Swing perfetto, grande potenza, eleganza e, perché no, anche quel tocco di bellezza fisica che non guasta mai. Tutte doti comunque non sufficienti per garantire una carriera così longeva come quella di Adam Scott: senza la testa e la disciplina nel golf è difficile rimanere ai vertici per tanti anni
Masters numero 25 per Adam Scott
Il fuori classe australiano si appresta a festeggiare le nozze d’argento con lo spettacolare percorso dell’Augusta National.
Un traguardo che sottolinea la strepitosa carriera di Scott, che fin dai primi anni si è subito messo in luce per numerose caratteristiche positive: swing perfetto, grande potenza, eleganza e, perché no, anche per la sua bellezza fisica.
Diciamo che queste doti non sono comunque di per sé sufficienti per garantire una carriera così longeva: senza la testa e la disciplina nel golf è difficile rimanere ai vertici per così tanti anni.
Un piccolo periodo di crisi, dovuto a un infortunio e a un conseguente calo di fiducia, lo ha attraversato anche lui, ma ne è uscito molto presto con la calma e la classe che lo hanno sempre contraddistinto nella sua vita sportiva.
Dopo qualche litigio di troppo con il putter, un giocatore classico come lui non ha avuto altra scelta che rifugiarsi in quello lungo, il “Broomstick”
E chi lo avrebbe mai detto che il Federer del golf, ovvero un purista della tecnica, dei fondamentali e delle tradizioni, sarebbe tornato a vincere proprio grazie a questo attrezzo non convenzionale.
La prima volta che ho visto Scott con in mano il putt lungo mi ha fatto impressione, non me lo sarei mai aspettato da lui, ma è anche vero che ora se ne vedono sempre di più e giustamente i professionisti scelgono l’attrezzo in base all’efficacia e non all’aspetto estetico.
Si parla sempre del suo swing come della perfezione, del modello da seguire per ogni giovane che voglia avere una tecnica pura e efficace
Si dice anche che il suo primo coach, il famoso Butch Harmon, lo abbia plasmato a immagine e somiglianza di Tiger Woods.
In effetti i due campioni hanno in comune il rispetto dei fondamentali e la perfezione delle linee del bastone, che in entrambe i casi viaggia su di un piano impeccabile.
Il giovane Adam, l’anno in cui iniziò a giocare in Europa, in effetti assomigliava molto a Tiger sia come swing che come gestualità.
Ricordo ancora che alla sua prima apparizione in Marocco si mise in fondo al campo pratica con maglia rossa e pantaloni neri e in tanti per un momento rimasero increduli ed ebbero un dubbio nel vederlo swingare, sembrava davvero che ci fosse Tiger!
I due hanno però sempre avuto un modo diverso di produrre velocità e potenza
Mentre Woods nel downswing entra nel terreno sfruttando in maniera ottimale e applicando alla perfezione la famosa ‘ground force’, Scott non usa molta forza verticale ma spinge più a lungo lateralmente con i fianchi verso il bersaglio, per poi creare tutta la velocità con le braccia, che rilasciano il bastone con un’accelerazione impressionante.
Questa velocità di rilascio del bastone, ottenuta principalmente con braccia e mani, gli permette di ottenere distanze enormi ma crea anche tante rivoluzioni della faccia del bastone nella fase d’impatto.
Caratteristica che non causa problemi a chi ha le mani d’oro come l’australiano ma che può dare qualche problema a giocatori comuni quando si trovano in contention e l’adrenalina sale alle stelle.
In tutti questi anni lo stampo dello swing del Masters Champion 2013 non è mai assolutamente cambiato, le piccole differenze che si notano sono più dovute al passare degli anni e al conseguente naturale cambiamento fisico. Lo swing di un ventenne per forza di cose risulta essere leggermente diverso rispetto allo stesso giocatore 25 anni più anziano.
C’è una sola cosa che mi mette tristezza guardando Adam Scott e Justin Rose giocare così bene ed essere così competitivi a 46 anni.
Tiger Woods, senza una preparazione atletica a mio parere sconsiderata, dannosa e inutile per il suo golf, avrebbe potuto essere ancora tra i favoriti di questo Masters 2026
Adam e Justin sono infatti entrambe due splendidi atleti che hanno mantenuto in maniera intelligente il proprio fisico in perfetta forma, allenando esclusivamente le caratteristiche che servono per il golf.
Se Tiger non avesse concentrato la sua preparazione fisica esclusivamente sull’esagerato potenziamento muscolare e si fosse limitato a un lavoro bilanciato per prevenire gli infortuni e mantenere quell’elasticità e potenza che la natura gli aveva già regalato alla nascita, tutto il mondo sarebbe ancora qui a tifare il mostro sacro e il miglior giocatore di tutti i tempi. Quel fuoriclasse che quando indossa la maglia rossa la domenica incute paura agli avversari e li mette al tappeto dopo poche buche. Da ragazzino Tiger, a inizio carriera professionistica, era in assoluto il giocatore più potente del circuito nonostante avesse un fisico naturale e longilineo e non fosse certo enorme come è poi diventato negli anni 2000. Difficile dire se Woods avesse vinto molti più tornei con una preparazione più mirata al golf e meno da body builder.
Una cosa è certa, con un preparatore atletico e osteopata al seguito, la Tigre sarebbe ancora oggi, a 50 anni, l’uomo da battere in numerose competizioni, soprattutto nelle occasioni nelle quali l’esperienza e la conoscenza del percorso possono fare la differenza.
Il Masters è proprio l’appuntamento principe per i veterani
Forse un po’ meno da quando hanno allungato alcune buche di parecchi metri e i green non sono più duri e veloci come negli anni 90 e inizio 2000.
Perché l’esperienza può dare una seria mano a vincere questo ambito torneo? Rispetto agli altri major una delle ragioni che rende il Masters più facile da vincere per un giocatore esperto è il fatto che questo major è l’unico che si gioca sempre sullo stesso campo e con le stesse posizioni di bandiera.
Pensate a quante volte giocatori come Adam Scott e Justin Rose hanno avuto gli stessi colpi anno dopo anno e soprattutto gli identici delicatissimi putt.
È vero che con il percorso odierno tirare la palla forte e possibilmente con effetto da destra a sinistra si ha un vantaggio enorme, ma conoscere dove non sbagliare e tutte le sfumature di questi ondulatissimi green credo sia ancora più importante.
Buon Masters a tutti quindi.
Io spero vivamente che si ritorni a vedere il percorso preparato in condizioni al limite della giocabilità non per cattiveria, solo perché il Masters deve giustamente distinguersi dagli altri tornei per strategia e difficoltà.
Vi posso assicurare che quando i green sono duri come tamburi e tira un po’ di vento, questo splendido tracciato mette in seria difficoltà anche i migliori al mondo.
Al pubblico piace vedere qualcosa di diverso rispetto alle altre settimane dell’anno e il Masters è sempre stato un campo difficile da domare, soprattutto negli anni 90, quando era più corto ma decisamente molto più punitivo.
Quando la domenica si entra nelle nove buche finali, il pubblico si attacca letteralmente alla TV come durante un film giallo dal finale imprevedibile: inchiodato sul divano con il fiato sospeso…
Nozze d'argento