La storia dimenticata del progetto che ha trasformato la buca 16 dell’Augusta National Golf Club in una delle più iconiche del mondo

L’unica buca dell’attuale Augusta National che non fu progettata da Alister MacKenzie e dal fondatore Bobby Jones, creatori del campo nel 1932, è il par 3 della 16.

Così come la conosciamo oggi, la 16 è una delle buche più riconoscibili del golf mondiale: ogni anno durante il Masters appare in tutta la sua bellezza, incastonata in una radura di pini con davanti l’iconico lago. Questa versione, però, entrò in gioco solo nel 1948, quattordici anni dopo il primo Masters del 1934. La 16 originale di MacKenzie e Jones, anch’essa par 3, era più corta e proseguiva nella stessa direzione della buca precedente, il par 5 della 15. Il tee si trovava a destra del green della 15. Il colpo, lungo circa 133 metri, doveva superare un piccolo ruscello, per raggiungere un green appoggiato contro una collina alle sue spalle e orientato con il lato sinistro più vicino al tee rispetto al destro. Qualsiasi colpo corto, anche se diretto verso il green, finiva inevitabilmente nel ruscello.

La 16 originale

I soci del club, che giocavano la buca da circa 110 metri, la apprezzavano molto e la consideravano una delle più belle del campo. Jones e il presidente dell’Augusta National, Clifford Roberts, temevano però che non fosse abbastanza impegnativa per i professionisti del Masters. E in effetti la buca concesse le prime hole in one della storia del torneo: Ross Somerville nel 1934, Willie Goggin nel 1935 e Ray Billows nel 1940.

Bobby Jones riteneva inoltre che fosse troppo simile al più celebre par 3 della 12. Entrambe prevedevano colpi sull’acqua verso green inclinati, con le bandiere sul lato destro più difficili rispetto a quelle centrali o a sinistra. La 16, però, non possedeva né il fascino né i venti imprevedibili che rendono la 12 così intimidatoria.

Nel 1937 il club cercò di darle più carattere costruendo un nuovo tee da Masters a sinistra del green della 15, allungando la buca fino a circa 155 metri. Questo cambiò l’angolo d’attacco: i giocatori giocavano più verso la profondità del green e il ruscello diventava un pericolo più laterale che frontale.

All’inizio degli anni ’40 il tee fu ulteriormente arretrato fino a circa 174 metri, in una posizione che oggi sarebbe vicina all’area di ristoro del pubblico accanto al tee della 14.

La collaborazione di Jones

La pausa bellica diede a Jones e Roberts l’occasione di ripensare completamente la buca. Jones chiamò come consulente l’architetto Robert Trent Jones Senior. All’epoca anche lui si faceva chiamare Bob Jones, ma iniziò a usare il secondo nome per evitare confusione con il leggendario campione. Dopo la Grande Depressione e la guerra era diventato una figura dominante nell’architettura dei campi da golf negli Stati Uniti, e lo stesso Bobby Jones gli aveva appena affidato la progettazione del Peachtree Golf Club ad Atlanta. Considerando lo spazio limitato tra il ruscello e la collina, i due decisero di ruotare completamente la buca: il nuovo green fu spostato a destra del ruscello e i tee furono collocati ancora più a sinistra del green della 15, sempre a circa 174 metri. Le squadre di costruzione scavarono una grande conca tra tee e green, sbarrarono il ruscello e riempirono l’area d’acqua. Nacque così il caratteristico specchio d’acqua che oggi arriva fino al fronte del green e ne protegge il lato sinistro. Prima della guerra gli architetti si limitavano per lo più a sfruttare ostacoli naturali; creare laghi artificiali non era pratica comune. Dopo il successo di Peachtree e dell’Augusta National, però, Robert Trent Jones e molti architetti successivi iniziarono a utilizzare sistematicamente questo tipo di elemento.

