranking) – il loro handicap e la conseguente possibilità di accedere a gare e tornei internazionali, a volte preclusa o più difficile per i nostri talenti.  

La premessa, doverosa, è che i risultati giovanili degli azzurri – in rapporto al numero di tesserati sotto i 18 anni della FIG – sono strepitosi.

Basti pensare al titolo mondiale dilettanti a squadre conquistato in Francia lo scorso anno da Pietro Bovari, Filippo Celli e Marco Florioli, avvicinato quest’anno da un eccellente quinto posto a livello maschile e da un decimo delle ragazze.

A questi si sommano i numerosi successi nelle gare individuali ottenuti in Europa e al di là dell’oceano che danno lustro al golf italiano. Giusto però volere e pretendere di più e quindi corretto interrogarsi su eventuali criticità e sulle possibili soluzioni. 

Il WAGR e le variazioni dell’hcp

Uno degli argomenti sul tavolo sono i risultati delle gare nazionali italiane, i conseguenti punteggi validi per il WAGR e le relative variazioni di handicap, che risultano inferiori rispetto a quelle registrate nelle gare all’estero.

Alcuni coach e tecnici italiani pongono l’accento su posizioni nei ranking internazionali di ragazze e ragazzi italiani peggiori rispetto ai loro concorrenti stranieri.

Come termine di paragone può essere utile un confronto con i “cugini” francesi.

Il paragone con i cugini francesi

Al 16 novembre 2023 il numero di giocatori dilettanti italiani con punteggi WAGR è di 76 ragazzi e 75 ragazze italiani, contro i 120 ragazzi e le 121 ragazze francesi.

Ma se si prendono in considerazione solo le prime 1000 posizioni – spesso considerate come taglio per l’accesso alle gare internazionali più importanti – il dato è decisamente peggiore: solo sette ragazzi italiani sono fra i migliori contro i 22 francesi, mentre fra le ragazze sono 16 le italiane contro le 40 francesi. 

Questi dati vanno certamente pesati sul numero totale di tesserati.

Oltralpe, nel 2022, erano 43154 i giocatori e le giocatrici under19 contro i 9431 italiani. Un rapporto di uno a quattro (circa) che si ritrova nell’analisi dei ranking. Ciò non toglie che il problema resta e merita una riflessione. 

Fra chi sottolinea l’importanza di questo argomento e richiede una soluzione che possa risolvere gli elementi critici c’è Alberto Binaghi, commissario tecnico della squadra nazionale dilettanti maschile.

Le dichiarazioni di Alberto Binaghi in merito

“Da anni faccio presente questa situazione che penalizza i giovani azzurri. L’handicap è un criterio di selezione e di accesso per alcune importanti gare internazionali e quello dei nostri ragazzi è di molto superiore a quello di francesi, tedeschi e dei giocatori delle nazioni slave e del Nord Europa. Il problema sono i Course Rating delle gare italiane che determinano variazioni di handicap, spesso in negativo, anche con score di poco superiori al par. I dati sono davanti agli occhi di tutti. Lo scorso anno tre giocatori italiani sono stati capaci di compiere un’impresa e vincere il mondiale a squadra dilettanti”. 

“La somma dei loro handicap li poneva al cinquantesimo posto del ranking degli iscritti. Pare evidente ci sia qualcosa che non torna sulla determinazione del reale valore dei nostri giocatori. Lo stesso vale per il PCC che non adegua correttamente gli score a condizioni climatiche o di percorso a volte proibitive. È successo in diverse gare quest’anno e chi ne è penalizzato sono i nostri giocatori e le giocatrici”.

Una soluzione potrebbe essere adeguare la lunghezza dei campi alle diverse categorie giovanili.

“È un metodo utilizzato da anni negli Stati Uniti e portato in Italia nelle gare under 12 dei tornei U.S. Kids. Passati di categoria i ragazzi e le ragazze italiane si ritrovano a giocare su campi a volte penalizzanti”.

