Brooks Koepka è tornato sotto i riflettori questa settimana dopo l’annuncio di lunedì secondo cui il PGA Tour ha concesso una sorta di immunità ai giocatori di punta del LIV Golf per tornare sul massimo circuito statunitense.
Ma la decisione del più importante circuito professionistivo mondiale va ben oltre il cinque volte vincitore di major, ridisegnando le gerarchie competitive, i rapporti con gli sponsor e il panorama politico del nostro sport. Ecco chi esce vincitore e vinto dopo l’annuncio del Returning Member Program del PGA Tour.
Vincitore: Brian Rolapp
La posizione di CEO è stata creata, in parte, per concentrare un potere che durante il precedente mandato era stato frammentato. C’è anche un vantaggio nell’arrivare come rinforzo nella battaglia contro LIV piuttosto che come suo difensore stremato — un lusso che Jay Monahan non ha mai avuto. Eppure, in meno di sei mesi, Brian Rolapp ha inflitto il colpo più devastante dall’inizio della scissione, uno che potrebbe rivelarsi fatale per la superlega saudita.
Il PGA Tour, ben prima dell’arrivo del LIV, era noto per una governance reattiva e una timidezza istituzionale cronica. Rolapp sta smantellando questa reputazione. Pur riconoscendo il peso di tutto ciò che è accaduto dal 2022 — una consapevolezza che ha trasmesso a tutto il suo team dirigente — la sua filosofia rifiuta di restare prigioniera dei precedenti. Riuscire a costruire esattamente ciò di cui il Tour aveva bisogno senza alienare la base che rappresenta ha richiesto di infilare un passaggio incredibilmente stretto. I primi riscontri suggeriscono che lo abbia fatto in modo impeccabile.
Per gli scettici che dubitavano dell’opportunità di introdurre un “outsider” nel mondo chiuso del golf, Rolapp sta fornendo invece una risposta netta e convincente.
Perdente: Scott O’Neil
Questa settimana Scott O’Neil celebra il suo primo anniversario come CEO del LIV dopo essere subentrato a Greg Norman. Il suo risultato distintivo, finora, resta difficile da individuare. Marginalizzato durante le trattative tra PGA Tour e PIF, alla guida di una lega che perde capitali a un ritmo storico, ha ora perso uno dei soli tre veri supercampioni nel pieno della carriera senza ottenere rinforzi in cambio. L’accordo per la trasmissione televisiva negli Stati Uniti con FOX è arrivato sotto la sua gestione, sì — ma quel deal si deve più al corteggiamento del network nei confronti dell’Arabia Saudita in vista dei diritti TV della World Cup maschile 2034 che alle capacità negoziali di O’Neil. È passato solo un anno, quindi c’è ancora tempo per raddrizzare la rotta, ma il debutto non è stato brillante.
Vincitore: Bryson DeChambeau
L’addio di DeChambeau al PGA Tour nel 2022 assomigliava più a un esilio. Il suo gioco era precipitato in un caos meccanico segnato dagli infortuni; i rapporti con dirigenti e colleghi del Tour erano stati avvelenati da manovre dietro le quinte e dal suo ruolo centrale nella causa antitrust. Oggi invece DeChambeau è tra le figure più popolari del golf, una trasformazione nata dalla maturazione personale e dall’inaspettato senso di fratellanza trovato con i compagni del LIV. Doveva andarsene per ritrovare la persona che aveva perso nel meccanismo, e così facendo ha ritrovato se stesso.
Ora detiene un potere enorme sul destino di un intero ordine competitivo. Il suo ritorno al Tour porrebbe fine immediata alla guerra civile, rendendo il LIV di fatto estinto. Questo conferisce a DeChambeau una leva straordinaria: o emergerà come il pacificatore del golf, ottenendo una riabilitazione che tre anni fa sembrava fantascienza, oppure punterà a un contratto talmente enorme da diventare l’ultimo monumento alla disperazione della superlega. In entrambi i casi è una rivincita per un uomo che il golf aveva dato praticamente per perso.
Perdenti: Joaquin Niemann e Tyrrell Hatton
Al di là di DeChambeau e Jon Rahm, sono stati loro due a sostenere la legittimità competitiva del LIV nelle ultime due stagioni. In modo cruciale non si sono mai nascosti all’interno dell’ambiente protetto della lega saudita, ma hanno cercato il confronto in field di livello in Europa, Asia e Australia. Proprio per questo, la loro esclusione dall’offerta di immunità appare particolarmente dura.
Le prestazioni nei major non li hanno aiutati. Questo vale soprattutto per Niemann, che si è lamentato della mancanza di punti World Ranking nel LIV ma ha ottenuto un solo piazzamento tra i primi 10 in 26 partecipazioni ai major. Peggio ancora, come sottolineato nel comunicato del Tour, eventuali successi futuri nei major non garantiranno automaticamente la stessa offerta. Si trovano quindi in un limbo competitivo: troppo titolati per essere ignorati, troppo segnati dai fallimenti nei major per essere salvati.
Vincitori: la base del PGA Tour
Uno dei principali ostacoli nelle trattative PGA Tour–PIF era la reintegrazione dei transfughi del LIV. Si trattava di giocatori che avevano rinunciato all’iscrizione al Tour e che, in molti casi, avrebbero perso i privilegi di gioco se fossero rimasti. Per i dirigenti del Tour il calcolo era complesso: come redistribuire le opportunità sottraendole a chi aveva rifiutato ricchezze garantite per restare fedele?
La struttura delle exemption ha in gran parte neutralizzato questa tensione. Nelle conversazioni con i giocatori del Tour nelle ultime 24 ore la resistenza al ritorno di Koepka è stata minima. Basare l’exemption sui major evita la competizione a somma zero per i posti nei field che avrebbe scatenato una rivolta interna. Inoltre Koepka e gli altri ex LIV non tolgono spazio a nessuno, perché vengono aggiunti ai tornei senza sottrarre posizioni conquistate da altri.
Le penalità finanziarie completano l’equazione politica. I giocatori LIV hanno accumulato ricchezze generazionali, ma il prezzo del rientro è abbastanza alto da smorzare le lamentele sul “voler tutto e subito”. La base del Tour non perde opportunità né finanzia il ritorno dei suoi ex colleghi.
Perdente: Phil Mickelson
Non serve cercare molto sui social per trovare una certa dose di gioia nelle disgrazie. Poiché l’exemption basata sui major vale solo per le vittorie ottenute durante l’era LIV, il PGA Championship 2021 di Mickelson non conta nulla. Ma la vera punizione è più profonda. Se DeChambeau e Rahm dovessero andarsene, gli ultimi anni competitivi di Mickelson si svolgeranno su un palcoscenico popolato da mestieranti e curiosità, in squadre che hanno cambiato nome così tante volte da perdere ogni identità. Questa è l’eredità delle sue azioni: le interviste incendiarie, l’intreccio con l’Arabia Saudita che ha promosso, i ponti bruciati con il suo Tour di origine. Si è guadagnato questo esilio con i propri errori di valutazione.
Eppure, vedere uno dei 20 più grandi giocatori della storia del golf scivolare nell’irrilevanza è triste. Non una tristezza che susciti necessariamente compassione, ma quella che ti fa distogliere lo sguardo.
di Joell Beall, fonte Golf Digest