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Happy birthday Arnie
DI MARCO MASCARDI
 

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Palmer compie 80 anni il prossimo 10 settembre. La preparazione dei festeggiamenti del campione più amato del mondo è durata due anni

Per la Gran Festa in programma a Latrobe, in Pennsylvania, si erano messi al lavoro con almeno due anni di anticipo. Ora che tutto è andato bene, a Latrobe sono tutti contenti. In realtà, della Gran Festa si conosceva già la data, giovedì 10 settembre 2009, da ottanta anni giusti. C'erano da festeggiare infatti gli ottant'anni del grande Arnold Palmer, il più amato del mondo, fra i grandi giocatori di Golf. A Latrobe ci tenevano proprio perché il “Grande Arnie”, appunto, martedì 10 settembre 1929, a Latrobe, c'era venuto addirittura al mondo. Uomo amatissimo, si è cominciato a pensare al suo ottantesimo compleanno con un anticipo che potesse evitare qualsiasi contrattempo. Per dare un'idea di quanto sia amato Arnold Palmer a casa sua, basti pensare che l'aeroporto cittadino è stato ribattezzato da tempo con il suo nome. Perché, appena Arnold Palmer ha potuto comprarsi un aereo personale, lo ha fatto, e se n'è servito per presentarsi sui campi di gara, pilotandolo con sempre maggiore disinvoltura. Fino al punto di battere un record mondiale: col suo aereo, e due amici piloti pronti a tutto per lui, riuscì a fare il giro del mondo nel tempo più breve, relativamente all'aereo impiegato.

Ho un vecchio ricordo privato di Arnold Palmer. A Venezia, alcuni anni fa, la Ciga, che gestiva a Venezia (ovviamente anche altrove) gli alberghi più prestigiosi, organizzò un incontro di Golf Europa-USA agli Alberoni. Per l'Europa  avrebbero giocato in due: Baldovino Dassù e Tony Jacklin; per gli Stati Uniti: Ray Floyd e Arnold Palmer. La prima edizione fu indetta nei giorni 23 e 24 ottobre 1979 (martedì e mercoledì), una settimana dopo il Trofée Lancôme. E c'era un motivo. L'idea, se ricordo bene, era stata di Mario Camicia: l'inglese Tony Jacklin e i due americani, Floyd e Palmer, con un aereo della Ciga vennero presi al volo a Parigi, portati a Venezia per la gara e riportati a Parigi senza fargli perdere troppo tempo. Mario Camicia conosceva bene già tutti. E tutti erano molto simpatici. Tony Jacklin suonava il pianoforte e cantava canzoni napoletane, Ray Floyd (di moglie italiana) mangiava delle gran pastasciutte, Palmer era tenerissimo con la moglie, Baldovino Dassù parlava uno splendido inglese con un marcato accento sudafricano (dopo gli anni che aveva passato laggiù intorno ai suoi splendidi vent'anni; e a 24 anni aveva vinto l'Open d'Italia; ora ne aveva 27. Era il più giovane del gruppo).

Quella volta, Palmer aveva cinquant'anni giusti. E io tre di più. Era in splendida forma. Mi disse subito: “Io mi alzo presto. Voglio correre un po', prima di fare qualche buca”. Ecco, era uno dei migliori giocatori del mondo, ma non si fidava della sua capacità d'affrontare un percorso senza prima averlo saggiato qui e là. In realtà, la coppia americana vinse. Ma non per caso. Da una vita, ormai, Palmer prendeva le sue precauzioni. Non c'erano motivi d'allarme, Arnold era in splendida forma, ce l'avrebbe fatta ancora una volta. Anche se si trattava più che altro di un'esibizione, era giusto che lui giocasse al massimo. I veri campioni sono fatti così.

