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Un ragionevole dubbio

Di Isabella Calogero

Chi usa l’Aiming Point sui green potrebbe violare le regole. Ma i giudici arbitri hanno le mani legate

Se nei tribunali esiste il ragionevole dubbio, sui green esiste la ragionevole distanza: il primo permette di uscire indenne da un processo, la seconda di uscire dalle 18 buche senza colpi di penalità. Il problema semmai è che tribunali e golf in futuro potrebbero rischiare di mescolarsi spesso.

Mi spiego: l’Aiming Point, quel sistema nato per valutare le pendenze dei putt che da qualche tempo va per la maggiore sui Tour, sta creando non pochi pasticci ai giudici arbitri internazionali.

Ora: avete presente Adam Scott quando per leggere il green fa avanti e indietro dalla buca e poi si piazza a cavalcioni della linea del suo putt compiendo strani gesti in aria con le mani? Ecco, proprio in quegli istanti, il bell’australiano, mentre valuta salite, discese e pendenze del green, rischia di incappare nell’infrazione della regola 16/1A, quella che sostanzialmente ammonisce il giocatore a non toccare la linea del proprio putt, ma piuttosto a mantenere una “ragionevole distanza” da essa. Ma è proprio qui che casca l’asino, o meglio, è proprio qui che il giudice arbitro si sente come un asino. Perché è lecito che si domandi quanto estesa sia da intendere questa benedetta ragionevole distanza dalla linea: dieci centimetri? Mezzo metro? Una Via Lattea? Quanto? Insomma, l’estensione resta un mistero avvolto nelle nebbie di Saint Andrews.

La verità è che molti dei tour player seguaci delle teorie dell’Aiming Point (e di conseguenza anche molti dei dilettanti più o meno capaci che imitano qualsiasi nuova moda passi sugli schermi televisivi) non si rendono conto di quanto vicino finiscano alla linea mentre camminano avanti e indietro dalla buca: alcuni di essi rischiano di toccare con i piedi l’ipotetica traiettoria anche mentre, manco fossero in sella a “Furia cavallo del West”, vi si mettono a cavalcioni per valutare le paraboliche da domare con il proprio putt.

Tralasciando per un secondo la perdita di tempo legata al siffatto studio delle pendenze e dunque sorvolando sulla lentezza del gioco che ve ne scaturisce, resta il problema della discrezionalità della regola 16/1A. Resta cioè da stabilire di volta in volta se nel suddetto frangente il giocatore sia finito o no troppo vicino alla linea del suo putt.

Inutile dire che questo compito ingrato spetta agli arbitri, i quali però, non essendo in questo caso tutelati da un regolamento chiaro e inattaccabile, preferiscono chiudere un occhio. Anche per non ritrovarsi citati in tribunale da quello stesso giocatore che hanno testé penalizzato. Sissignore. È già successo pochi mesi fa e potrebbe accadere nuovamente. Per dire: tempo addietro una giocatrice del LET che era prima riserva in un torneo europeo, ha citato in giudizio il giudice reo di non averla chiamata a sostituire una proette giunta sul tee della 1 troppo tardi e dunque squalificata dalla medesima gara. Messi gli avvocati di mezzo, la querelle si è risolta sì a favore dell’arbitro, ma ha creato comunque un precedente ingombrante con cui fare i conti. Ora: siccome ciò che accade sul tour, prima o poi sbarca anche nei club, aspettiamoci non solo partite lente come lumache ubriache, non solo soci in sella come John Wayne sulla linea del putt, ma anche avvocati pronti alla battaglia magari anche solo per un argento da secondo netto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA 09 giugno 2015
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