Rory McIlroy: Nel giusto spirito DI MARCO MASCARDI
Letto 1262 volte.
Si diverte a giocare, ma tiene sempre a mente quanto ‘Dad’ e ‘Mum’ hanno lavorato per permettergli di entrare nell’elite del golf
La gente cominciò a parlarne nel 1991, a Holywood. Il cinema non c'entra con Hollywood, una elle in meno e lo stesso significato di Bosco Santo. Holywood, in questo caso è solo una cittadina dell'Irlanda del Nord. E la gente non era proprio qualunque. Si trattava di amabili persone che giocavano a Golf con sufficiente impegno per aver voglia di parlare della cosa anche fuori del locale circolo a 18 buche. La cosa era abbastanza inconsueta. Il figlio di uno dei soci tirava già la palla a quaranta metri con uno swing decisamente invidiabile. E' vero che la distanza di quaranta metri non era straordinaria. Ma è anche vero che il figlio del socio aveva solo due anni. Il bimbetto si chiamava Rory. Rory non era un affettuoso diminutivo. In gaelico significa “rosso” e fu il nome di quel Rory O'Connor, re di Connacht, che divenne Re d'Irlanda nel 1170 con il titolo di Re dei Re. Un nome di tutto rispetto. Tutto questo significa che a Holywood si parla di Rory McIlroy da almeno diciotto anni. Perché, proprio il 4 maggio scorso, quel bambinetto che ha fatto parlare di sé così presto, ne ha compiuti appena venti. Non solo, ma è già uno dei nomi più rinomati nel Golf mondiale. A 20 anni, ha già messo via un paio di milioni di euro, per tacere degli sponsor. Una bella storia da raccontare. Che Rory abbia scarsi eguali tra i fenomeni del Golf è un dato di fatto: il suo è un gioco molto consistente, oggi. Si parla di un drive sui trecento metri e più e di una trentina di putts a giro, di media. La sua abilità non fu una vera sorpresa per nessuno. A nove anni vinse la sua prima gara per under 10 e fu dichiarato Giocatore Junior dell'Anno dal Belfast Telegraph. Dal 2001, a 11 anni, cominciò a fare miracoli in tutte le gare giovanili, al punto che a 15 ricevette il Tom Montgomery Award riservato al miglior golfista d'Irlanda sotto i 18 anni. A suo modo, ha goduto molto in fretta di una certa fama, se non proprio di una celebrità. A 16 anni vinse il Close Championship d'Irlanda e il Campionato dell'Irlanda dell'ovest, ricevette la Silver Medal all'Open del Royal Portrush Golf Club, vinse il Rosapenna Scratch, e il quotidiano Irish Examiner lo proclamò Young Sports Star per il 2005, una giusta conclusione. C'erano tutti i segnali: a nove anni aveva fatto segnare la sua prima hole-in-one e giocò la sua prima gara invitato tra i professionisti al The Forest of Arden, a 16 anni: ed era un evento importante dell'European Tour. Non era ancora alto un metro e ottanta come risultò finalmente il 18 settembre 2007, un martedì, quando gli fu riconosciuta la qualifica di professionista a tempo pieno. Aveva raggiunto ormai l'handicap di “più 6”. Fino al giorno prima di quel 18 settembre, Rory non era rimasto con le mani in tasca. Amateur attivissimo, aveva concluso la sua carriera di bravo dilettante con la vittoria alla Sherry Cup che gli era valsa addirittura la qualifica di Number One in Amateur World Rankings: il più bravo del mondo. L'anno prima, nel 2006, non avrebbe potuto fare di più: aveva vinto l'Irish Amateur Championship, l'European Amateur Individual Championship, le Faldo Junior Series under 17, e infine era risultato in testa anche all'Ordine di Merito dei dilettanti irlandesi. Praticamente, tra gli Amateur non c'era più niente da portare a casa. Senza timori di sorta, quindi, per non dire quasi per forza, si accinse a giocare da professionista.
