Il tempo scorre, il Masters resta. Adam Scott ripercorre il cammino che lo lega al major georgiano: dagli esordi al trionfo del 2013 sino alla maturità di oggi e al fascino unico di un sogno che ritorna ogni aprile

Se diamo un’occhiata ai Masters e ai major di questo secolo, c’è forse una voce più autorevole di quella di Adam Scott?

Oltre ai i risultati ottenuti, che hanno portato l’australiano alle soglie della World Golf Hall of Fame — un Masters, un Players, un Tour Championship, 11 settimane da numero 1 del mondo e 32 vittorie internazionali — è la sua straordinaria continuità a colpire più di tutto. Il Masters 2026 sarà infatti il suo 98° major consecutivo: un record che lo colloca addirittura al secondo posto assoluto di tutti i tempi, dietro solo a Jack Nicklaus (146). Al terzo posto c’è Tom Watson con 87, mentre tra i giocatori in attività la striscia più lunga appartiene a Jordan Spieth, che ad aprile raggiungerà quota 50.

Il Fenomeno Tiger Woods nella sua leggendaria carriera ha avuto diverse pause, e vale la pena ricordare che persino Rory McIlroy dovette saltare l’Open Championship del 2015 per una lesione al legamento della caviglia. Perché il golf, con il suo ritmo lento ma implacabile, è uno sport in cui non ci si può permettere di fermarsi.

Anno dopo anno, per un quarto di secolo, mentre nuovi talenti forti e affamati di gloria arrivavano sul palcoscenico mondiale, Adam Scott non ha mai ceduto il suo posto al tavolo dei grandi. A 45 anni, padre di tre figli, è rimasto competitivo e in forma, arrivando persino nell’ultimo flight allo U.S. Open dello scorso anno. Sicuramente il suo swing da manuale ha aiutato a preservargli le articolazioni, ma il vero segreto di tanto successo sembra risiedere nella sua mentalità.

Sei arrivato al tuo 25° Masters consecutivo, un traguardo impressionante per un golfista ancora nel pieno della carriera. Nel 2002 all’esordio, chiusi nono: qual è il ricordo più bello di quella settimana?

Ce ne sono molti, ma mi viene subito in mente il birdie al 16 di domenica. Ero finito nella parte alta del green a sinistra, ho azzeccato la linea in discesa e la palla è finita in buca. La collina che accoglie il pubblico di fronte al green amplifica l’eco in quel punto del campo, ma in quel momento della mia carriera è stato il boato più impressionante che avessi mai sentito. Forse lo idealizzo un po’ oggi ma è stato fantastico provare una sensazione del genere già al mio primo anno ad Augusta.

Hai giocato insieme a Fuzzy Zoeller, campione Masters 1979 al suo debutto assoluto nel torneo. Com’è stato giocare con lui?

Fuzzy è stato un compagno fantastico. Alla 1 io ho mandato la palla dritta in un bunker a destra del fairway, che consideravo un buon risultato perché non sentivo nemmeno le mani. Nel frattempo lui è sceso dal tee fischiettando, si è avvicinato e mi ha detto: “Non preoccuparti, da qui in poi andrà tutto bene”.

È naturale immaginarsi come possa evolvere nel tempo il proprio livello di sicurezza all’Augusta National.

All’inizio giocavo bene, probabilmente commettendo un sacco di errori di cui non mi rendevo conto, ma venivo comunque premiato per i colpi riusciti. Poi c’è stato un lungo periodo in cui giocavo sempre sul filo. Impari a conoscere tutti i punti pericolosi, come non andare mai a sinistra alla 2, ma ogni buca ha zone in cui un errore può essere disastroso, e io cercavo di starne lontano sempre. Il vero punto di svolta per me è stato il 2010. Quell’anno il mio putt era un disastro, ma dal tee al green ho gestito il percorso molto bene e ho pensato: “Ok, adesso finalmente ho tutto sotto controllo”.

