In Danimarca vivono cinque milioni e mezzo di persone. Più o meno, la popolazione danese è un dodicesimo di quella italiana. La Danimarca, così a spanne, è popolosa quanto il Lazio. Ma in Danimarca giocano a Golf 160mila persone. Così a occhio, più del doppio di quanto accada nell’Italia intera, quanto è grande. Cioè, a occhio e croce, possiamo immaginare che giochi a Golf un italiano ogni mille abitanti. Ma uno ogni trentaquattro abitanti in Danimarca. Questo spiega perché a livello mondiale, all’inizio di questo secolo, quattro danesi erano già comparsi in vetta alle classifiche del Tour europeo con bella frequenza. Si trattava di Thomas Bjorn, Anders Hansen, Søren Hansen, Søren Kjeldsen. Il numero degli italiani, che negli ultimi anni hanno frequentato i piani alti delle classifiche del Tour europeo è stato nettamente inferiore. E il miglioramento medio, diciamo così, è solo molto recente.
Quello danese è un ventaglio abbastanza ampio: i due Hansen (che hanno incassato entrambi giù una mezza dozzina di milioni di euro a testa) non sono neppure lontani parenti. Bjorn è il più noto e anche quello che ha fatto più quattrini (una quindicina di milioni di euro). Kjeldsen, che vive ad Ascot in Gran Bretagna, è il più giovane del gruppo (34 anni) e con la mezza dozzina di milioni di euro che ha già messo insieme non è poi così preoccupato della sua vecchiaia. Da ragazzino giocava al Bronderslev Golf Club, nel nord dello Jutland, dove è nato. Lo ricordano per un fatto abbastanza singolare: in estate giocava intere giornate. L’allenamento sul putting green era quasi una ossessione: per non sciupare l’erba, giocava senza scarpe, con le sole calze. Educatissimo e rispettoso delle regole del Golf, deve trovarsi benissimo ad Ascot, dove i cavalli, almeno quelli della Regina che gareggiano lì, tenderebbero a nitrire sottovoce, se così si può dire, rispetto agli altri.
L’unico nato a Copenhagen, la città della Sirenetta e di Christian Andersen è Søren Hansen. Gli altri sono nati in piccoli paesi dove peraltro esisteva ovviamente almeno un campo da Golf. I campi, su una superficie nazionale che è pari a quella di due ampie regioni italiane, sono da tempo 150. Questo dà il tono della vita danese e spiega tante cose, come l’ampia scelta per chi deve trovare i campioni da coltivare. E i campioni bisogna trovarli prima che si trasferiscano altrove in Europa. Per un professionista di Golf infatti il
problema è dare una residenza stabile alla famiglia, là dove lui possa ritornare spesso e facilmente, con rapidi collegamenti da tutta Europa, ma anche dove sia possibile allenarsi specie nei mesi liberi.
Bjorn, che è nato a Silkeborg, ha ancora una casa lì, ma si è già trasferito a Wentworth in Inghilterra, dove c’è quello splendido campo, orgoglio della tradizione britannica. Con lui sono partiti anche Penilla, la moglie, sposata nel 1998, Filippa nata nel 1999, e i gemellini Oliver e Julia del 2003.
Kjeldsen, come s’è detto vive ad Ascot, mentre Soren Hansen, con l’unico figlio Casper di quattro anni, ha scelto di vivere a Montecarlo. Per Anders Hansen la scelta è caduta su Zurigo (con una casetta anche a Montecarlo, però). I quattro migliori golfisti danesi si ritrovano, cioè, soltanto sul lavoro.
Il “miracolo danese” del Golf andrebbe studiato da quelli che sono in grado di applicarsi a cose di questo genere. Intanto: una vera tradizione tipicamente danese, per quanto riguarda il Golf, non esisteva fino all’inizio di questo secolo. In Italia non è proprio la nozione più comune, ma –dagli Anni Venti su fino ai giorni nostri- Pasquali, Grappasonni padre, Manca, Casera, Angelini e più avanti Dassù e Mannelli e poi Rocca sono stati già una bella galleria di splendidi personaggi. E, in questi giorni, la tradizione continua con il genio e le sregolatezze di Canonica, e in modo certo più costante e positivo con i due straordinari fratelli Molinari. Per non parlare (sottovoce, ma solo per scaramanzia) di Matteo Manassero, astro sorgente. In Danimarca, una galleria del genere non c’era, dunque, fino a qualche anno fa.
In Danimarca, certamente, c’erano altre notorietà, più vaste, magari di respiro più ampio, che però possono spingere la gente del luogo a dei comportamenti diversi. Basterebbe pensare a Kierkegaard (che non era un tronista, ma un teologo, un filosofod’importanza mondiale). La Bibbia in lingua danese, d’altro canto, arriva solo nel 1550. La prima vera storia del Paese appare in sedici volumi a cavallo tra il 1100 e il 1200, scritta in latino da Saxo Grammaticus (il latino è stato fino all’ultimo la lingua di comunicazione tra i saggi e i colti e, in genere, tutti gli studiosi). Il “Gesta Danorum” fu un vero capolavoro della letteratura medioevale, così ricco di intrecci tra storia e leggenda che, alla fine, persino Shakespeare trovò, proprio fra quelle illustri righe, la vicenda d’Amleto. Ma, come si sa, Amleto non giocava a Golf, anche perché il carattere non lo avrebbe aiutato per niente.
