Alzi la mano chi in campo non ha il suo rito scaramantico. Il golf, d’altra parte, è uno sport che si gioca prima di tutto con la testa, richiede fiducia e pensieri positivi.

Quando mancano, addio scioltezza ed elasticità. Se credete che il tee violetto della zia Priscilla sia un potente talismano contro gli slice e piazzarlo sul tee della 1 vi aiuta a tirare diritto, ben venga.

Se invece vi rifiutate di giocare con palline numero 2 perché secondo voi i numeri pari sono antipatici ai numi del green, fate pure.

E potete anche continuare a indossa- re quelle calze infeltrite che avevate messo tre anni fa nel giorno della trionfale Coppa Commissione Sportiva, finita con uno score strabiliante di 40 punti Stableford.

Se un qualunque amuleto vi fa sentire più sicuri, mettetevelo in sacca. Può darsi che lo score ve ne sia riconoscente.

Gustavo Thoeni, indimenticato principe della valanga azzurra, uomo di poche parole e molte vittorie, non amava girare intorno a un problema.

A chi gli chiedeva se quel giorno di fine gennaio 1975, sulla terribile Streif, quando arrivò secondo a soli 3 millesimi da Franz Klammer, si era trattato solo di grande tecnica o anche di miracoli degli skimen che avevano azzeccato la sciolina più veloce, Gustavo rispondeva con un sorriso che “la miglior sciolina è il morale, la convinzione di potercela fare”.

Il golf, per di più, non è solo uno sport, come lo sci: è anche un gioco e come in tutti i giochi il confine tra errore e sfortuna è sottilissimo.

Soprattutto a consuntivo. Attenti però a non urtare, nelle vostre pratiche, il dio del golf.

Che è sì una divinità minore dell’Olimpo, ma è fra le più irascibili e sanguigne.

Ve ne sarete accorti quando, dopo una dozzina di buche giocate come mai vi era capitato, non appena avete cominciato a credere di aver finalmente trovato il vostro swing perfetto, sono iniziati i rattoni e le flappe.

È la punizione che colpisce chi crede di aver capito tutto. Ricordate Adamo ed Eva e l’albero della conoscenza?

Il dio del golf non promette paradisi terrestri, solo eagle e birdies, ma è geloso della sua volubilità.

Concede e arraffa secondo la voglia del momento, senza mai lasciarvi la sicurezza della conquista definitiva.

Ed è in fondo questo che amiamo di que- sta magnifica ossessione: la sensazione di equilibrio instabile che ci procura.

Un po’ come il rocciatore in parete, inebriato dalla conquista ma attento a non esaltarsi troppo per non rischiare il capitombolo fatale.

Nello sport come nella vita il passaggio dall’euforia al dramma è questione di pochi attimi.