E per quanto riguarda i cambiamenti fuori dal campo, come la scelta di dove alloggiare o la gestione del tempo?

Per diversi anni ho soggiornato all’Augusta Marriott, perché avevo instaurato un buon rapporto con il manager. Anche Butch Harmon, che mi allenava ai tempi, stava lì, e ricordo molte serate di lunedì nella sua stanza a guardare la finale del campionato NCAA di basket, solo noi due con un paio di birre. Butch è un grande appassionato di sport: guardare una partita con lui era davvero divertente. Poi, nel 2011, ho deciso di cambiare e ho affittato una casa con Tim Clark. Non mi piaceva molto il fatto di dover spostare vestiti nell’armadio di qualcun altro per far spazio ai miei ma quell’anno ho chiuso pari merito al secondo posto. Ho continuato ad affittare quella stessa casa per i 13 anni successivi…

Oltre al Masters, Wimbledon è spesso citato come uno degli eventi sportivi meglio organizzati al mondo. Come li confronteresti?

È diverso, intanto perché a Wimbledon vado da spettatore. È un’esperienza incredibile, e sento che per gli appassionati del Masters è lo stesso. Il paragone parte dalla tradizione, a cominciare dai campi perfettamente curati. Poi ci sono regole che creano un ambiente unico e fantastico in cui giocare. Ad Augusta ognuno ha i suoi preferiti, e si distingue facilmente il boato per un eagle di Tiger o un birdie di Rory, ma è raro che qualcuno si comporti fuori luogo. Lo stesso vale per l’Open Championship. Per i tennisti, immagino che vincere a Wimbledon debba dare una sensazione simile a quella di farlo al Masters. Da campione, sono di parte, ma c’è qualcosa nel Masters che rieccheggia non solo tra i golfisti, ma anche al di fuori del nostro settore. Non voglio sminuire gli altri major, sarei felice di vincerne uno qualsiasi ancora, ma le bandiere gialle del Masters le vedo ogni settimana per essere autografate, ovunque io vada. E continuano ad esserci senza sosta.

Hai visto le strutture e il percorso di Augusta subire cambiamenti radicali in questo quarto di secolo. Hai una versione preferita del campo?

Beh, sappiamo tutti come siano cambiate le esperienze prima e dopo il giro, il campo pratica, il centro media e così via, in modi che sembrano possibili solo all’Augusta National. Ma l’esperienza sul percorso è rimasta la stessa, coerente con i valori del torneo, che secondo me sono sempre stati presenti. Dal punto di vista del gioco, il periodo dal 2010 al 2016 è stato quello che più si è allineato con il mio stile. Ma se avessi una macchina del tempo, mi piacerebbe tornare agli inizi degli anni ’90. Allora c’erano molti meno fairway circondati dagli alberi, più larghezza e più angoli, e la palla correva molto di più. Credo che il percorso fosse più veloce, con palline che rimbalzavano facilmente sui green. Mi sarebbe piaciuto provare l’assenza del primo taglio di rough, tipo i drive che scivolavano a destra alla 14 finendo tra gli aghi di pino, mentre oggi ci vuole davvero un brutto colpo per arrivarci. Questo è quello che mi viene in mente sul tema ma capisco che sia un equilibrio difficile impostare il percorso in base a come il gioco si è avoluto nel tempo.

Hai conosciuto tre presidenti di Augusta, Hootie Johnson, Billy Payne e Fred Ridley. Con chi hai avuto più confidenza?

Durante l’era di Hootie Johnson non ero ancora campione, quindi non c’era motivo che venisse a parlarmi. Billy Payne era una figura imponente e intimidatoria, anche se personalmente ho avuto con lui solo esperienze amichevoli. Alla cena dei campioni aveva il suo modo di rappresentare il circolo, mentre Fred — o meglio, il Chairman Ridley — ha il suo stile. Non in maniera difficile, per nulla: con Payne noi giocatori eravamo ospiti del club, con Ridley invece è come se lui fosse nostro ospite. Entrambi gli approcci vanno benissimo. Ora che sono più maturo, vedo le cose in modo diverso. Sono felice solo di avere il privilegio di vivere quella speciale serata, che non darò mai per scontata. Il circolo può organizzare la cena come vuole.

