Ci sono applausi che ad Augusta non si chiedono, arrivano da soli. Sono le standing ovation riservate a una ristretta élite, a chi ha indossato la Giacca Verde e ha scritto il proprio nome nella leggenda del Masters. Se ti chiami Jack Nicklaus, Arnold Palmer, Gary Player o Tiger Woods, il pubblico ti accompagna con un rispetto quasi sacrale, passo dopo passo, lungo i fairway più iconici del mondo.
E poi ci sono momenti che sfuggono alle regole non scritte. Come quello vissuto da Rory McIlroy in un venerdì pomeriggio che sapeva già di domenica.
Siamo solo alla fine del secondo giro, con ancora 36 buche da giocare. Eppure, mentre il campione in carica risale la collina verso la buca 18 dell’Augusta National, dopo aver imbucato un approccio surreale alla 17 per il birdie, accade qualcosa di raro: il pubblico si alza in piedi, l’applauso cresce, diventa un’onda. Non è più incoraggiamento, è celebrazione. Sembra già una passerella trionfale.
McIlroy si toglie il cappello e lo agita verso le tribune. Un gesto semplice, quasi liberatorio, ben diverso dalla tensione trattenuta dodici mesi prima, quando aveva conquistato il titolo al playoff contro Justin Rose. Le ombre lunghe del tramonto, che disegnano strisce perfette sui fairway, completano una scena che ricorda le domeniche più epiche di Augusta, quelle che restano nella memoria collettiva del golf.
E il motivo è chiaro: McIlroy sta giocando uno dei migliori giri della sua carriera.
Nove birdie, sei nelle ultime sette buche. Uno score di 65 (-7) che lo proietta lontano dal resto del field come mai nessuno prima d’ora alla vigilia del weekend del Masters.
Il putt da poco meno di due metri alla 18 suggella un finale già leggendario, preceduto da un incredibile approccio alla 17 che fa tremare l’intero campo.
Il risultato? Sei colpi di vantaggio dopo 36 buche: un record nella storia del torneo. Prima di lui, solo sei giocatori erano riusciti a chiudere a metà gara con cinque colpi di margine. Uno soltanto, Harry Cooper nel 1936, non riuscì poi a vincere.
La storia, insomma, è dalla sua parte.
A 36 anni, e a dodici mesi da quel Masters che gli ha consegnato il Career Grand Slam al diciassettesimo tentativo, McIlroy si trova davanti a un’altra possibilità enorme: diventare il quarto giocatore di sempre a difendere il titolo ad Augusta, entrando in un club esclusivo insieme a Nicklaus, Woods e Sir Nick Faldo.
Eppure, chi si aspetta dichiarazioni trionfalistiche resta deluso.
Con un sorriso appena accennato, McIlroy smorza l’entusiasmo: sa bene cosa può accadere su questo campo. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è al crollo del 2011, quando nell’ultimo giro dilapidò tutto con un devastante 43 sulle seconde nove buche.
Oggi la situazione è diversa. Allora aveva un colpo di vantaggio con nove buche da giocare, ora ne ha sei con 36 davanti. Apparentemente più sicuro. In realtà, forse ancora più insidioso.
La lezione, però, è stata imparata.
“Non difendere il vantaggio”, è il mantra. Giocare liberi, continuare ad attaccare, cercare birdie senza paura. È la stessa filosofia che, dopo quel crollo, lo portò a dominare lo U.S. Open 2011 con otto colpi di margine. E proprio questa libertà sembra essere la chiave anche oggi.
Paradossalmente, nonostante una precisione dal tee tra le peggiori del field, McIlroy ha costruito il suo dominio grazie a ferri chirurgici, un gioco corto brillante e un putter rovente. Anche quando finisce tra gli alberi, riesce a immaginare, e poi realizzare, traiettorie alternative verso il birdie. È uno stato mentale raro, quello che i campioni chiamano “flow”: tutto appare possibile, ogni situazione contiene un’opportunità.
C’è anche un altro fattore, meno visibile ma decisivo: il tempo. Nelle settimane precedenti al torneo, complice una pausa dai tornei dopo un problema alla schiena al The Players Championship, McIlroy ha vissuto Augusta come mai prima. Sessioni infinite tra pratica, chip e putt, giri solitari alla ricerca di linee impossibili. Perfino voli privati giornalieri dalla Florida per allenarsi e rientrare a casa la sera.
“Mi sento parte dell’arredamento”, ha scherzato. E forse è proprio questo il segreto: sentirsi a casa nel luogo più esigente del golf.
Intanto, alle sue spalle, nomi come Patrick Reed e Sam Burns provano a restare in scia con un totale di -6, ma il ritmo imposto dal nordirlandese sembra appartenere a un’altra dimensione.
Terzi a pari merito a -5 un trio tutto europeo formato da Justin Rose, Shane Lowry e Tommy Fleetwood, tutti a -5.
Qualcuno ha già iniziato a sussurrare paragoni ingombranti, evocando il dominio di Tiger Woods nel 1997, quando vinse con 12 colpi di vantaggio. McIlroy, però, rifiuta qualsiasi narrazione di superiorità psicologica. Il golf, ricorda, è un gioco solitario: uomo, pallina e campo. Nient’altro.
Facile dirlo, quando sei tu a far alzare in piedi Augusta.
Leaderboard
Masters, 2° giro: McIlroy illumina Augusta