Il miracolo, questa volta, l’hanno fatto gli Stati Uniti. A Medinah, quattordici anni dopo la storica rimonta europea nella Ryder Cup del 2012, il grande teatro dell’Illinois ha regalato un altro ribaltone destinato a entrare nella storia del golf a squadre. Solo che stavolta, dall’altra parte del miracolo, c’erano gli americani.
L’International Team si era presentato all’ultima giornata con tre punti di vantaggio, 10,5-7,5, e con la sensazione concreta di poter finalmente interrompere il lungo dominio degli Stati Uniti. La squadra guidata da Geoff Ogilvy aveva giocato una Presidents Cup straordinaria, arrivando a mettere alle corde gli avversari dopo tre giornate e costruendo un vantaggio che sembrava poter essere sufficiente per scrivere finalmente una pagina completamente nuova nella storia della competizione, sin’ora dominata dagli americani.
E invece, nei singoli della domenica, è successo l’impensabile. Gli Stati Uniti hanno letteralmente travolto l’International Team, vincendo nove dei dodici match e portando a casa un parziale di 9,5-2,5. Una dimostrazione di forza impressionante, ma soprattutto una reazione da squadra che non aveva alcuna intenzione di arrendersi proprio quando tutto sembrava perduto.
Il primo segnale è arrivato da Cameron Young, che ha superato Ryo Hisatsune 3&2. Poi è entrato in scena Scottie Scheffler, capace di imporsi 4&3 su Nico Echavarria e di dare ulteriore slancio alla rimonta americana. Da quel momento, il tabellone ha cominciato a riempirsi di rosso, mentre dall’altra parte la squadra internazionale non riusciva più a trovare la quadra che aveva caratterizzato le prime giornate.
Il momento decisivo è arrivato con Jacob Bridgeman. Alla 18, con la tensione ormai alle stelle, il giovane americano ha imbucato il putt per il par che gli ha permesso di battere Min Woo Lee 1 up e conquistare il punto che ha consegnato matematicamente la Presidents Cup agli Stati Uniti. Un’immagine perfetta per raccontare una domenica in cui ogni singolo punto aveva assunto un peso enorme.
Alla fine il risultato è stato un clamoroso 17-13. Una rimonta senza precedenti nella storia della Presidents Cup, costruita interamente nell’ultima giornata e completata con un parziale che non lasciava spazio a interpretazioni: nove vittorie americane, due successi dell’International Team e un pareggio.
Per gli Stati Uniti è l’undicesima Presidents Cup consecutiva, la quattordicesima vittoria complessiva nella storia della competizione. Ma il numero che resterà più a lungo nella memoria è probabilmente quello della rimonta. Perché Medinah, ancora una volta, si è confermata il luogo delle imprese impossibili.
Nel 2012 erano stati gli europei, nella Ryder Cup, a trasformare una domenica disperata in una delle più grandi rimonte della storia del golf. Quattordici anni dopo, sullo stesso campo, sono stati gli americani a prendersi il loro momento di gloria. Non una replica di quella storia, ma una nuova pagina scritta con lo stesso ingrediente: un vantaggio apparentemente inattaccabile, una squadra convinta di avere già il trofeo in mano e un’ultima giornata capace di ribaltare tutto.
A Medinah, ancora una volta, il golf ha dimostrato che fino all’ultimo match, fino all’ultima buca, non c’è mai nulla di scontato.
Presidents Cup: miracolo americano a Medinah