L’esempio della Federazione Francese

La federazione francese – FFGolf – ha scelto di andare proprio in questa direzione. Da anni ha introdotto un sistema di setup dei campi per le gare giovanili – non solo degli under 10 ma fino alla categoria ragazzi – che mette in relazione la lunghezza dei percorsi alle abilità dei giocatori e delle giocatrici in riferimento alle loro età e alle loro performance. Alla definizione di questo metodo ha contribuito, in maniera sostanziale, Federico Ciardelli, manager italiano, giocatore e appassionato di golf, che per quattro anni ha fatto parte della commissione nazionale giovanile della federazione francese.

L’esperienza e il racconto di Federico Ciardelli

“Sono entrato in contatto con la Federazione grazie alla moglie di Raphael Jacquelin, professionista transalpino, che ho conosciuto sui campi dove giocavano i miei figli negli anni trascorsi per lavoro in Francia. Era il 2016 e la FFGolf si stava preparando alla Ryder Cup. Pascal Grizot, allora responsabile organizzativo dell’evento e oggi presidente della federazione, pose fra gli obiettivi da raggiungere a valle della Ryder quello di aumentare notevolmente il numero di giovani giocatori e giocatrici francesi nei vertici dei ranking mondiali del golf professionistico”.

“Per farlo si decise di iniziare a lavorare sui giovani golfisti per fare loro acquisire, sin dalle loro prime esperienze, oltre alla tecnica, anche una mentalità di gioco più vocata all’attacco, alla costante ricerca del birdie. Lo scopo era di far scalare a questi giovani le classifiche del WAGR per avere più possibilità di sviluppare le loro capacità in contesti come le università americane, che basano le loro selezioni su questo ranking, e nei più importanti tornei continentali e mondiali”. 

Per fare questo si è lavorato proprio sul set up dei campi e in particolare sulle loro lunghezze. 

“Per due anni, durante i raduni delle squadre nazionali giovanili, è stata svolta una serie di misurazioni delle distanze fatte dai ragazzi e delle ragazze con il driver e con diversi ferri. Da queste prestazioni si sono stabilite delle lunghezze medie in relazione all’età dei giocatori. In base a queste si sono definiti dei benchmark utili al setup dei campi per le competizioni giovanili e anche per il posizionamento dei battitori nei circoli. Con questa modalità i ragazzi possono più spesso raggiungere il green nei colpi regolamentari, ottenere più birdie e quindi abituarsi a giocare sotto il par del campo. Ne conseguono score più bassi e la costruzione di un’attitudine positiva rispetto alla strategia di gioco”.

Questi score influiscono sul calcolo dell’handicap dei giocatori?

“Ogni percorso preparato per le gare giovanili ha diversi valori di Course Rating. Questi sono riparametrizzati rispetto al CR del campo per il calcolo delle variazioni di handicap a fine gara. Se un under 14 ha giocato sei sul campo con il rispettivo CR questo risultato viene proporzionalmente riportato al valore corrispondere il rating naturale del percorso. La questione però non è puramente numerica ma didattica. Score bassi danno fiducia, rendono i giocatori più propensi a giocare ogni buca alla ricerca del birdie e a diminuire la proximity nei colpi al green”. 

Altra interessante caratteristica di questo metodo è la definizione di setup compositi in occasione dei campionati nazionali e assoluti

“È proprio così. Le tabelle delle distanze medie e quindi delle performance dei giocatori permetto di stabilire che in un percorso par 72 per una gara under14 ci debbano essere due par 3 che si giocano, ad esempio, nella media di un ferro nove dal tee quindi 130 metri per i ragazzi e 110 per le ragazze. Poi ci saranno un par 3 più corto e un par 3 più lungo. Lo stesso criterio si adotta per le buche par 4 e par 5.

Alla fine, il percorso non sarà giocato tutto dagli stessi battitori. Ci saranno buche giocati dai “bianchi” del normale setup e altre giocate dai “gialli” o dai “blu”.

Il percorso così composto avrà una lunghezza totale compresa fra le distanze relative all’età dei giocatori ma sarà, appunto, un mix dei battitori presenti.

Con il passare degli anni, un giocatore si troverà a giocare, chiaramente, su campi sempre più lunghi ma avrà sempre modo di coltivare questa attitudine a giocare sotto par che gli viene concessa dalla lunghezza del percorso”. 

