Quando pensi a Paul Casey c’è un’immagine che predomina su tutte, quella del suo inconfondibile sorriso.

Provate a pensare a una sua inquadratura televisiva durante un torneo oppure, se siete più fortunati, quando avete avuto il piacere di vederlo giocare o allenarsi dal vivo.

Difficile, anzi, praticamente impossibile incontrarlo scuro in volto: Paul Casey è un ragazzo solare, capace di trasmettere energia positiva a sé stesso e a chi ha intorno.

La nostra chiacchierata inizia a ottobre all’Olgiata nell’hospitality Rolex, maison di cui Casey è da anni golf ambassador, in occasione del 76° Open d’Italia, torneo il nostro che il campione inglese non aveva mai giocato, nemmeno agli inizi della sua ormai lunga e pluripremiata carriera.

E poco importa che le prime battute avvengano a taglio appena mancato, come lui stesso ci ricorda:

“Fa parte del nostro lavoro, è un aspetto che bisogna imparare ad accettare e deve servire come stimolo a lavorare di più.

Il bello del golf è proprio questo: ogni settimana abbiamo una nuova occasione per riscattarci e dimostrare a noi stessi quello che davvero valiamo”.

Ci risentiamo a fine novembre, a Race to Dubai conclusa, poche ore dopo aver terminato 18° il DP World Tour Championship e al 28° posto l’Ordine di Merito 2019 del circuito europeo.

Allora Paul, il 2019 è stato un anno fantastico: hai vinto sia sul PGA Tour (Valspar Championship) che sull’European Tour (Porsche European Open). Che voto ti dai in questa stagione, cosa ti è piaciuto e cosa invece un po’ meno?

Mi do un 9 e mezzo. Con due vittorie non può che considerarsi un’ottima annata e mi piace constatare che sono ancora competitivo a 42 anni.

Sinceramente mi pesa un po’ un calendario così ricco di impegni: oggigiorno si gioca moltissimo ed essere sempre tra i primi non è per nulla scontato.

Se penso però nel complesso al 2019 devo dire che forse mi aspettavo qualcosa di più in termini di risultati.

Hai festeggiato vent’anni anni di carriera: quali sono stati i momenti più belli e quali invece quelli che, se potessi, affronteresti ora in modo diverso?

Non ho mai pensato di voler cambiare nulla di quanto ho già fatto, cerco sempre di guardare avanti.

Ricordo ancora la mia prima vittoria a Gleneagles in Scozia nel 2001, la grande emozione che provai a impormi in un torneo professionistico.

Era un sogno che diventava realtà. E poi come dimenticare i tanti indimenticabili momenti in Ryder Cup: niente è più snervante e allo stesso tempo adrenalinico e gratificante nel golf.

Hai giocato 63 major, andando vicinissimo a vincerne uno in diverse occasioni: quanto è importante per un top player conquistare almeno un titolo dello Slam? Quale dei quattro preferisci e quale invece consideri il più difficile?

Non credo che ci sia una risposta univoca a questa domanda, ogni giocatore vive questa cosa in modo personale. Forse quando avrò terminato la carriera risponderò in modo diverso.

Il Masters è sempre stato il major in cui ho sentito di avere le migliori possibilità di vittoria. Il mio stile di gioco si adatta perfettamente all’Augusta National e conosco il campo come il palmo della mia mano.

Il più difficile? Probabilmente l’Open Championship: è forse quello che desidero più di tutti, ma nella mia carriera ho sempre dovuto lottare duramente sui links.

In più, per sollevare la Claret Jug, bisogna avere anche un pizzico di fortuna con le condizioni meteo.

Sei da anni golf ambassador di Rolex: ogni orologio della Maison svizzera ha una storia da raccontare. Ci racconti la tua di un modello a cui sei particolarmente affezionato?

Il Rolex Daytona è sempre stato uno dei miei orologi preferiti. Nel 2011, quando il mio eroe Seve Ballesteros morì, comprai un Daytona che un tempo apparteneva a lui.

L’orologio in questione fu regalato dallo stesso Seve a un amico comune. Un giorno il campione spagnolo gli si avvicinò e gli disse: “Tieni, questo è per ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me”. 

Quando Seve se ne andò il mio amico decise di mettere all’asta l’orologio nel corso della Olé Seve Charity Pro-Am e i fondi raccolti sarebbero andati alla fondazione Severiano Ballesteros e alla Ricerca sul Cancro del Regno Unito.

Volevo che questo orologio rimanesse tra me e il mio amico anche dopo il suo generoso gesto, quindi feci di tutto per aggiudicarmi l’asta quella sera e ci riuscii.

Ora quel Daytona si trova in un luogo sicuro, nella sua scatola originale, con un documento che certifica il fatto che fosse appartenuto in passato a Seve. 

Ogni tanto lo indosso in occasioni speciali, per onorare la memoria di un grande uomo e di un campione unico che ha fatto tanto per il nostro sport.

Lo scorso anno sei tornato a far parte del team europeo di Ryder Cup dopo dieci anni di assenza e sei stato protagonista ancora una volta. Hai vinto tre edizioni su quattro disputate, qual è il segreto per imporsi in Ryder?

