Se n’è andato il 25 settembre 2016 a 87 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel mondo del golf ma anche un’eredità importante da preservare nel tempo.

Arnold Palmer, The King, è l’uomo che più di chiunque altro ha contribuito all’esplosione del golf a livello mondiale negli anni 50. È stata la prima superstar dello sport nell’era della televisione e le sue vittorie fecero crescere la sua popolarità alle stelle come la considerazione generale del golf, non più visto solo come disciplina per soli benestanti.

Ha vinto tutto o quasi quello che c’era da vincere, con una sola eccezione, il PGA Championship, unico major mai sollevato, sfiorato per ben tre occasioni nel 1964, 1968 e 1970 quando giunse secondo.

Quattro Giacche Verdi (1958, 1960, 1962, 1964), uno U.S. Open (1960) e due Open Championship (1961 e 1962) il suo bottino nei tornei del Grande Slam, per un totale di 95 vittorie da professionista di cui 62 sul PGA Tour, quinto di tutti i tempi.

La rivalità sportiva in campo con altri due grandi della sua epoca, Jack Nicklaus e Gary Player, con cui ha dato vita a duelli epici, ha regalato al golf una popolarità immensa.

The Big Three, i Tre Grandi, così vennero universalmente riconosciuti Palmer, Nicklaus e Player, sono stati autori delle pagine più belle della storia del golf moderno, straordinari ambasciatori del gioco del golf anche ben oltre il termine delle loro eccezionali carriere.

Tra il 1960 e il 1963, Palmer vinse ben 29 tornei del PGA Tour, inclusi cinque major.

Nel 1967 fu il primo giocatore professionista di golf al mondo a raggiungere il milione di dollari in guadagni.

Vinse almeno un torneo del circuito americano ogni anno dal 1955 al 1971.

Ha fatto parte per sei volte da giocatore della Ryder Cup (1961, 1963, 1965, 1967, 1971 e 1973) e per due volte ricoprì il ruolo di capitano, nel 1963 (l’ultima volta che ci fu in Ryder un capitano anche giocatore) e nel 1975.

Intorno al suo nome ha costruito un impero: nel 1972 diede vita alla Arnold Palmer Design Company, costruendo oltre 300 campi da golf in cinque continenti (fu il primo a creare un percorso in Cina). Fu co-fondatore di Golf Channel, il canale televisivo di solo golf con sede ad Orlando, e ha realizzato linee di abbigliamento e bevande legate al suo nome e al suo celebre logo, l’ombrello colorato.

Nel 2004 ricevette dal Presidente George W. Bush la Medal of Freedom, la massima onorificenza civile statunitense.

Ha creato ospedali, fondazioni, riviste. Era amato come un re perchè era l’uomo della gente, sempre disponibile a un autografo, un sorriso, una parola con chiunque.

Il suo torneo, l’Arnold Palmer Invitational a Bay Hill, circolo da lui creato, è diventato dal giorno della sua scomparsa l’occasione perfetta per ricordarlo e coltivare la sua grande eredità.

Qui vogliamo ricordarlo ancora una volta attraverso alcuni curiosi aneddoti legati alla sua personalità, che ci aiutano a coprendere ancora meglio la forza del suo carisma e lo straordinario personaggio che è stato, non solo per il golf ma per l’intera società americana.

Il narratore

Palmer amava raccontare storie, di qualsiasi genere, e il modo in cui lo faceva era contagiante per chiunque lo ascoltasse. Aveva il pregio di farti immergere nei suoi racconti così pienamente che sembrava quasi di viverli. Spesso ne ricordava uno tra i più divertenti legati ai suoi primi anni sul Tour, alla fine degli Anni 50. “Stavo guidando con mia moglie Winnie da Baton Rouge a Pensacola, dietro un’altra auto che trasportava alcuni giocatori, tra cui Al Besselink, per raggiungere il campo dove avremmo dovuto disputare la gara successiva. Improvvisamente vidi un mare di scintille provenire dal retro di quella macchina che ci precedeva. Guardavo e non ne capivo il perchè. Poi mi avvicinai e vidi Besselink che si sporgeva completamente dalla portiera posteriore con il wedge in mano: stava limando la suola del bastone passandolo sull’asfalto dell’autostrada…”.

