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Tom Watson: l'unica presenza
DI MARCO MASCARDI
 

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Ha dominato l’Open Championship, il mondo intero tifava per lui, e nel suo intimo il nostro autore gli ha consegnato la sesta Claret Jug

Dunque, sappiamo tutti com'è andata. Tom Watson non ha vinto l'ultimo Open Championship, che a Turnberry poteva diventare l'Open più bello mai giocato da un vero campione. Capace di eguagliare il primato di sei vittorie all'Open che per ora è di Harry Vardon, “quello del Grip”. Io, nel mio intimo, continuo a credere che l'Open l'abbia vinto Tom Watson. In realtà, per quattro giorni è stata l'unica Presenza in campo. Gli altri giocatori andavano e venivano, senza lasciare traccia. Arrivavano sul green, giocavano i loro tiri alla buca, ma si poteva saperlo già: non potevano battere Watson, bravissimo a dispetto dei sessant'anni, con quel suo modo di muoversi, sorridere, giocare con leggerezza. Uno swing garbato come un passo di valzer davvero viennese. Con l'aria cortese di uno che dica: scusate, ci sono anch'io, ma fate pure; io aspetto. 

Un vero signore, Thomas Sturges Watson. Ha aspettato purtroppo sulle ultime buche. Senza lamentarsi, nonostante si potesse intuire che quella sosta inattesa era imposta dalla lentezza voluta da uno che giocava davanti a lui. Diciamolo pure: uno Stewart Cink che in vita sua - sono tentato di pensare - fino a quel momento, dopo 36 anni di vita, avesse vinto piuttosto poco (quattro gare sul Tour, due in Messico, ed è tutto). E ora, con un calcolo diabolico, giocava sul tempo. 

Il tempo che stanca. Capace, cioè, di affaticare specie gli uomini non più giovanissimi. Dicevo: giocava sul tempo, perché gli restava finalmente una sola speranza di vincere l'Open, e sarebbe stato il massimo della sua vita. Battendo Tom Watson che l'Open l'aveva vinto già cinque volte. E, se non poteva vincere, sarebbe bastato un play-off dopo 72 buche, per trovare stanco e deluso un campione gentile come Watson. E finirlo brutalmente, senza pietà. Né rispetto.

In realtà, tra il 1977 e il 1983 (tra i suoi 28 anni e i 34), Tom Watson fu considerato praticamente imbattibile. Fino al 1975, però, Watson si era guadagnato la fama di non reggere la tensione dell'ultimo giro. Clamorosamente, agli inizi di carriera, perse addirittura tre Major nel giro finale, quando pareva che li stesse vincendo a mani basse proprio tutti e tre. A Winged Foot (New York) all'US Open del 1974, con un 79 finale cadde ai piedi di Hale Irwin. L'anno dopo al Medinah Country Club in Illinois fece di peggio: dopo aver tenuto la testa, crollò al nono posto. Stessa scena al Masters di quell'anno: in vetta alla classifica fino al crollo (ottavo posto) definitivo.

Chiunque si sarebbe impiccato. Tom Watson voleva soltanto capire perché questo accadesse. E da solo. Ma non si può avere tutto nella vita. Tom finì col capire esattamente la ragione dei suoi crolli, ma dovette accettare un grande aiuto. Da parte di Byron Nelson (che aveva già 62 anni nel 1974, quando l'US Open se l'era portato via Hale Irwin). Byron Nelson va fino agli spogliatoi, prende da parte Watson e gli dice una cosa. Oggi molti sono troppo giovani per sapere bene chi fosse mai Byron Nelson: coetaneo e pure compaesano di Ben Hogan, aveva vinto tutto ormai. A suo tempo, lo swing se l'era inventato da solo. Tom Watson, che invece sapeva chi era Byron Nelson, lo ascoltò. Quella volta, e un'altra ancora. Detto così, à la coque, il segreto era: quando si è in tensione, bisogna liberare le ginocchia e rallentare lo swing. Questo, almeno è quello che ricorda Tom Watson. Ma pare proprio che sia bastato.

Il 1974 passò. E, nel 1975, fresco di studi, come si potrebbe anche dire pensando alle rivelazioni di Byron Nelson, Watson affrontò l'Open Championship a Carnoustie. Aveva 26 anni, il golfista Tom Watson, o meglio: il dottore in psicologia Tom Watson, splendido allievo dell'Università di Stanford, che per il suo modo di essere e di imparare le cose, già da ragazzo veniva chiamato “il Pensatore”. Era un vero signorino di Kansas City, educato, sempre elegante, dai gesti gentili, specie quando, senza un'apparente fatica, mandava il drive in mezzo alla pista a 250 metri. Con un driver di persimmon e lo shaft di acciaio. A Carnoustie vinse al play-off. Il tempo dei crolli finali era finito. Dovette vedersela con l'australiano Jack Newton sulle tradizionali 18 buche d'allora: 71 a 72. Ma il meglio sarebbe venuto di lì a due anni.

Le cronache più attente ricordano che Jack Nicklaus, al vertice della sua carriera, parlando dei giovani che probabilmente lo avrebbero potuto sostituire di lì a qualche anno, non aveva avuto dubbi: indicò Tom Watson come “il più in gamba di tutti”. Tra i due c'erano nove anni, praticamente una generazione. E nel 1977, a Turnberry, Watson e Nicklaus si giocarono l'Open. Per settanta buche, Watson non era stato mai in testa. Ma alla buca seguente, Watson andò in testa a spese di Nicklaus. Restava ormai una sola buca. Accadde di tutto. Nicklaus aprì il drive e annegò la palla in un cespuglio a destra. Ma ne venne fuori, con un tiro straordinario fino in green. La buca era lontana, ma Nicklaus meditò la riscossa. E imbucò il birdie. Turnberry cadde nel silenzio totale. Restarono zitti persino i pochi italiani presenti. Watson era nel bel mezzo della pista. Gli bastò un delicatissimo ferro sette, che spense la sua corsa discreta fino all'orlo della buca. Watson, al suo terzo colpo, appoggiò appena il putter alla palla. Spinse senza fretta. Birdie, il birdie della vittoria. La lezione di Byron Nelson, Watson il pensatore l'aveva imparata proprio tutta.

