Nel 1986 Jack Nicklaus stupì il mondo conquistando a 46 anni la sua sesta Giacca Verde. Riviviamo quell’epica edizione attraverso il racconto del celebre commentatore di CBS Sports, ai tempi alle prime armi

Ogni primavera sembra esserci un anniversario speciale che ci aspetta all’Augusta National Golf Club.

Quest’anno segna uno dei più grandi di tutti: 40 anni dal leggendario sesto trionfo al Masters di Jack Nicklaus, il massimo numero di vittorie ottenuto da chiunque nel torneo.

A distanza di quattro decenni, per i sette milioni di telespettatori e per coloro che ebbero la fortuna di assistere di persona a quel Masters, gli eventi quasi surreali di quella domenica 13 aprile 1986 sembrano ancora adesso una favola. È successo davvero? Ma come ha fatto Jack?

Quel giorno mi trovavo a commentare in diretta il torneo nella torre della CBS dietro al par 3 della 16, ma per me la storia era iniziata quasi due anni prima.

Nel giugno del 1984 feci da caddie a Jack Nicklaus durante un’esibizione al Park Meadows Country Club, un campo a Park City, nello Utah, progettato proprio da lui. Jack invitò il suo buon amico Johnny Miller a unirsi al giro inaugurale di 18 buche davanti a diverse migliaia di spettatori. Due cronisti sportivi locali furono invitati a portare le sacche nel pomeriggio. Io ero uno di loro, assegnato all’Orso d’Oro.

Potete immaginare l’onore di portare per 18 buche l’enorme sacca MacGregor da tour di Nicklaus. L’emozione era alle stelle, e Jack ogni tanto chiedeva perfino il mio parere sulle distanze e sulla lettura dei green. Fu gentile e cordiale con un caddie improvvisato come me alle prime armi, anche se lo guidai verso un 73 senza birdie: 17 par e un bogey con tre putt.

Fui assunto da CBS Sports l’estate successiva. Avevo 26 anni ed erano passati solo quattro anni da quando vivevo ancora nel dormitorio dell’University of Houston. Poco dopo mi informarono che il leggendario produttore di golf della CBS, Frank Chirkinian, aveva chiesto ai dirigenti della rete di includermi nel suo team di telecronaca. Chirkinian di solito otteneva ciò che voleva, e a gennaio ero a Pebble Beach per il primo evento della stagione. Appena arrivato, Frank mi disse tre cose. Primo: quel fine settimana non avrei commentato l’azione. “Sei qui solo per osservare come realizziamo una trasmissione”, disse.

Secondo: il Lodge di Pebble Beach era completo, quindi la CBS mi avrebbe sistemato in una villa a sinistra del fairway della 1 che un tempo era la casa del grande golfista degli anni ’40 Lawson Little. Il mio compagno di stanza? Un reporter burbero e famoso scrittore di golf, Bob Drum.

Infine Chirkinian sganciò una bomba: se nelle settimane successive fosse andato tutto bene, compreso il mio debutto in onda al Doral Open, progettava di includermi nella trasmissione del Masters ad aprile.

La mia prima vera visione dell’Augusta National arrivò a marzo, quando Chirkinian mi chiese di registrare alcuni spot promozionali per il torneo. Quando finalmente arrivò aprile, la mia curva di apprendimento fu rapidissima.

La torre era così vicina all’azione che imparai ad abbassare la voce per non distrarre i giocatori. Notai anche come, verso sera, il sole al tramonto fosse alle mie spalle e illuminasse intensamente i giocatori mentre giocavano dal tee. La luce rendeva le palline da golf più grandi di quanto fossero realmente. Sembrava di seguire palloni da spiaggia, non oggetti di 4,2 centimetri di diametro.

La domenica la classifica era piena di nomi iconici della Hall of Fame.

