David Wayne Toms, nato negli Stati Uniti in Louisiana il 4 gennaio 1967, è un gran bel giocatore di Golf. In Italia è noto, anzi quasi celebre, ma non proprio popolare. In America ha molto più seguito, perché va detto subito che la sua storia è ricca di successo. Fra il 2001 e il 2006 infatti è rimasto per 175 settimane fra i primi dieci della classifica mondiale. Non solo: proprio tra il 2002 e l’anno seguente ha difeso con orgogliosa ostinazione il suo quinto posto, addirittura fra i bravissimi del nostro pianeta. Ultimamente, gli va anche meglio. Toms è un uomo molto gentile di 43 anni. In realtà ha l’aspetto e i modi discreti del gentleman di razza: è alto uno e 78, ma supera di poco i settanta chili. Del gentleman, infatti, ha altre abitudini: poiché di golosità limitata, e di taglia fissa, non deve spendere troppo in pezzi sempre nuovi del guardaroba (che sono il contrario della vera eleganza). Ma Toms, come gli inglesi delle classi più favorite, è anche cacciatore di ottimo stile e di mira non incerta. E, per un golfista di professione, non è né poco né male. Nell’alternarsi delle stagioni, va anche a pesca con la mosca. E questo, per un golfista, è ancora più importante dello sparare con mano ferma. Questo tipo di pesca, un millimetrico modo di battersi col pesce, comporta un controllo assoluto del lancio della canna e della traiettoria dell’amo, grazie ad antichi, delicati segreti. E sono proprio queste eleganti bravure a rendergli istintivamente misurato il movimento del polso. Ed ecco raggiunta così una costante, quasi istintiva abilità nel gioco corto, intorno al green. Sposato dal 1995 con Sonya, Toms ha due figli: Carter Phillip, che oggi ha tredici anni e se la vede già bene con i bastoni da Golf; e poi adesso c’è anche Anna di cinque anni. David, con la sua bella famiglia, abita in una vasta casa a Shreveport. Sempre in Louisiana. La casa è decisamente spaziosa, anzi direi molto elegante, ma non sontuosa, nonostante David Toms, in una ventina d’anni, sia riuscito a ricevere premi per una trentina di milioni di dollari - a parte gli incassi della pubblicità, come mi affretto sempre a specificare quando parlo degli incassi dei campioni. E proprio perché nessuno debba preoccuparsi pensando chissà che cosa sulla sua sorte da vecchio e su quella della famiglia che invecchierà dopo di lui. In più, da qualche anno, si dà da fare nel disegnare nuovi campi. Con molta fortuna.
La sua attività sportiva cominciò presto, ma con il baseball. Era dotato e giocò subito in buone squadre locali, in Louisiana, con altri
ragazzini che si chiamavano Ben McDonald e Albert Belle, che sarebbero poi diventati due eroi del diamante, famosissimi fra i migliori d’America. Ma David si convinse subito che poteva fare molto meglio giocando a Golf. Anche col Golf aveva cominciato presto, infatti. E a 17 anni era già tanto bravo da vincere il Campionato del Mondo Juniores e il Campionato Juniores della PGA. A 22 anni, prese la grande decisione e si ritrovò professionista. E tre anni dopo, superata al volo la qualificazione, nel 1992 cominciò a farsi notare sul Tour. Alla prima occasione, sul percorso di Avernel per il Kemper Open, chiuse il terzo giro con un record di 63 colpi. Il suo nome, di sole quattro lettere, permise di preparare titoli molto evidenti sui giornali. Nel 1995 la vittoria al Greenville Classic non passò inosservata grazie al play-off con Tom Scherrer. E, la settimana dopo, il play-off vinto su E.J. Pfister fece ancora più clamore all’Open di Wichita. Giocava con garbo, costanza, senza strafare. Poche gare, tutte belle, ma anche tutte a premio. Era più facile trovarlo impegnato ore e ore in campo pratica. E il 13 luglio 1997 incassa i primi interessi: al Quad City Classic, David resta in testa per 54 buche, chiude in 265 colpi (23 sotto), dà tre colpi al secondo (Brandel Chamblee) e si regala la prima vittoria importante sul Tour. La ricetta è giusta: bisogna continuare ad allenarsi. S’allontana nel 1999 dall’inverno americano e raggiunge quello più caldo, in Marocco. E a Rabat sul bellissimo percorso voluto dal Sovrano vince il Reale Open Hassan II. Torna, vittorioso e riposato, in America: il 22 agosto vince lo Sprint International con un margine di tre punti su David Duval. E la settimana dopo rischia di vincere il Reno-Tahoe Open. Si fa sentire un primo mal di schiena e così deve accontentarsi del secondo posto. Non è una rovina. Quello che conta è il polso di Toms, che invece fa nuove meraviglie: il 3 ottobre è la volta della vittoria al Buick Challenge. A tre colpi lo insegue Stuart Appleby. Invano. A parte qualche buona prestazione qui e là, basta un anno e l’8 ottobre 2000 eccolo al playoff per assicurarsi il Michelob Championship: entrambi a meno tredici, Toms e il canadese Mike Weir non si risparmiano. Ma Toms prevale. Ormai le sue vittorie non sorprendono più nessuno. Tutti si aspettano che David vinca un Major. Non dovranno aspettare nemmeno troppo. Il 6 maggio 2001 a New Orleans, Toms gioca in casa il Compaq Classic. Almeno due grandissimi campioni, Ernie Els e Phil Mickelson, si daranno da fare per vincere.