Chiudi gli occhi e torna all’inizio della settimana del 2013. Hai avuto qualche premonizione?

Beh, ho vinto tutti i premi in denaro durante le due giornate di prova campo. Non ho sbagliato un colpo per due giorni. Ho giocato con i sudafricani, Ernie Els, Charl Schwartzel, Louis Oosthuizen e Branden Grace. Els alla fine ha detto al mio allenatore di allora Brad Malone: “Il tuo ragazzo è pronto…”. Sono piuttosto legato a Ernie, e forse riusciva a capire che avevo la determinazione giusta. L’estate precedente avevo perso l’Open Championship in malo modo alla 18 aprendo la porta al successo proprio di Els, e lui sapeva quanto fossi convinto di potercela fare ad Augusta quell’anno per la forma che avevo raggiunto.

Col senno di poi, essere stato accoppiato giovedì e venerdì con Angel Cabrera, che poi avresti affrontato nel playoff finale, è stato un po’ un presagio.

Cabrera e io avevamo giocato insieme in parecchie occasioni nel corso degli anni. Venerdì riuscì a chiudere abbastanza bene, sopravvivendo ad alcune difficoltà alla 9, 10, 11 e 12, una parte molto complicata del percorso. Poi al 13 ha giocato un drive fantastico a tagliare sopra l’angolo di sinistra della buca e l’ho visto subito parlare con il caddie, che era suo figlio. Ero abbastanza vicino da cogliere lo scambio. Sembrava che i suoi occhi si fossero improvvisamente illuminati: aveva trovato ciò di cui aveva bisogno e sapeva che sarebbe stato determinato fino alla fine. È un concorrente durissimo che non molla mai quando è in forma. A quel punto del torneo non è stato necessariamente qualcosa che mi influenzato ma è un ricordo che ho ben chiaro.

Hai avuto modo di parlare con Cabrera lo scorso anno, quando è tornato dopo cinque anni di assenza?

Sì, abbiamo parlato. È stato fantastico, davvero fantastico. E ha giocato così bene. Come ha fatto? Non dimentichiamoci che parliamo di un golfista dotato di un incredibilmente talento.

A parte il playoff, c’è stato un colpo decisivo che hai fatto quella domenica che è stato tralasciato?

Ricordo quando mi trovai in cima alla collina della 15 mentre pioveva in attesa di giocare il secondo colpo al green. Jason Day aveva appena fatto birdie. Io non avevo ancora pensato che potevo davvero vincere, la domanda era piuttosto: “Riuscirai a stare al passo con lui?”. Quello che avevo fatto fino a quel momento non era sufficiente, dovevo solo continuare così. Avevo un ferro 4 dalla destra: o restavo in gara o uscivo dal torneo. Quello è stato il momento decisivo. Non mi sono permesso di pensare “Ok, sono in posizione per vincere” fino a quando non sono arrivato sul fairway del 17. In un certo senso è stata una benedizione: pensare alla vittoria prima sarebbe stato molto più difficile. Ma arriva sempre un momento in cui non puoi più evitare la realtà di ciò che serve per vincere un torneo, che si tratti di due birdie o due par di fila o qualsiasi altra situazione imponga un ultimo sforzo. Devi essere in grado di gestirlo. In qualche modo il mio cervello ha fatto click: “Ok, adesso vinco”.

Come volto di spicco del Team International, è una domanda assurda chiederti se la pressione che hai vissuto al Masters sia paragonabile a quella della Presidents Cup?

