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Irlanda: le gemme nascoste
DI MASSIMO DE LUCA
 
Due percorsi della verde Irlanda fuori dalle rotte tradizionali ma ricchi di fascino e sorprese non solo di stampo golfistico

Un viaggio allo scoperta delle “gemme nascoste”, ovvero un trittico di campi irlandesi che, due su tre, non hanno la fama di tanti altri percorsi di questo splendido paese, riserva sorprese tutte da godere al golf-turista che, approdato a Dublino, si sente subito nel posto giusto. L’itinerario punta a Sud, destinazione iniziale la Contea di Wicklow. Un’ora o poco più di auto su su un’autostrada dove tutti rispettano il limite di velocità e sulla quale si sfiora anche il campo di Stackstown, originariamente riservato ai dipendenti della Polizia di Dublino, nella cui costruzione fu coinvolto Patrick Harrington, papà ormai scomparso del grande Padraig, che proprio qu, a quattro anni, ha cominciato a tirare i suoi primi colpi .

Con la speranza che lo spirito di Padraig ci ispiri, si procede verso la Contea di Wicklow. Destinazione, il Woodenbridge Golf Club, nella Valle del fiume Avoca, “il più scenografico fra le gemme nascoste d’Irlanda”. La firma sotto questa definizione è prestigiosa: Joe Carr. Per chi non lo sapesse, Carr è stato il più grande golfista dilettante della storia irlandese; tra gli anni ‘50 e ‘60, vinse tre volte l’Amateur Championship e, da non professionista, ottenne uno straordinario ottavo posto all’Open Championship del 1960, oltre a molte altre coppe che, dopo la sua scomparsa nel 2004, gli hanno valso l’ammissione alla Golf Hall of Fame. Insomma, uno che ne capiva, Joe Carr: e questo fuoriclasse si è spinto a definire Woodenbridge “l’Augusta d’Irlanda”. I soci di qui, per non farsi mancare niente, correggono il paragone: per primogenitura (anno 1884 contro anno 1933) riterrebbero più giusto dire che “Augusta è la Woodenbridge d’America”. Onestamente, c’è un pizzico di sciovinismo, e magari qualcosa di più, ché il paragone, con tutto il rispetto per Carr & company, appare un po’ forzato. Ciò non toglie che comunque di “gemma” si tratti. Un campo piacevolissimo, panoramico, fiancheggiato da ciliegi (che con la fioritura di primavera rapiscono lo sguardo anche quando, malauguratamente dovessero ostacolare una traiettoria di tiro) e continuamente attraversato da due fiumi, l’Avoca e l’Aughrim, che proprio qui s’incontrano spettacolarizzando il tracciato (memorabile il tee shot della 18, un par 5 che impone di sorvolare diagonalmente il fiume). E anche questo incontro dei fiumi rende il posto speciale, consegnandolo addirittura alla storia della letteratura irlandese. “Meeting of The Waters” è giusto il titolo della ballata più famosa di Thomas Moore, il vero bardo della storia di questo paese, che ha descritto l’incanto della valle e della confluenza dei due fiumi in una composizione leggendaria per gli irlandesi, che gli hanno dedicato un monumento proprio nei dintorni del campo (ma Thomas Moore è ricordato anche con un busto al Central Park di New York). Insomma, tra Thomas Moore, Joe Carr e i paragoni con Augusta, giocare a Woodenbridge diventa davvero un’esperienza particolare. Stiamo parlando comunque di un campo votato fra i primi 30 parkland d’Irlanda. Non è poco, visto il livello medio di questo paradiso dei golfisti.

L’itinerario non prevedeva sosta qui, dove pure dev’essere piacevole lasciarsi cullare dallo scorrere dei fiumi che s’incontrano. Un’altra oretta d’auto, ancora più a Sud, dentro il cuore della Contea di Kilkenny. E’ la volta di Mount Juliet, tappa che anche da sola giustificherebbe il viaggio. Qui, sia detto senza enfasi né irriverenza, per noi adepti della Confraternita dei Carrellanti la sensazione è di entrare in un vero e proprio santuario. Val la pena di cominciare dal Resort, anche perché siamo arrivati a sera inoltrata. Ricordate James Ivory e il suo “Quel che resta del giorno” (se non lo ricordate, andate a documentarvi: non è film che si possa ignorare)? Ecco, l’atmosfera è un po’ quella, pur se Ivory è americano (ma intriso di cultura coloniale indiana), il film è ambientato in Inghilterra, e qui siamo nel sud est dell’Irlanda. Arredi tipicamente, meravigliosamente british, con quel tanto di leziosità, tra tappezzerie fiorate e baldacchini d’ordinanza, che non vorresti mai in casa tua ma che qui completa il clima. E poi, il colpo di scena: la qualità del Ristorante annesso alla Club House. Diciamo la verità: quando sei da queste parti, Regno Unito e dintorni, non ti siedi a tavola di buon umore. Sarà un caso, ma mentre nel mondo globalizzato ormai abbondano ristoranti italiani, cinesi, giapponesi, indiani, tailandesi, francesi, greci, non si annoverano invece tracce di locali inglesi, irlandesi o scozzesi, se non in loco (quando li si subisce, per mancanza di meglio). Perciò la cena nell’elegante ristorante, di stampo gradevolmente contemporaneo e non classico-british, è stata davvero la sorpresa delle sorprese. La sapiente adozione di un tocco fusion italo-francese ha prodotto un menu internazionale di una qualità che si sarebbe rivelata non inferiore a quella del superbo campo di gioco.