Ecco, forse i ragazzi danesi così mediamente bravi nel gioco del Golf li possiamo considerare i nipoti golfisti di Amleto, in un certo senso, sia pure considerandolo capitano non giocatore. Una qualità li lega: la serietà, la forza del carattere, ma più di tutto la costanza nel desiderio di realizzare le loro intenzioni. Desiderio od ossessione che sia, alla fine ha funzionato. Perché come illustrano le loro biografie, questi quattro ragazzi erano proprio decisi a trasformarsi in quello che poi sono diventati.
Thomas Bjorn diventò professionista a 22 anni nel 1993. Era alto un metro e 89, e pesava 88 chili. Corporatura atletica, solida. Ufficialmente, era scratch. Quindi, niente di miracoloso. Ma, in appena due anni, arrivò in testa alla classifica del Challenge e l’anno dopo s’impose al Loch Lomond World Invitational. A quella prima vittoria, ne fece seguire altre otto, sul Tour maggiore. L’ultima è del maggio 2006, quando vinse l’Irish Open a Kildare, con due birdie finali d’una gara che era stata sospesa più volte per pioggia. Fu un vero recupero straordinario, il suo. Un primo giro in 78 colpi, fu seguito nell’ordine da un 66 e un 67. Chiuse in 72, battendo d’un colpo Paul Casey e di due colpi il favorito Darren Clarke. Questa vittoria non fu una sorpresa: Thomas Bjorn aveva già fatto la sua bella figura in due Ryder Cup: nel 1997 e nel 2002, vinte entrambi dall’Europa. Era stato il primo danese a giocare questa competizione senza eguali. E nel 2004 il capitano Bernard Langer se l’era tenuto vicino a Oakland Hill per consigli eventuali. E’ bravo? Sì, ma anche costante: in undici anni sul Tour non è mai andato sotto il 21.mo posto nell’Order of Merit. In Giappone ha vinto due volte il Dunlop Phoenix. Quando Thomas tira in buca, anche i giapponesi stringono gli occhi ancora un po’ di più. Ha tutta la stima dei suoi colleghi: nel 2007 è stato eletto all’unanimità Presidente del Comitato di torneo dell’European Tour

Il secondo del quartetto potrebbe essere Søren Hansen. Secondo di diritto. Perché, dopo le due partecipazioni alla Ryder Cup di Thomas Björn venne la volta di Hansen, che si qualificò per far parte del team di Nick Faldo. Questa volta l’Europa non vinse, ma seppe comunque limitare i danni: 16 e mezzo per gli Usa, 11 e mezzo per l’Europa. Il campo fu quello di Valhalla a Louisville, che, a suo tempo, mi sono permesso di descrivere per benino, su questo giornale. Una meraviglia. Alla fine, portò un mezzo punto all’Europa, guadagnandolo in particolare al fianco di Lee Westwood contro J.B. Holmes e Boo Weekly. Quella del 2008 era stata, per Hansen, una stagione splendida. Arrivò a conquistare una dozzina di “top 15”. Sul finire dell’anno, ne mise addirittura sei in fila mostrando una splendida forma. La sua carriera di professionista cominciò nel 1997, con un handicap di “più due”. Sul Challenge Tour giocò un anno solo: fece subito capire quanto fosse bravo, vincendo sul campo di Himmerland in Danimarca il Navision Golf Championship. Non fu una passeggiata. Dovette affrontare un play-off a tre. Dimostrò, prima di tutto, carattere. Uno spareggio a tre, dopo un solo anno di professionismo, avrebbe potuto stroncare giocatori di ben altra esperienza. La vittoria, comunque, gli procurò la Carta per il Tour maggiore. Nei tifosi si rafforzò l’idea che Søren fosse davvero un bravo giovanotto (aveva 28 anni) quando il 30 giugno 2002 s’impose al Murpy’s Irish Open a Cork in Irlanda. La sua prima vittoria sul Tour maggiore. Neanche questa fu una gara monotona: la vittoria di Hansen arrivò dopo uno spareggio a quattro: Bland, Fasth, Fichardt cedettero, nell’ordine, sulle cinque buche del play-off. Per vincere, Hansen dovette fare addirittura un “birdie 2”, sulla buca 17. Nella giornata finale il tempo era stato umido, nuvoloso, ventoso e una pioggia persistente e fitta aveva drammatizzato la mattinata. Non nevicò, ma questo nessuno se lo sarebbe aspettato (in giugno).