Purtroppo non sono mai stato — o non ancora — in quella situazione di pressione di una domenica in cui si gioca il proprio match singolo con la Presidents in palio. Un giorno, uno di noi lo farà, e mi piacerebbe essere io quello. Sarebbe incredibile. Ho sentito dire da chi ha giocato e vinto la Ryder Cup che non hanno provato mai niente di simile. Io non posso giocare la Ryder quindi non posso confrontarlo. Per me il Masters è il momento in cui sono più nervoso, ma si tratta di nervosismo dovuto all’attesa e al momento prima di scendere in campo. La tensione è massima al tee della 1 dopo otto mesi dall’ultimo major, con tante aspettative da parte degli altri ma soprattutto da se stessi, di giocare bene quella settimana. Certo, la tensione si sente anche nelle ultime buche, ma dopo tre ore e mezza di gioco mente e corpo sono per lo più sotto controllo, soprattutto se sei in lotta per la vittoria. Se la Presidents Cup di questo autunno a Medinah arrivasse al mio singolo di domenica ancora aperta penso che le sensazioni sarebbero paragonabili. Immagino che Ernie Els direbbe di aver provato una pressione enorme in Sudafrica quando si giocò tutto al playoff contro Tiger, perché aveva altri undici compagni sulle spalle.

La tua longevità, costanza e assenza di infortuni sono la prova della solidità del tuo swing, ma a 45 anni inizi a sentire l’età?

Dal punto di vista del golf, davvero non sento la mia età. Mi sento come se ne avessi ancora 35, quindi spero di avere ancora qualche anno davanti a me. Detto questo, non c’è dubbio che quando faccio altre attività il corpo non risponde più come una volta. Prima surfavo tre volte a settimana durante i tornei. Mi piacerebbe ancora farlo, anche se non sono sicuro che la ragione sia l’età, quanto piuttosto il fatto che oggi siamo tutti molto più professionali di un tempo. Oggi devi seguire alla lettera gli allenamenti quotidiani sul putting e controllare che il chipping sia ok. Sto giocando bene i ferri? Ho ottimizzato al meglio il gioco corto? Come si comporta il driver? E poi c’è la palestra, il fisioterapista… e in un batter d’occhio ti ritrovi a passare tutto il giorno sul campo.

I complimenti sono meravigliosi, ma col tempo possono diventare un peso. Com’è stato portarsi dietro per anni il titolo di swing più bello del mondo?

All’inizio, quando mi paragonavano a Woods, il mio ritmo ingannava tutti. La posizione di Tiger nel 2000 era così pura che, anche se il mio swing sembrava il suo, le posizioni non corrispondevano. Ma il mio ritmo e il modo in cui mi muovevo erano simili. Devo dire che il mio swing ha un bel flow, se posso farmi questo complimento. Ma, se si guarda da vicino, è evoluto negli anni, e ci sono state molte variazioni nel movimento del bastone senza che necessariamente cercassi di cambiarlo. A chi mi dice che ho il movimento più bello del mondo o che cerca di copiarlo, rispondo subito che ci sono giorni in cui mi sembra assolutamente pessimo. Non ho idea di come farlo sul campo e nella mia testa mi vengono immagini mentali di dover swingare come Fred Couples o come Jack Nicklaus, insieme a un sacco di altre soluzioni improvvisate. Eppure sono riuscito a mantenere questo flow che è piacevole da vedere. Ovviamente avrei voluto che i risultati fossero all’altezza del titolo di swing più bello del mondo.

Forse in modo simile, tra molte fan hai avuto per lungo tempo l’etichetta di uomo più sexy del tour. Ti fa piacere questa attenzione o a volte ti stanca?

Penso che, grazie alla mia personalità e al mio carattere generalmente riservato, non abbia mai cercato troppo questo tipo di attenzione. E a questo punto, a 45 anni, non credo di riceverne più così tanta.

E se ti dicessi che anche tra le nuove generazioni ci sono molte ragazze che sono innamorate di te non solo golfisticamente parlando? Parlo di screensaver sui telefoni.

Beh, fa bene all’autostima sentirlo. Camminerò a testa alta per il resto della settimana.

(Fonte GolfDigest: articolo Max Adler, foto Stephen Denton)