Lo scrittore

Palmer, oltre che a uno straodinario narratore, era anche un ottimo scrittore. È probabile che nessuno sportivo americano abbia firmato più autografi di Arnold Palmer nel corso della sua vita. È anche possibile che nessun atleta statunitense abbia mai inviato personalmente così tante lettere. Ne spediva parecchie ogni settimana soltanto ai golfisti dei vari Tour, semplicemente per congratularsi con loro per le loro vittorie. Lo aiutava a tenersi aggiornato sul gioco e sui risultati, lo ha aiutato per far crescere anno dopo anno d’importanza il suo di torneo, l’Invitational a Bay Hill, e lo ha aiutato a tramandare quei sani valori del gioco che ancora oggi si possono vedere nelle nuove generazioni di campioni. Dopo che Rory McIlroy ha vinto lo U.S. Open del 2011, Palmer gli scrisse una lettera che includeva questo saggio consiglio: “Continua ad essere te stesso, non cambiare di una virgola e andrai lontano, molto lontano”.

L’umorista

Prima del Masters del 2002, Hootie Johnson, chairman allora di Augusta, inviò una lettera a tre ex vincitori ormai datati all’epoca, Doug Ford, Gay Brewer e Billy Casper, comunicando loro che era giunto il momento di dire addio al Masters giocato. Palmer, all’epoca 73enne, chiuse il primo giro in 79 e disse in seguito alla stampa che quelle di venerdì sarebbero state il sue ultime 18 buche all’Augusta National. Alla domanda sul perché avesse preso quella decisione così drastica lui rispose: “L’ultima cosa che voglio è essere un giorno il destinatario di quella lettera”. Tutti scoppiarono a ridere in sala stampa ma il fatto era che lo pensava davvero. Quella lettera non la ricevette mai e di Masters ne giocò altri due, per un totale di 50 volte.

Il diplomatico

Venerdì 17 giugno 1994 giocò il suo ultimo giro allo U.S. Open. Quell’anno si giocava a Oakmont, nemmeno un’ora di strada dalla sua casa di Latrobe, in Pennsylvania. La giornata fu molto intensa: dopo un’emozionante conferenza stampa post-round, con un asciugamano intorno al collo, Arnold si ritirò negli spogliatoi. Un piccolo gruppo di giornalisti si radunò intorno a lui e uno menzionò qualcosa su O.J. Simpson. Palmer si lanciò in uno dei suoi celebri racconti, quando con O.J. girarono uno spot televisivo per la Hertz e di quanto si divertirono a realizzarlo. Qualcuno gli spiegò che Simpson era stato appena arrestato per la morte della ex moglie Nicole Simpson e di Ron Goldman. Arnold elaborò rapidamente la gravità della situazione e rispose: “Beh, non l’ho mai conosciuto poi così bene…”.

L’amico/rivale Nicklaus

Jack Nicklaus e Arnold Palmer hanno avuto un rapporto davvero speciale: rivali in campo ma amici fuori, grande rispetto e stima reciproca.

Nicklaus aveva una ottima conoscenza del corpo umano grazie ai quattro anni di medicina che frequentò da ragazzo. Parlare con lui era come parlare con un dottore. Quando Palmer non iniziò a stare bene e si avvicinava la sua fine, Jack sapeva del suo stato di salute più dello stesso Arnold. Ma Palmer aveva una dote unica: capiva in un secondo le persone e le loro reazioni. E quando vide per l’ultima volta Nicklaus intuì, anche senza parole, che quello sarebbe stato il loro addio. È difficile immaginare un atleta di livello mondiale che abbia avuto un senso di empatia più sviluppato di quello di Arnold Palmer.

Nicklaus racconta spesso di quando giocò con Palmer nel 1962, al Phoenix Open. “Mi mise un braccio attorno alla spalla camminando verso il tee della 18 dell’ultimo giro, e mi disse: Dai, puoi finire secondo, puoi fare birdie a questa buca, rilassati. È stato un gesto per nulla scontato in quel momento. Ho fatto birdie e ho chiuso al secondo posto dietro a lui. Palmer letteralmente mi asfaltò quel giorno, vincendo con 12 colpi di distacco, ma non volle infierire e mi dimostrò la sua grandezza proprio attraverso quelle semplici parole. Questo era Arnold Palmer, un campione che non ha mai pensato di essere più grande del gioco del golf e della sua essenza più pura”.