A dispetto della giovanissima età, Rory dimostrò una bella freddezza già nella sua prima uscita al Quinn Direct British Masters: superò il taglio e si classificò al 42.mo posto con una monetina, si potrebbe dire scherzando, di 15mila euro. Nella seconda gara, all'Alfred Dunhill Links Championship, con un bellissimo “meno 15”, arrivò terzo per una monetona, questa volta, di 212mila euro. Si era già potuto spingere al 115.mo dell'Ordine di merito. Ma non era ancora tutto. Ancora dilettante, si era guadagnata l'ammissione all' Open Championship di Carnoustie. Già passare il taglio, sarebbe stato un bel risultato di grande prestigio. Fece di più. Chiuse il primo giro in 68 colpi: non era solo il più basso, ma anche l'unico giro di giornata senza bogey. Il pubblico cominciò a guardarlo con il massimo interesse. Si classificò 42.mo, e gli fu assegnata la Silver Medal per il miglior dilettante. Cioè, di Rory McIlroy si parlò subito, molto e con infinita curiosità. Quella faccina da ragazzino sveglio, piacque da sempre, e immensamente. Ma il meglio, come si dice, doveva ancora venire. Il 2008 vide Rory in gran movimento. Giocò a Hong Kong, in Sudafrica, nel Qatar, a Dubai, in Malaysia, in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Scozia. In tutto ventotto competizioni. E in sedici occasioni andò a premio. Una bella media. Arrivò secondo a Gleneagles al Johnnie Walker Championship, più mezza dozzina di top ten… Una classifica per i patiti delle statistiche: Rory risultava il più giovane e rapido nell'assicurarsi la Carta per il Tour maggiore. Ce l'aveva fatta con due sole gare. Alla fine, entrò nella classifica dei primi 100 del Ranking mondiale. Ma durò poco. Nel 2009, a Hong Kong all'Open UBS, si ritrovò in testa a “meno 15”. Il play-off lo relegò al secondo posto con un bel premio in quattrini, che magari gli hanno fatto anche piacere. Ma il meglio era questo: il risultato di Hong Kong lo sollevò fino al 50.mo posto nel Ranking mondiale, qualificazione connessa all'invito a partecipare al Masters Tournament di Augusta in aprile. All'Open del Sudafrica arrivò terzo, quinto ad Abu Dhabi, e finalmente primo a Dubai, al Desert Classic. Prima vittoria in carriera, ma clamorosissima. Settecento milioni di prima moneta. Altri seicento e più sarebbero arrivati dal terzo posto all'US PGA Championship. Rory McIlroy si grattò la folta capigliatura, in quei giorni. Ci sono cose difficili da capire, altre ancora più difficili da credere. Certo, c'erano anche state le delusioni. Una in particolare, a Crans sur Sierre nel 2008. Rory si fece battere da un certo Jean François Locquin, del quale non si è poi più saputo quasi nulla. Si arrivò al play-off e McIlroy mancò il putt sulla seconda buca di spareggio. Settanta centimetri. Sarebbe stata la prima vittoria importante da professionista per il nostro Rory. Comunque, reagì con uno spirito forte e professionale. Preso il suo pugno nello stomaco, si ricompose più che immediatamente. Ancora sul green della 18, accolse con un sorriso il gruppo di suoi coetanei che volevano l'autografo. Firmò con cura, disse cose e tutte gentili. Certo, era arrivato a Crans da ragazzo, sarebbe sceso al piano da uomo di grande carattere. Dopo meno di un anno di Tour maggiore, nessuno avrebbe potuto comportarsi in modo più composto.
Il dramma era stato rapido. Alla 72.ma buca, la vittoria sembra immancabile per il giovane irlandese. La pressione prevale, e proprio all'ultimo istante Rory manca la buca e la passa di 70 centimetri. Anziché marcare la palla, e riprendersi, la colpisce subito, quasi con fastidio, più che con rabbia. E la palla sborda. A Lucquin restano due colpi da trenta centimetri per vincere la sua prima gara a trent'anni, e dopo 175 tentativi sull'European Tour. Rory McIlroy non la prese bene, se vogliamo, questa clamorosa sconfitta svizzera. Ma nemmeno malissimo. Si limitò a far sapere che sarebbe andato in palestra: “Lavorerò due ore, nel modo più duro. In qualche modo, devo punirmi”. E strizzò l'occhio. Per i grandi giocatori, domani è sempre un altro giorno. Quale che sia il gioco. Fare quattro chiacchiere con lui, e proprio qui a Crans Sur Sierre, a un anno dalla sua disavventura del 2008, dà l'idea che il ragazzo è molto più serio dei suoi coetanei. La vita gli ha insegnato molto di più. È vero che gli ha dato già molto, ma molto gli ha tolto, e brutalmente (la disavventura con Jean François Locquin non è del tutto digerita). Ma spiega: “Nell'ultimo anno avevo giocato con molta sicurezza, in precedenza e anche dopo il guaio qui a Crans. Certo, a rinfrancarmi è arrivata la vittoria a Dubai. Mi sono sentito preso per mano, sono salito fino al 14.mo posto del Ranking. Mi si è aperto un futuro tutto nuovo, possibile. In realtà, non c'è sacrificio che mi sembri abbastanza grande, se è capace di farmi ottenere quello che penso sia giusto. Giusto che io ottenga”. E' importante, quello che dice? Dal tono di voce, si capisce che non ha fretta di dire, e si capisce anche meglio che pensa molto e con la dovuta calma, prima di parlare. E, ad una domanda, mi fa scoppiare il cuore. La domanda è questa: “Ho letto da qualche parte che tuo padre ha dovuto trovarsi un secondo lavoro per consentirti di continuare a giocare a Golf. Questo ti ha mai messo sotto pressione?”. La risposta è questa: “Capisco che quando sei giovane nemmeno ti accorgi di queste cose. Trovi tutto naturale, anche giocare a Golf con tanto impegno. Sì, mio padre e mia madre hanno fatto dei grossi sacrifici. Mio padre dovette trovarsi un secondo lavoro e mia madre faceva i turni di notte per potermi far giocare da junior e poi da amateur. Hanno lavorato duro per me, negli ultimi diciotto anni”.
