Il Masters resta terreno dei grandi campioni, dove conta saper leggere Augusta nei momenti chiave
L’ho sempre detto e continuerò a ripeterlo che il Masters è il major più bello da raccontare.
È quello che mi coinvolge e mi emoziona di più, e che ogni anno riesce a offrire uno spettacolo quasi inevitabile. Il perché, in fondo, è semplice: è un Invitational, con un field ristretto dove, al netto di qualche nome di contorno tra invitati e past champion, sono sempre i migliori a giocarsi la vittoria. E infatti, quando guardiamo il leaderboard la domenica, sappiamo già cosa aspettarci: grandi nomi, grandi storie. Basta scorrere l’albo d’oro recente per rendersene conto. Ecco, quindi, che lo spettacolo è garantito.
Difficile avere sorprese dell’ultimo minuto. Negli ultimi dieci anni hanno vinto quasi esclusivamente campioni affermati. Forse l’unico ‘underdog’ è stato Danny Willet nel 2016.
Un campo per mancini?
Se poi si torna ancora più indietro, penso a Mike Weir nel 2003. Ma anche lì c’è un dettaglio che non deve passare inosservato: era mancino. E qui possiamo aprire una bella parentesi perché il disegno dell’Augusta National, in una minima parte, sembra avvantaggi i giocatori mancini per le traiettorie e i voli di palla. Non è un caso che Bubba Watson ha vinto due volte, così come Phil Mickelson, che di Giacche Verdi ne ha tre a casa. E in questa categoria, non nego che in questa edizione vedo molto bene Robert MacIntyre e Akshay Bhatia, due giocatori maturi con alle spalle belle e recenti vittorie e una consapevolezza diversa. Se dovessi fare un pronostico, punterei proprio su di loro. E non sono l’unico perché anche i bookmaker sembrano pensarla così. MacIntyre è infatti la quinta quota più bassa. Ecco perché quest’anno, più del solito, mi chiedo: sarà davvero l’anno dei mancini?
Non si possono certo ignorare i soliti grandi favoriti
A cominciare da Rory McIlroy anche se è praticamente impossibile vincere ad Augusta per due anni di seguito. L’unico a riuscire in questa impresa porta il nome di Tiger Woods, e sono passati vent’anni. Poi, vuoi non metterci Scottie Scheffler e Jon Rahm, così come Xander Schauffele, in ottimo stato di forma.
Citiamo anche Justin Rose, che di Masters ne ha persi due al play-off, e Brooks Koepka, arrivato secondo per ben due volte (2019 e 2023). Piacerà o no ma uno dei grandi favoriti è anche Bryson DeChambeau, che in tutti questi anni avrà pur imparato come si gioca Augusta. È un fuoriclasse completo, approccia e putta bene, per lui i par 5 sono ridicoli ed è cattivo come una peste. Insomma, ha tutte le carte in regola per dominare il tracciato georgiano.
Al di là dei pronostici, tutto dipende da come si interpreta il campo
Possiamo dire che ci sono tre step di basilare importanza: limitare i danni nelle buche toste e lunghe dove è fondamentale uscirne indenni con approccio e putt, costruire lo score nei par 5, tutti prendibili con il secondo colpo, e saper gestire le buche dell’Amen Corner, la 11, 12 e 13, soprattutto la domenica, dove spesso si è deciso l’esito del torneo. E purtroppo ne sa qualcosa Francesco Molinari, quando nell’aprile del 2019 era uno dei primi tre giocatori più forti del mondo.
In fondo, il piano di gioco è chiaro. Il campo è sempre quello, i favoriti anche. Eppure il Masters riesce ogni volta a raccontare una storia nuova.
Se devo essere sincero, proprio perché lo considero il torneo più affascinante della stagione, mi piacerebbe anche vederlo evolvere
In primis, vorrei vedere la sua versione al femminile con le più forti proette del momento scendere in campo. Poi, dovrebbero fare qualcosa con il regolamento, premiando maggiormente il World Ranking e limitando l’accesso ai past champion. È pur vero che quest’anno hanno aperto maggiormente alla qualificazione da parte dei vincitori di altri circuiti, ma l’imprinting dell’Augusta National resta sempre molto, ma molto conservatore.
Sarà l’anno dei mancini?