Ma Toms li aspetta al varco. Il suo polso da pescatore fa miracoli. Alla fine, David Toms, 22 sotto, tiene Mickelson a due colpi. Els è terzo. Si comincia a pensare un gran bene di questo David Toms, che non si fa impressionare da nessuno… L’atmosfera è carica. Alcune cose devono ancora accadere. Entro la fine del 2001 riuscirà a vincere tre tornei (solo Tiger Woods farà un po’ meglio, aggiudicandosene cinque), i ‘top ten’ alla fine saranno nove e si spingerà fino al terzo posto della money list raggranellando tre milioni, 791 mila, 595 dollari. Non è tutto. Davanti al PGA Championship a metà agosto 2001, sull’Athletic Club di Atlanta in Georgia, David non trema, anzi. Nel terzo giorno di gara ha in serbo una colossale sorpresa. Tutto è avvenuto alla 15ma buca, un par tre di 222 metri. E’ qui che Toms ha offerto al suo pubblico uno dei momenti più rari nella storia intera del PGA Championship. E di qualsiasi altro major. Per volare fino al green, senza deviare, con un tiro morbido che non potesse schizzare via senza controllo, David Toms usò tutta la saggezza e l’esperienza di cui poteva sentirsi padrone. Non gli venne nemmeno il dubbio, decise con calma di non usare un ferro tre.
Mosse con garbo il suo legno cinque Cleveland HiboreXLS da 19 gradi capace d’un volo sicuro oltre i 210 metri, come fosse la sua solita canna da pesca. Morbida, la palla partì, volò fino al green. Un paio di leggeri sussulti e, sempre dritta, rotolò in buca. Non s’avvertì quasi il rumore. Il tempo di capire e la folla esplose come accade solo quando succede qualcosa di veramente inatteso, eccezionale, straordinario. Con quell’ace, infatti, Toms abbassò fino a 196 colpi il record sui primi tre giri di tutta la storia del PGA. Questo colpo ‘monstre’ era stato annunciato, se vogliamo: la giornata era calda, afosa, eppure prima di quell’ace alla buca quindici del terzo giro Toms aveva già giocato un one-putt per sei volte. Mickelson tentò di rimontare. Ma rimaneva sempre un colpo di vantaggio per David. Il terzo giro si chiuse con un meno 12 per Mickelson ma un invalicabile meno 14 per Toms. Fu così che David Toms, al quarto giro, si ritrovò saldo in un meno 15 che lo portò vittorioso. Aveva vinto il suo primo major. Mickelson, battuto per un colpo, perse l’occasione ancora una volta di assicurarsi finalmente un Major. Intanto Toms, incassato il suo milione e mezzo di dollari, tirò un lungo respiro. Ai primi di dicembre 2001 si vede costretto a sottoporsi a un intervento al polso sinistro. Si tratta di rimuovere una piccola escrescenza ossea. Ha 34 anni. Nel 2002 non vince gare ma, nonostante tutto, rimane quarto nella money list della PGA con tre milioni e mezzo di dollari, arriva secondo dopo spareggio con Sergio Garcia al Mercedes Championship, e arriva secondo sia al Colonial sia al Buick Challenge. Il 2002 è l’anno della Ryder Cup a Belfry, vinta dall’Europa sulla squadra americana. Toms segna il record di 3-1-1, a parte la vittoria nei singoli su Garcia. Poi arriva il 2003: al Wachovia Championship batte per due colpi Robert Gamez e per tre colpi si impone al FedEx St. Jude su Nick Price. Non solo: l’anno seguente, con sei colpi di vantaggio, vince di nuovo il FedEx St.J ude Classic battendo Bob Estes. Alle spalle di Tiger Woods, a causa di un’intossicazione alimentare, deve accontentarsi del secondo posto al W.G.C. Accenture-Match Play sul percorso di La Costa. Ma l’anno dopo, all’Accenture, nel 2005 s’impone su Chris