O meglio, i campioni di un tempo erano molto diligenti. Oggi, per esempio, si fa un gran parlare di Vijay Singh, proprio per le sue interminabili sedute in campo pratica. Negli alberghi, si fa spostare i mobili per continuare a provare il suo swing all'infinito. Palmer non è stato mai diverso. Serio e costante. Ligio ai suoi doveri e attento a tutto quello che doveva dare benessere alla sua famiglia. Palmer è davvero un figlio della sua Pennsylvania più verde. Oggi ha una bella casa, ma sempre a Latrobe dove è nato. E la casa non è nuova. E' la stessa casa dove si è sposato con Winnie, che è mancata il 20 novembre 1999. Una villetta che è stata via via allargata, resa più comoda ogni volta che nasceva un bambino (Peggy nel 1956, Amy nel 1958, e poi arrivarono addirittura sei nipotini, e la cosa non è ancora finita lì).

Ora che ha compiuto gli ottant'anni, Palmer conserva più che tutto il senso della famiglia. E' nato nel 1929, il tempo della Grande Depressione. Il padre si chiamava Milfred Jerome Palmer, un operaio. I primissimi Palmer erano arrivati nel 1780 probabilmente dall'Inghilterra. S'erano dati da fare nelle fattorie della zona e nelle miniere dei monti Allegheny. Da allora, tutti i Palmer s'erano sistemati in un quartiere alle porte di Latrobe, chiamato Youngstown, dove si erano moltiplicate le fabbriche e il quartiere era operaio. Ma nessuno era povero. Le famiglie erano solide, gli uomini seri, le donne forti e operose. La scuola era in due stanze, dove i ragazzini facevano le prime otto classi elementari. La vita a Youngstown era tranquilla, tutti avevano una casa e abiti caldi d'inverno. Perché tutti avevano un lavoro. Tutti conoscevano tutti, e tornando dalla scuola i compagni di Arnold si fermavano volentieri a casa sua: Mamma Doris aveva sempre una tazza di cioccolata calda per tutti. Arnold Palmer ebbe un'infanzia serena, ma severa quanto è bastato alla fine per farne un uomo vero. Il padre gli aveva insegnato subito a non prendere soldi a prestito, a non mentire, a non rubare. Poi gli insegnò anche a giocare a Golf. Ma questo avvenne quasi per caso. 

Il padre di Arnold era Milfred Jerome Palmer, ma tutti lo chiamavano “Deacon”, una parola che indica ora un probo ministro religioso, ora addirittura il capo della Fabbriceria, o un Anziano. Lo chiamarono subito così perché era onesto, sempre conscio dei suoi doveri e di tutte le sue responsabilità. S'era sposato con Doris, poi sarebbero nati Arnold e la sorellina Lois Jean detta “Cheech”. A quindici anni, il padre di Arnold era stato assunto come fattorino in un'azienda meccanica di Latrobe. Ma non gli piaceva stare al chiuso. Aveva un piede che mostrava i postumi di una paralisi infantile. Questo lo aveva spinto a favorire lo sviluppo di tutto il fisico. Si costruì una muscolatura robustissima. Ebbe fortissime braccia fino alla fine della sua vita. Scontento del lavoro di fattorino, si offrì come operaio a un'impresa che voleva costruire un campo da Golf a Latrobe. Dopo tre anni, a cose fatte, gli offrirono la responsabilità della manutenzione. L'anno era il 1921. Nel 1932 era diventato già Capo Greenkeeper, ma aveva imparato anche tutto il Golf che poteva servire a chi volesse insegnarlo. Fu nominato Maestro titolare e la gente cominciò a imparare e a divertirsi. Al tempo, Arnold aveva tre anni e il padre gli mise in mano un ferro sette da donna, accorciato. Palmer ricorda la sintesi delle prime lezioni di papà, non appena riuscì a far volare dritta la palla: “Picchiala forte, vai a cercarla, e picchiala di nuovo”. Le lezioni diedero buoni frutti. E in fretta.