I risultati ottenuti in Francia

I risultati, come si è visto, almeno in termini quantitativi sono stati ottenuti anche grazie a uno sforzo economico e finanziario che la federazione francese ha deciso di compiere per lo sviluppo dell’attività giovanile di alto livello.

“L’aumento di 10 euro del costo della tessera federale, introdotto in Francia per sostenere il progetto Ryder Cup 2018, è stato mantenuto anche dopo la competizione fra Europa e USA e dirottato sul finanziamento dell’attività giovanile.

10 euro per 400.000 iscritti fanno quattro milioni di euro all’anno per l’organizzazione del settore.

Con questi fondi sono stati realizzati i centri federali per le squadre élite al Golf National di Parigi e al Terre Blanche in Provenza e sovvenzionati progetti, fra i quali quello che abbiamo realizzato sulla lunghezza dei percorsi con corsi di formazione per i segretari e direttori di circolo e aiuti per la realizzazione di materiali e strumenti di supporto”.

Il parere di Matteo Del Podio, direttore tecnico delle squadre nazionali

Chi si occupa della questione e ne alimenta il dibattito è Matteo Del Podio, per la FIG direttore tecnico delle squadre nazionali. 

“Se ne parla da parecchio tempo e la questione rimane aperta. La strategia francese può funzionare soprattutto per quanto riguarda l’insegnamento di un’attitudine rivolta al birdie, che trova piena corrispondenza nei regolamenti del Manuale Azzurro. Tuttavia si scontra con una realtà italiana nella quale, a causa di un più limitato numero di agonisti under 18, se dovessimo a ogni competizione far giocare le singole categorie di età da diversi battitori di partenza, saremmo tenuti a stilare un egual numero di classifiche che risulterebbero molto scarne di giocatori”.

“Poiché il nostro Ordine di Merito è basato sulla posizione in classifica a fine gara e non sullo score, questo sistema andrebbe a falsificarlo e richiederebbe una revisione completa del sistema di valutazione nazionale. In ogni caso il dibattito rimane aperto così come le perplessità su come sia possibile che, a parità di regole, vengano a crearsi situazioni molto diverse tra paesi confinanti: sono certo che gli organi internazionali competenti sapranno analizzare con la giusta attenzione questo particolare fenomeno”.

Le regole della R&A impongono un margine di più o meno 100 metri rispetto alla lunghezza totale per predisporre il setup del campo. Le possibilità sono quindi limitate.

“Le norme che sovraintendono al World Handicap System sono le stesse in tutto il mondo e valide per ogni tipologia di giocatore. Questa uniformità è una positiva novità per le gare di circolo. Lo stesso non si può dire per le competizioni agonistiche di alto livello dove il Course Rating non rende giustizia agli score di giocatori giovani che hanno prestazioni decisamente migliori rispetto al 99% degli altri golfisti dilettanti per cui è stato pensato e si calcola questo parametro”.

Il PCC

“Stesso discorso vale per il Playing Conditions Calculation (PCC) che nel caso di gare nazionali o campionati assoluti non è appropriato per stabilire adeguamenti di score quando i percorsi hanno dei setup, giustamente, più difficili per la posizione delle bandiere, l’altezza del rough, la larghezza dei fairway. Recentemente sono state inserite delle nuove metodologie di calcolo del PCC a livello mondiale e la nostra Federazione si è spesa molto per poter arrivare a questo risultato che vedremo se sarà in grado di ovviare a queste problematiche”. 

Certo se si potesse avere maggior flessibilità nella preparazione dei percorsi una buona parte delle questioni potrebbe essere risolta.

“Anche qui dobbiamo considerare il tema sotto una prospettiva che non è solo quella italiana ma riguarda tutti gli organi internazionali che stabiliscono le regole del golf. È chiaro che se fosse possibile per le gare nazionali e gli assoluti dare mano libera al comitato di gara, come avviene nei circuiti professionistici, per agire in piena autonomia nel determinare la lunghezza delle buche e nel setup del campo, allungando o accorciando le buche in relazione alla contingenza delle situazioni, si potrebbe guardare con maggior obiettività ai risultati ottenuti e a tutto quello che da essi discende”.