Open d’Italia: Molinari, alla Ryder non ci si abitua

Di Isabella Calogero

Dieci anni dopo la storica vittoria a Tolcinasco,
il torinese ripercorre la sua carriera
e parla della sfida con gli Stati Uniti

Dieci anni dall’ultima vittoria di un italiano all’Open d’Italia: era il 1996, Francesco Molinari era ancora Chicco anche se col trofeo in mano e si giocava a Tolcinasco.

Oggi siamo al Golf Milano e il Chicco nazionale è ancora qui, il più forte azzurro in campo.

“Sono ancora qui, anche se nella vita ho fatto tanti passi avanti e sono cambiate molte cose. Una però non è cambiata: il lavoro che c’è dietro certi risultati”.

Il golf non è soprattutto questo?
“È più complesso: è una ricerca continua di sensazioni, una caccia al tesoro con qualcosa che ti faccia sentire tranquillo sul tee della 1. E’ un qualcosa difficile da trovare e da mantenere”

Più complesso trovare questi feeling magici o farli durare?
“Direi che è un mix: si tratta di scovare qualche segreto che duri nel tempo”.

A proposito di feeling, a volte sul gioco corto sembri affidarti troppo alla tecnica o mi sbaglio?
“No. È corretto. È una mia pecca: funziona molto bene nel gioco lungo, ma da 100 metri in giù devo imparare a fidarmi di più del mio istinto e del mio tocco. È un aspetto sul quale sto lavorando”.

Sei stato un rookie in Ryder: cosa pensi del fatto che l’Europa ne ha ben 6 e gli Stati Uniti solo uno?
“Non credo sia qualcosa che ci svantaggia. Oggi le matricole sono molto più abituate di un tempo a giocare su entrambi i circuiti e in tornei importantissimi. E poi l’adrenalina non cambia: quella che ho provato sul tee della 1 della mia seconda Ryder era esattamente la stessa della mia prima volta. Me lo ha confessato anche Westwood: alla Ryder non ci si abitua mai”.

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 14 settembre 2016
Tags
Ultimi articoli