A farmi scoppiare il cuore sono state due parole. Rory McIlroy, quando parla del padre non dice “my father”. Dice “Dad”. E la mamma non è “my mother”. Ma è “Mum”. Bisogna conoscere lo spirito degli inglesi (e la lingua privata, quella seria, che serve per le cose serie). Queste due parolette dicono tutto, spiegano tutto. Dicono chi è Rory, come è stato educato, come è stato accompagnato fino alla sua dignità di uomo. Di volontario della vita. C'è un grande amore di base, c'è una famiglia, c'è un figlio che ha per i genitori un vero affetto. E ci sono due genitori decisi a tutto perché il figlio possa esprimere tutti i suoi talenti. Due sole parolette, ma bisogna capirle davvero. Per capire. Rory beve un'aranciata. Il mio whisky mi ha l'aria di un cane in chiesa. Lo finisco in pochi sorsi per potergli chiedere cosa pensi della Ryder Cup. Mi guarda a lungo. Alla domanda è abituato, ma vuole dare la risposta giusta: “E' qui che si comincia a fare i conti, da Crans. Ma è una lunga strada, e un po' imprevedibile, quella che porta nel team di Ryder Cup. Certo, se potessi giocare come ho fatto durante l'anno scorso, non dovrei avere problemi”. Un sorso di aranciata, si guarda in giro, mi offre un altro whisky. Domanda: “Ma la Ryder Cup, per te, è una faccenda grossa?”. Altra risposta cauta: “Prima di tutto, la Ryder è un richiamo gigantesco per la gente e un profondo motivo di interesse, per gli appassionati. Certo, i giocatori vogliono vincere. Ma, finita la settimana, bevuta una birra tutti insieme, si riparte, le emozioni, i ricordi belli o brutti, finiscono alle spalle. Lo spirito del Golf è questo: va giocato nel giusto spirito…”. Dev'essere così: uno sport che non conosce né rimpianto né vanagloria. Oggi hai vinto, domani non si sa. Però, vincere ha il suo bello, sul momento. Si può pensare che qualcuno abbia cercato di convincere Rory che la Ryder sia la méta più bella del mondo. Rory fa un sorrisetto: “Certo, qualcuno me lo ha già detto. E' il sogno di tutti i ragazzini, giocare nella Ryder. E io dovrei essere un bell'egoista, se dicessi che sono interessato a vincere tornei solo per me stesso…”. Obiezione, vostro Onore: “Ti spiacerebbe di più giocare male, oppure non far parte del team di Ryder?”. Sorride con quel suo modo di ragazzo cresciuto anche troppo: “Se uno è nel team, è uno dei più bravi d'Europa”. Un'occhiata al panorama, un sorso e si riprende: “La gara è sempre un confronto con tutti gli altri. Mi si può anche chiedere se mi piacerebbe vincere il Race to Dubai. E chi mai non lo vorrebbe? Non fosse che per un mucchio di quattrini… Certo non è facile anche se Martin Kaymer si è fatto male con il kart (dopo il Dunhill Championship dove si è classificato al terzo posto, McIlroy si trova al comando, ndr). Io stesso mi lascio andare col tennis e il calcetto. Altrimenti uno non uscirebbe mai di casa. Qualche altro ha dei malanni passeggeri…”. Domanda conclusiva: “Scusami, ti chiamano già, da quale parte, il Tiger Woods dell'avvenire!”. Si irrigidisce, ma con garbo: “Oh, no! Almeno per il momento. Tiger ha già fatto tanto per il Golf e ha già vinto tante gare da escludere la possibilità d'un confronto. Può darsi che io riesca a lavorare sul mio gioco, al punto da raggiungere un gran livello. Ma lui resterà a lungo il Numero Uno. Avrei già il mio daffare per diventare il Numero Due, non ti pare? E' possibile, ma non direi che sia così probabile. L'ho detto: almeno per il momento”.
Ultimo sorso, alziamo il bicchiere, cheerio! E grazie per il tempo che mi hai dedicato.