Basterebbero le 61 gare vinte sul Tour americano per confermare la sua bravura. Ma c'è qualcosa di più. Intanto: il carisma. Tutti hanno i loro tifosi. Palmer aveva addirittura la Arnie's Armada, che lo seguiva fedele e felice. E ha continuato a seguirlo tra i seniores. Tra il 1956 e il 1980 ha vinto otto Major. Meglio ricordarli: US Open 1960, British Open 1961 al Royal Birkdale sotto un diluvio, e l'anno dopo al Royal Troon, dove diede sei colpi al secondo Kel Nagle e tredici al resto degli inseguitori. Vinse poi il Masters quattro volte nel 1958, 1960, 1962 e 1964. Innumerevoli i premi ricevuti. Fu persino il primo a metter via un milione di dollari in premi in denaro. Nel 1960 si presentò all'Open Championship per vincere: in quello stesso anno aveva già primeggiato all'US Open e al Masters. Vincere tre Major nello stesso anno non gli sarebbe spiaciuto. Ma l'australiano Kel Nagel si prese una rivincita e tolse a Palmer una gioia alla quale teneva. Con Jack Nicklaus e Gary Player costituì un ulteriore Triumvirato. Palmer agli inizi giocava con un giovane avvocato, Mark McCormack, un buon giocatore, ma non abbastanza da viverci da professionista. Fu così che Mark McCormack diventò il più grande agente di assi dello sport. Palmer fu, infatti, il primo a valersi del suo genio. Palmer ricordò il padre tutta la vita con immenso affetto. Al punto da comprare il circolo di Golf che il padre, appunto, aveva dato una mano a realizzare negli Anni Venti, dove poi era stato green-keeper e, in seguito, maestro. Primo e unico maestro di Arnold bambino. 

Quanto segue non è una intervista. E' un colloquio tra due coetanei, che si rispettano da decine e decine di anni. Io, socio della USGA, l'ho chiamato spesso “Presidente”, proprio per vederlo sorridere.

Non è stato facile chiederglielo, ma Palmer non evita le risposte, specie quelle che si potrebbero considerare imbarazzanti. Specie per chi le propone. Volevo sapere: quand'è che uno di grandissima abilità s'accorge di aver perso, in modo evidente, lo smalto del suo gioco? Palmer ha un sorriso dolcissimo, quello che lo ha aiutato a superare le tristezze che ci sono in ogni vita. E' una specie di segno d'interpunzione, il suo sorriso. Prima sorride e poi parla: “A essere sincero, non lo so. E' una cosa che arriva a poco a poco. Tant'è vero che non la si nota in modo preciso. Via via che uno matura, per non dire che invecchia, beh, qualcosa si appanna, cala un po' la fantasia dei colpi arditi. Accade. Tutto qui, ma molto diluito nel tempo. Non è una pugnalata. Non c'è un momento di atroce tristezza, o dolore. E' una specie di impressione generale. E poi, com'è giusto, ci si abitua, non ci si fa più caso….”.