Non era piovuto neanche un po'. I giornali intitolarono “Duello al sole”. La seconda vittoria di Watson all'Open confermò l'idea che Nicklaus aveva espresso senza mezzi termini. Tom Watson era davvero il più in gamba di tutti i ragazzi in circolazione. Anche perché nel 1977 aveva saputo vincere anche il Masters. Ma non era finita qui.

Un altro Masters arrivò nel 1981, il secondo. E l'anno dopo Watson si aggiudicò l'unico US Open della sua carriera e questa volta a Pebble Beach in California, percorso entrato ormai nella leggenda. In entrambe le gare il secondo posto fu di Jack Nicklaus, che era considerato il “numero uno” al mondo. Comunque, per vincere a Pebble Beach, Watson dovette inventarsi un colpo “impossibile”: alla settantunesima buca imbucò un chip che entrò nella Storia del Golf. Al momento, Nicklaus e Watson erano alla pari. Nicklaus era già in club house, Watson aveva ancora due buche da giocare. E un birdie gli avrebbe fatto vincere il suo unico Open. La buca era un par tre di 191 metri. Un ferro due non felicissimo gli finì sulla sinistra del green, ma nel rough. Tutti capirono che il momento poteva essere tremendo. La folla si gelò.

In sala stampa, senza alzare troppo la voce come suo costume, Tom Watson ricostruì lentamente l'accaduto: “Ero rassegnato. Se mi fosse andata bene, avrei portato a casa il par. In realtà la palla, quando ci arrivai sopra, la trovai messa niente male. Era in discesa, questo sì. Cioè: era solo molto difficile alzarla per farla atterrare dolcemente in green. Ma sapevo che cosa dovevo fare: era un colpo che avevo praticato per ore, il segreto stava tutto nel passare il più possibile sotto la palla”. Il colpo riuscì, Tom fece un salto a braccia levate al cielo, eternato da una fotografia ormai celeberrima, finita sulle copertine di mezzo mondo. Per di più, la palla aveva camminato lentissima sul green. E in buca ci era proprio finita decisa, ma dolcissima. Il pubblico aveva avuto tutto il tempo per accorgersi d'aver trattenuto il respiro fino a star male. Così la gioia esplose, liberatoria. Sulla settantaduesima buca un altro birdie diede a Tom Watson un secondo colpo di vantaggio su Nicklaus. Fu vera gloria? Io dico di sì. Alessando Manzoni, tra l'altro, non giocava nemmeno a Golf.

A occhio, Il signor Thomas Sturges Watson oggi potrebbe anche disporre di una cinquantina di milioni di dollari. Ma non si vede alla prima occhiata. Come ho appena detto, Tom Watson è un signore.

La sua mancata vittoria del sesto British Open ha amareggiato molta gente che ama il Golf. Ma questa mancata vittoria non è stata la sola ragione di un profondo disappunto. Partiamo dall'idea che, per i modi che gli sono consueti e per il suo garbato parlare, Tom Watson è certamente il più britannico fra i giocatori americani di rango. Britannico: “inglese” sarebbe in realtà una limitazione ingiusta. Il pubblico approvò quando Tom Watson fu accolto come Socio Onorario al Royal & Ancient Golf Club di St. Andrews. Non solo ma, dopo i primi cinque Open Championship vinti, ci si accorse che le cinque gare erano state vinte a Carnoustie, a Turnberry, addirittura a Muirfield, a Troon e al Royal Birkdale. Ma mai a St. Andrews. Tutto era cominciato nel 1975, ed era continuato nel '77, nell'80, nell'82 e nell'83. Nel 1984 tutti sperarono che Watson si ripetesse ancora una volta e raccogliesse la sua sesta corona a St. Andrews, finalmente. Ma ci si mise di mezzo, quella volta, Severiano Ballesteros: primo Ballesteros, secondo Watson a due colpi. 

Anche allora, la delusione fu enorme, ma bisogna dire che Ballesteros non era un nome senza storia, questa volta. Aveva già vinto l'Open nel '79 a 22 anni e adesso nell'84 a 27. In realtà, nessuno avrebbe meritato di vincere il suo sesto Open a St. Andrews quanto Tom Watson, dato il suo amore per le tradizioni del Golf. Non è detta l'ultima parola: l'Open Championship, che altrove viene indicato come British Open, nel 2010, vale a dire l'anno venturo, sarà nuovamente giocato sull'Old Course” a St. Andrews e tutto potrebbe ancora accadere.

E' anche vero che anche nella vita più fortunata non si può avere tutto. Per esempio, Tom Watson divide con Arnold Palmer un'altra importante mancata vittoria: l'US PGA Campionship. Nessuno dei due ha mai vinto questa gara. Eppure, per quel che se ne può onestamente sapere, sono entrambi campioni di un rango non modesto.

Anche altri non hanno vinto l'US PGA in vita loro. Ma questa è un'altra storia di Golf che riguarda, per così dire, campioni di un rango un poco più modesto. Se così si può dire. Anche se possono vantare vittorie, quali magari un Open Championship, che con il più orribile francesismo in voga presso coloro che si sono inutilmente affaticati a studiare, potremmo definire “eclatante”. Che talvolta è sinonimo di “non meritato”.

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