Ed eccoci, allora, dopo una buona nottata di riposo, nel cuore del Resort che offre tantissimo altro (equitazione, tiro con l’arco, pesca alla trota e al salmone nel fiume Nore oltre naturalmente a palestra e spa) ma che ha nel campo da golf la sua killer application, l’arma vincente. Il resto è tutto bellissimo e invitante, ma giocare a golf qui è semplicemente strepitoso. Entri negli spogliatoi e puoi scegliere di depositare i tuoi effetti personali in armadietti contrassegnati Tiger Woods o Angel Cabrera, Ernie Els o Colin Montgomerie etc. perché tutti questi signori sono passati da qui, vi hanno disputato due prove del WGC (vinte nel 2002 da Tiger, nel 2004 da Els) e/o tre edizioni dell’Irish Open. Se non si rimane troppo intimiditi, si affronta il campo, dopo aver attraversato corti e porticati settecenteschi. Già, il campo. E’ firmato Jack Nicklaus e, se non bastasse questo a definirlo, è votato da tre anni consecutivi miglior parkland d’Irlanda. Nicklaus è Nicklaus e l’Irlanda è l’Irlanda. Ovvero il talento progettuale dell’Orso ha potuto esprimersi alla sua maniera (con bunker stile USA, partenze spesso sopraelevate) ma in un contesto di suggestione unica: querce, tigli, faggi; torrenti, laghi e perfino una cascata, tutti limpidi al punto da ricordare le Fonti del Clitunno. Un’emozione, autentica. Percorso impegnativo quanto affascinante, lungo, movimentato. Fare score non è facile ma la gratificazione non è nel punteggio: è nel poter essere lì, in questo vero e proprio tempio. Siamo, in realtà, a livelli di qualità mondiali.

Dura, capirete, dover lasciare un posto del genere e riprendere la strada. E, dopo un’esperienza così intensa, difficile immaginare di potersi emozionare ancora. Eppure le “gemme nascoste” avevano in serbo l’ultima sorpresa. Un’isoletta sul fiume Suir (Little Island, appunto), all’estremo sud d’Irlanda, Contea di Waterford da raggiungere con pochi minuti di traghetto dopo aver attraversato Waterford City. 360 acri circondati dall’acqua e, al centro, un 18 buche par 72 di 6.814 yards disegnato da Des Smyth. A poche centinaia di metri dall’approdo, ecco la sorpresa. Un castello del 1500 perfettamente conservato (e sapientemente restaurato) con 19 deliziose camere. Dalla finestra a bifora della tua stanza vedi il campo pratica del Waterford Castle Golf Club e, a sinistra il tee della 1, tutti tranquillamente raggiungibili a piedi. Ma, sorpresa nella sorpresa, la brevissima camminata è allietata dalla compagnia di cervi e cerbiatti che non si lasciano accarezzare ma sembrano scortarti. E li ritroveremo spesso in gruppo o in coppie (per lo più mamme col cerbiattino al seguito) durante il gioco. Poche ore dopo Mount Juliet è difficile entusiasmarsi per un altro campo. E Waterford Castle, dal coté tecnico-golfistico, non può sostenere il confronto, pur offrendo un percorso interessante, non troppo impegnativo e anche panoramico. Ma la location nel suo complesso è ancora una volta emozionante. L’isola, il castello, le stanze curate e confortevoli, la vicinanza del campo, e, soprattutto, la frequentazione dei cervi: tutto contribuisce a un soggiorno bellissimo. E poi, anche stavolta, l’inatteso tocco gastronomico. Anche qui, come a Mount Juliet, l’orgoglio anglofilo ha ceduto il passo a una serena accettazione della superiorità francese (e non solo)in cucina. Ne nascono così piatti raffinati, ben preparati e presentati, in un ambiente di rara suggestione. Re-imbarcarsi sul traghetto per la brevissima traversata, contemplando ville di grande eleganza affacciate sul fiume, sa un po’ di malinconia per il doversi lasciare alle spalle il piccolo Eden sull’isola. Si torna a Dublino. E da lì, in Italia. Ma la scoperta delle “gemme nascoste” cancella qualsiasi voglia di ritorno.

 

Golf & Turismo - maggio 2010, pag. 120 

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