Allora viene da chiedergli dove imparassero i professionisti del tempo, visto che non c'erano maestri specializzati. Il solito sorriso (se vogliamo: complice) anticipa la risposta chiara di chi non ha niente da nascondere: “Ogni tanto, per ognuno di noi, sorgevano dei problemi di gioco. Ma, di volta in volta, ognuno di noi aveva qualcuno al quale rivolgersi. Gente che era venuta su con noi, o sentiva maturare il suo gioco negli stessi anni. In gran parte, era tutta gente che si era fatta da sé, oggi si direbbe: autodidatti. Ma non è poi così vero. C'era sempre qualcuno che ci dava più fiducia di altri. Il criterio di scelta era questo. Fino a che è stato in vita, io mi sono fatto “guardare”, come si dice, solo da miopadre. Lui sapeva dove qualche volta mancavo di qualcosa nello swing. E quindi suggeriva, senza la minimafatica, il movimento più corretto per rimettere le cose a posto. Mio padre mi insegnò a capire dove sbagliavo e come rimediare. E, tutto questo, mi è durato per tutta la vita. Il discorso diventa quasi tecnico. Non è facile trattenersi. La voglia di far domande è sempre più viva. Per dire: agli inizi, non c'era tutta questa scelta di bastoni, di materiali… Oltretutto, a metà degli Anni Cinquanta, erano passati solo dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale… Palmer non ha fretta di rispondere. Sorride, questo sì, ma si passa la mano sul mento, per raccogliere meglio le idee. “Ho sempre avuto una certa curiosità per i nuovi bastoni. Agli inizi, non avevo nemmeno delle grandi disponibilità, ma nei primi Anni Sessanta riuscii a mettere insieme la mia fabbrica di ferri e legni, a Chattanooga, nel Tennessee. Oggi la situazione è ancora più vivace: le Case propongono sempre nuovi oggetti, dai driver agli ibridi, a tutta una serie di wedge. Ma la proposta riguarda anche nuovi materiali trattati in maniera sempre nuova. E poi anche la tecnica di gioco si è fatta più ricca. Insomma, per i professionisti di grido non c'è modo di fermarsi, oramai”.

A questo punto ci si ritrova con l'argomento di sempre: alla fine, le palle oggi volano troppo lontano? Prima di affrontare il tema, faccio sorridere Palmer dicendo: “Non parlo per me, naturalmente”. Mi ferma con un gesto, come per dire: “Ragioniamo”. Segue la solita “pausa sorriso”: “Nessuno giocherebbe sul serio con dei bastoni di trent'anni fa. E con una palla di quegli anni. E' stato subito evidente che qualcosa stava cambiando, e tutti quanti ci siamo dati da fare per limitare i risultati che si potevano temere. Non solo la tecnologia dei bastoni e delle palle, ma persino la preparazione atletica dei giocatori più giovani rischia di rendere corti i campi tradizionali. La soluzione può essere una sola: ridurre il volo delle palle. Non sarà facile: il problema sarà quello di far succedere le cose contemporaneamente”.

Oso avanzare l'idea che, in realtà, alla fine tutto si riduce a calare la palla in buca col minor numero di colpi. Finalmente, Palmer non sorride. Il suo, è una specie di sospiro: “E' sempre stato così… Agli inizi io ho adoperato a lungo un putter che si rifaceva all' ‘Ironmaster’ di Tommy Armour: era un putter a lama stretta, con un minimo di base. Certo, funzionava… Molto recentemente sono passato a una serie di Odyssey, ma c'era un motivo: avevo tutta una serie di Callaway. Mi sentivo tranquillo, ma giocavo già un Golf diverso da quello di una ventina d'anni fa. In ogni caso, è sempre vero che bisogna mandare la palla in buca, altrimenti non conta nulla. Ma è anche vero che le nuove tecnologie hanno aiutato sia i giocatori di grande abilità, sia quelli d'una qualità meno eccelsa”.

Ora c'è solo da chiedersi quando, in realtà, Arnold Palmer diventò il personaggio che dominò la scena del grande Golf per una vita. Una data certa potrebbe essere quella dell'US Amateur Championship del 1954. Arnold Palmer batte in modo spettacolare un grande campione dilettante, Robert Sweeny, ricchissimo, elegantissimo, educato a Oxford. Persino bellissimo. Il confronto fra il sofisticato golfista e il ragazzo di campagna che viveva facendo il rappresentante di vernici era fin troppo evidente. Arnold si tira su i calzoni con due mani prima di tirare, si calca in testa sempre lo stesso berrettino rosso, scherza con la gente, non nasconde le sue emozioni, ma alla fine sull'ultima buca riesce a vincere. Ed è questo che scatena tutti i reporter. Arnold Palmer diventa Personaggio dalla sera alla mattina. Si incamminano festanti verso di lui, sul green della vittoria, i primi soldati dell'Arnie's Armada. Marceranno al suo fianco per più di mezzo secolo.

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