In realtà non esiste una ricetta magica o un segreto e se anche ci fosse di certo non lo condividerei!

Una squadra vincente fa pochi errori e imbuca i putt decisivi: diciamo che gli europei nel corso delle ultime edizioni sono stati più brillanti degli americani come gruppo, meritando di portarsi a casa la coppa.

Sei ancora giovane ma un giorno ti piacerebbe ricoprire il ruolo di Capitano? Cosa non dovrebbe mai mancare nel tuo team?

Ovviamente mi piacerebbe molto, essere il capitano di Ryder Cup è un grande onore. Prima di tutto vorrei essere un capitano vincente, ma il modo in cui opera spesso è dettato da chi fa parte della squadra.

Cosa non dovrebbe mai mancare nel mio team?

La passione: in tutti i team in cui ho giocato ho sempre avvertito un forte senso di appartenenza e la voglia di remare tutti nella stessa direzione.

Farne parte è la massima aspirazione per un europeo o un americano ed è un onore poter rappresentare il tuo paese e continente.

La passione noi europei l’abbiamo sempre trasmessa e non credo che sarebbe diverso nella mia squadra.

Il 2020 sarà un anno ricco di appuntamenti. Hai già definito il tuo programma e quali obiettivi ti sei prefissato?

I miei obiettivi raramente cambiano da un anno all’altro, ma nel 2020 mi piacerebbe fare parte della squadra olimpica della Gran Bretagna a Tokio.

Avrò 43 anni il prossimo anno ed è molto probabile che questa sia la mia ultima opportunità di poter far parte dei Giochi. Sono convinto che potrei aspirare a una medaglia.

Parliamo di Paul senza i bastoni in mano: come sei fuori dal campo e quali sono le tue passioni?

La famiglia è al primo posto: cerco di essere il miglior padre possibile per i miei due figli e un buon marito.

Adoro l’alta orologeria, sono un grande appassionato e mi piace andare alla ricerca di pezzi rari o documentarmi su ogni aspetto di questo mondo.

Ho poi una grande passione per il ciclismo su strada, in parte mi permette di tenermi in forma ma è anche un modo per evadere e liberare la mente.

Ho partecipato a numerosi viaggi in bicicletta e le vostre Dolomiti sono in assoluto il luogo che preferisco.

Raramente ho parlato del mio amore per le automobili e nel mio garage ho alcuni modelli divertenti tra cui qualcosa anche proveniente dall’Italia.

La mia preferita è una Porsche GT3 RS del 2004.

Quest’anno ci sono state molte polemiche per il gioco lento sul Tour. Qual è il tuo punto di vista?

Non amo la lentezza sul campo ma sfortunatamente il golf è un gioco intrinsecamente lento, anche se qualcosa si può certamente fare per migliorarlo. Cosa non è ancora chiaro ma sono d’accordo nel cercare nuove strade.

Quali modifiche il golf dovrebbe introdurre per non perdere appeal nei confronti delle nuove generazioni?

Ci sono alcuni semplici accorgimenti che i club, le federazioni e gli organi di governo del golf mondiale potrebbero adottare.

L’abbattimento dei costi, l’apertura a un abbigliamento più casual, la facilità di accesso ai campi e una mentalità più giovane e dinamica sono piccoli passi che possono fare la differenza.

Iniziare a giocare a golf del Regno Unito non è costoso: io ho avuto la possibilità di farlo in un piccolo campo vicino a casa per poche sterline, usando bastoni forniti dal club, il mio approccio al gioco non è stato più costoso o difficile di qualsiasi altro sport.

Molti avevano un abbigliamento casual e un po’ anticonvenzionale rispetto ai canoni tradizionali e questo aspetto era ancora più simpatico e divertente da vedere su un bambino come me.

Solo perché non vestivo come un golfista tradizionale non significava che non lo fossi.

Sono sicuro che oggi non sarei quello che sono se non fosse stato per quanto il mio ­paese mi ha insegnato in termini di atteggiamento nei confronti del gioco del golf.

Hai 42 anni e sei nel pieno della tua maturità golfistica: oggi un giocatore, se integro fisicamente, può giocare sino a oltre sessant’anni ad alti livelli. Se ti immagini tra dieci anni dove ti vedi?

Cercherò di giocare il più a lungo possibile, finché rimango in forma e in salute non c’è motivo per cui non possa continuare almeno per altri dieci anni.

Fino a quanto avrò voglia di farlo?

Attualmente adoro giocare e competere, ma se un giorno dovessi cambiare idea, allora mi fermerò.

Amo questo sport e ci sono molte cose che vorrei fare anche quando non sarò più in un campo con un bastone in mano. 

Il golf è la tua vita: se dovessi convincere qualcuno a iniziare cosa gli diresti?

Dovete solo provarlo. Non c’è niente di più appagante al mondo che essere su un campo da golf, immersi nella natura, sfidando sé stessi per mettere una piccola pallina bianca in una buca.

È senza dubbio il gioco più bello del mondo.