Greg Norman, leader dopo il terzo giro, e Nick Price, che il sabato aveva segnato il record del campo in 63, erano nella partenza finale. Nel gruppo davanti a loro c’erano Seve Ballesteros, in cerca della terza Giacca Verde, e Bernhard Langer, che puntava a ripetere la vittoria dell’anno precedente. In corsa c’erano anche Tom Kite, Corey Pavin, Tom Watson e Sandy Lyle. Nicklaus era pari merito al nono posto, a sei colpi dalla vetta. Non sembrava avere alcuna possibilità. Aveva 46 anni e non vinceva un major da sei. Per quanto ne sapevo, dopo il 73 che avevo visto a Park City, i suoi giorni migliori erano ormai alle spalle.

Il cambio passo di Nicklaus

Birdie alla 9, 10 e 11. Fece bogey alla 12, ma poi di nuovo birdie alla 13. Quando imbucò l’eagle alla 15, improvvisamente era a soli due colpi dal leader, Ballesteros.

Mentre l’Orso d’Oro si preparava a giocare il par 3 della 16, raccontai rapidamente in diretta la sua gloriosa storia a quella buca: il birdie decisivo nel 1963 che lo portò alla sua prima Giacca Verde e il putt di 12 metri in salita ancora per il birdie nel 1975, per respingere gli attacchi di Johnny Miller e Tom Weiskopf.

Quando si mise sulla palla con un ferro 6, per me era giunto il momento di “tacere” – nel gergo dei telecronisti significa non dire assolutamente nulla.

La cosa successiva che ricordo è la pallina, quel “pallone da spiaggia”, che volava verso di me. Dopo quattro giorni passati a osservare numerosi colpi, capii subito che sarebbe arrivato molto vicino alla buca. Mentre la palla scendeva lungo il pendio e rotolava verso la buca, nella mia mente comparve persino l’idea di un hole in one. Curiosamente quella mattina avevo chiesto a Frank Chirkinian come comportarmi se qualcuno avesse fatto buca in uno. Con il suo tipico tono duro ma affettuoso mi disse: “Ragazzo, questa è una televisione. Se mi parlerai sopra in un momento del genere, scenderò dal truck della regia, verrò alla 16 e ti butterò personalmente fuori dalla torre!”.

Con quel pensiero in testa, in diretta dissi solo “Dritta verso la buca” mentre la palla era in aria. Quando si fermò a meno di un metro, esclamai: “Oh, mamma mia!”.

Per i cinque minuti successivi rimasi quasi in silenzio. Frank, dirigendo magistralmente, lasciò la telecamera indugiare su Nicklaus mentre camminava lungo il bordo dell’acqua verso il green.

Jack imbucò perfettamente il putt per il birdie e, mentre usciva dal green tra il boato della folla, esclamai: “Non c’è dubbio: l’Orso d’Oro è uscito dal letargo”.

Nicklaus naturalmente vinse, e dopo la fine della trasmissione salii la collina verso il compound della CBS. All’improvviso un carrello da golf si fermò accanto a me. Alla guida c’era il nostro analista principale, il leggendario Ken Venturi, che euforico disse: “Jimmy, potresti essere abbastanza fortunato da commentare un giorno 50 Masters, ma ti posso assicurare che non vedrai mai una giornata più grande di questa all’Augusta National”.

Negli anni ho invece avuto la fortuna di assistere a molti altri leggendari momenti: Tiger Woods nel 1997, ancora Tiger con il suo “ritorno alla gloria” nel 2019, e infine Rory McIlroy l’anno scorso. Ma il 1986, per molti aspetti, resta unico. Lo ricordiamo come il giorno in cui Jack Nicklaus ci fece assistere a una vera favola di golf che, incredibilmente, divenne realtà. “Era il momento per me di tacere, nel gergo dei telecronisti non aggiungere assolutamente nulla. Ci sono immagini del resto che parlano da sole…”.

(Fonte GolfDigest. articolo di Jim Nantz)