Il nuovo green

L’aspetto più importante della nuova 16 era il green. Quello originale era largo e poco profondo; quello moderno divenne molto più profondo e arcuato verso il fondo sinistro, con una sezione posteriore rialzata e una zona anteriore più bassa che permettono diverse posizioni della buca. L’acqua protegge il lato sinistro, mentre a destra ci sono due bunker. La nuova buca debuttò al Masters del 1948. L’anno seguente Trent Jones modificò ulteriormente il green accentuando i dislivelli e aggiungendo un bunker tra la superficie di putting e l’acqua. Negli anni seguirono altri piccoli ritocchi: l’estensione del green verso sinistra, bunker più profondi e un rimodellamento del terreno dietro il green. Nel 1950 Roberts iniziò anche ad aggiungere solfato di rame all’acqua per darle il caratteristico colore blu. Ma la struttura fondamentale della buca era ormai definita.

Il nuovo volto della 16

Curiosamente Roberts fu inizialmente restio a riconoscere il contributo di Trent Jones, sostenendo che la buca fosse interamente frutto della visione di Bobby Jones. In realtà molti elementi tradiscono la mano dell’architetto: i tee allungati (poi accorciati a circa 155 metri), il grande specchio d’acqua artificiale, il green enorme, lungo circa 41 metri da fronte a fondo, tra i più grandi del campo, i livelli separati e le posizioni della buca studiate quasi matematicamente. Tutte caratteristiche queste che sarebbero diventate firme tipiche dei progetti di Robert Trent Jones nei decenni successivi. Solo poco prima della sua morte, nel 1977, Roberts riconobbe pubblicamente il suo ruolo.

Un green quasi ‘scientifico’

Il design del green controlla il punteggio in modo quasi scientifico. Una cresta diagonale divide la superficie in due livelli, creando quattro principali posizioni della buca: due sul piano superiore e altrettante su quello inferiore. In pratica è come avere quattro piccoli green interni, che obbligano i giocatori a una precisione assoluta nel controllo della linea e della distanza, soprattutto considerando che la buca arriva nel finale del giro e del torneo. Quando la bandiera è sul livello superiore, la 16 può diventare molto difficile. Un colpo leggermente corto rimbalza sulla cresta e torna indietro lasciando un putt in salita da 9-12 metri. Quando invece la buca è sul livello inferiore, il colpo dal tee è più semplice perché la pendenza dietro la bandiera tende a fermare e riportare le palline verso la buca, anche se l’acqua entra maggiormente in gioco.

Teatro di momenti memorabili

Dal 2018 le posizioni sul livello alto producono una media di circa 3,04 e 3,07 colpi. Quelle sul livello basso sono leggermente più facili: 2,96 e 2,97. Ma i numeri non raccontano tutto. Nello stesso periodo le posizioni alte hanno prodotto 152 birdie, mentre quelle basse 279, quasi il doppio. D’altro canto, quando la bandiera è in basso — più vicina all’acqua — i giocatori sono tentati di attaccare l’asta e i grandi errori aumentano: 38 doppi bogey o peggio contro 18 delle posizioni alte. Eppure proprio le posizioni basse hanno regalato alcuni dei momenti più iconici della domenica al Masters. Se la palla atterra sulla pendenza appena oltre l’altezza della buca, il green la accompagna lentamente verso la buca per un corto birdie o a volte qualcosa di ancora meglio. Dal 1948 sono stati infatti realizzati ben 21 buche in uno alla 16, più che in qualsiasi altro par 3 del campo.

Tra i momenti più incredibili nella storia del major georgiano ricordiamo i tre ace nello stesso giorno nel 2016 di Shane Lowry, Davis Love III e Louis Oosthuizen, i due nel 2019 di Justin Thomas e Bryson DeChambeau e quello di Tommy Fleetwood nel 2021.

A volte la pendenza entra in gioco persino quando la palla non tocca il green. Nel 2005 Tiger Woods giocò un chip che rotolò lentamente lungo la famosa pendenza prima di cadere in buca, uno dei colpi più celebri nella storia del Masters e del golf di tutti i tempi.

Anche se nata in un’epoca diversa rispetto alle altre buche dell’Augusta National, la 16 incarna perfettamente lo spirito del campo: un giorno severa, il giorno dopo seducente, capace di togliere o regalare un colpo proprio quando la corsa alla Giacca Verde entra nel suo momento decisivo.

(Fonte GolfDigest: articolo di Derek Duncan)