Di Marco per 6 e 5. E’ il 27 febbraio. Le cose vanno bene, tanto è vero che, dopo il 2002 a Belfry, Toms è di nuovo in Ryder Cup, a Oakland Hills nel Michigan nel 2004. Gli americani perdono anche qui, 18,5 a 9,5. Ma non è finita: ecco Toms, anche nel 2006, a 39 anni, in Irlanda, al K Club di Kildare: e l’Europa vince ancora per 18,5 a 9,5. Toms fa sempre i suoi bei giochi d’abilità. Ma la quarta Ryder Cup, quella del 2008 al Walhalla G.C. nel Kentucky, per lui non ci sarà, non farà parte del team: questa volta gli americani vinceranno per 16,5 a 11,5, e questo a Toms sarebbe di certo finalmente piaciuto. Tornando ai nostri giorni, ecco la vittoria finale più vivace e recente, alle Hawaii, il 15 gennaio 2006: al Sony Open deve battersi senza un attimo di respiro addirittura con due avversari, Chad Campbell e Rory Sabbatini: il controllo di Toms sui due scatenati rivali è però totale. Per quattro giri (66-69-61-69) li tiene a distanza. E si ritrova con 5 colpi di vantaggio. Il risultato è più che straordinario. L’idea che David Toms sia ormai uno dei più capaci giocatori del mondo è ormai una cosa risaputa, confermata, non ci sono dubbi. E invece il destino fa una delle sue più drammatiche capriole. Di colpo, la vita di David Toms si affloscia. Il 15 settembre 2006 pareva che improvvisamente non ci fossero più speranze per Toms: sulla nona buca del Lumber Classic a Farmington in Pennsylvania cadde a terra, vittima di una fortissima e improvvisa accelerazione del battito cardiaco, di cui soffriva anche il padre Buster, curato da anni però soltanto con delle medicine. Furono attimi drammatici: Sonya, la moglie, stava seguendo la gara dalla casa di amici, in televisione. Un attimo bruciante: vide David proprio crollare di colpo. Arrivò all’ospedale di Farmington in preda al terrore. Per dieci settimane, Toms fu sottoposto a una terapia simile a quella del padre, ma alla fine fu deciso un intervento sul cuore a Rochester alla Clinica Mayo nel Minnesota. Era il 17 novembre 2006. L’operazione riuscì perfettamente. Toms chiese al chirurgo: “Potrò riprendere a giocare?”. E il chirurgo sorrise: “Quando vuoi, appena ti senti di farlo”.
E lui, il 3 marzo 2007, dopo soli tre mesi e mezzo dall’intervento, si ripresenta al suo pubblico, ancora classificato nono del ranking mondiale e sesto della money list americana. La ripresa non è velocissima. Ma costante. Si riaccosta al grande gioco nel 2008; e conclude l’anno 2009 con sette ‘top ten’, e tre sono dei secondi posti. Uno dei secondi posti lo riporta quasi alla vittoria del Sony Open alle Hawaii, battuto più dalla sfortuna che da Zach Johnson: arriva in green col secondo colpo del par cinque finale, ma la sua palla non può evitare un bunker che gli ruba il colpo decisivo. L’idea è che, prima o poi, David Toms ce lo ritroviamo in testa a qualche classifica importante. Ma, al momento, la cosa che lo occupa di più, si potrebbe dire persino più del Golf, è la sua Fondazione, che ha messo insieme nel 2003 proprio per aiutare i bambini bisognosi, orfani e abbandonati. Per i soli bambini vittime dell’uragano Katrina, Toms ha messo a disposizione più di un milione e mezzo di dollari. Gli interventi per offrire ai bambini in difficoltà dei programmi utili a garantirgli un mestiere e una occupazione seria per il futuro hanno ormai potuto contare su almeno tre milioni di dollari. David Toms, dunque, è uomo di polso. E uomo di cuore.
Golf & Turismo - maggio 2010, pag. 66