Søren Hansen ebbe non rapidi inizi sul Tour fino a che nel 1999 con una hole-in-one al German Open vinse una BMW. La rivendette subito perché ne aveva già una. Fece altre due hole-in one prima del Duemila, ma questa volta non vinse niente. Dopo la prima vittoria in Irlanda mantenne una certa forma che lo vide arrivare all’ottavo posto all’Open Championship, vinto a Muirfield da Ernie Els. Per quell’ottavo posto era in ottima compagnia, alla pari con lui c’erano Sergio Garcia, O’Malley, Hoch, Retief Goosen e Thomas Björn. Nel 2007 vinse una delle più prestigiose gare in Europa: il Mercedes- Benz Championship, a Colonia dal 13 al 16 settembre. Primo premio: 320.000 euro, ma per i meno giovani è più chiaro il concetto in un’antica moneta italiana: sei milioni, più 196 mila 64 lire. Torneo molto combattuto. Primo giro: Westwood in testa, Hansen secondo. Secondo giro: posizioni rovesciate. Terzo giro: primo Bjorn, secondo Hansen. E poi Hansen vittorioso. Ma anche felice: nei primi sei c’è lui Søren, poi Björn e poi Kjeldsen. Tre danesi nei primi sei. E’ qui che si comincia a parlare di “Danish miracle”, e con questo titolo esce anche un libro. Purtroppo in danese, così se lo leggono soltanto fra di loro.
Søren Kjeldsen è quel bambino così rispettoso del campo da Golf che giocava sul putting-green con le calze, per non sciuparlo. Buon giocatore, in linea con i suoi illustri connazionali. Così a occhio, dovrebbe aver vinto qualcosa meno degli altri danesi in gara. Ma non è il caso di fare collette: in vecchie lire, siamo sempre sui dieci miliardi. Oggi ha 34 anni, ma fin d’ora, dovrebbe essersi garantito una serena vecchiaia. Tra l’altro, non è detto che abbia fretta. Alla vecchiaia si arriva sempre in tempo, se si è così pazienti da non morire prima.
In ogni caso, Kjeldsen, professionista dal 1995 a vent’anni, ha vinto solo un Championship a Gleneagles nel 2003. E’ alto un metro e

70 e pesa 65 chili. Da quel che si vede all’estero, a quelli così piccoli credevo che non dessero il passaporto, in Danimarca. A 25 anni ha sposato Charlotte, ha due figlioletti, Emil e Mads, e sono diventate famose le competizioni che ha perso in un clima sempredrammatico. Il 4 novembre 2007, a Valderrama al Volvo Masters, restò in buona posizione per tre giri. Al quarto, finirono alla pari a 283 Kjeldsen, Simon Dyson e Justin Rose, che durante il primo giro, aveva già imbucato il primo colpo d’un ferro sei alla buca tre. Al play-off, Justin Rose non ebbe pietà, gli altri due caddero sulle ginocchia alla seconda buca. Al Celtic Manor Wales Open, altro secondo posto, un colpo dietro Richard Sterne (264 e 263), nemmeno il brivido del play-off. E Raphael Jacquelin gli avrebbe tolto, il 22 aprile 2007, il piacere di vincere il BMW Asian Open, per due colpi.
Kjeldsen non esagera mai. Una volta ha fatto un buon tempo in una maratona, 3 ore e 54 minuti. Più che rispettabile. Ha subito detto: “Una volta è più che sufficiente. Io cerco di stare in forma, ma forse questo livello è troppo”.
Anders Hansen è il meno giovane. E’ nato nel 1970. Professionista dal 1995. Nel 2007 vinse il BMW PGA Championship battendo in play-off Justin Rose. Diede parte del merito, per questa vittoria non facile, al suo caddie John McClaren. “Abbiamo fatto insieme, per ora, solo questa gara, ma è incredibile: mi legge nel pensiero”. Aveva già vinto questa stessa competizione nel 2002, cinque anni prima, in 269 colpi, 19 sotto par. E’ noto: Søren Hansen non è suo parente, ma c’è una strana coincidenza che si ripete. Entrambi hanno vinto nel 2002 la loro prima gara e, nel 2007, ne hanno vinto un’altra. E nel 1999 fecero entrambi una buca-in-uno a distanza d’un mese l’uno dall’altro. La carriera universitaria lo portò Anders a Houston in Texas e si mise subito in mostra vincendo alcune gare. Proviene da una famiglia di giocatori di Golf dilettanti che lo portarono a vedere se il Golf gli piaceva all’età di dieci anni. Guardò suo fratello Nicolai, che era scratch, e disse di sì, il Golf lo attirava. E prese in mano il primo ferro sette. Il resto è cronaca.
La storia, invece, è cominciata con Anders Sørensen, un bravo giocatore del Tour dei suoi giorni, diventato coach col tempo, del quale l’allievo più diligente fu Søren Hansen. Altro di lui non vi saprei narrare. Ma è certamente uno dei responsabili del “Danish miracle”, il miracolo danese.
Marco Mascardi
Golf & Turismo - Dicembre 2009