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Il mio nome è Jones, Bobby Jones

Di Fulvio Golob

Breve storia di quello che forse è stato il più grande giocatore di tutti i tempi, al di sopra anche di Jack Nicklaus e Tiger Woods

Da quando Woods ha vinto il suo ultimo major (2008, U.S. Open), il quesito ha perso progressivamente il suo fascino. “Riuscirà Tiger a battere il record di Jack Nicklaus e dei suoi 18 major?”, ci chiedevamo qualche anno fa, dandoci sempre risposte affermative. Woods sembrava inarrestabile e quella dei 14 successi appariva solo come una tappa verso il record di tutti i tempi. E invece oggi siamo qui a chiederci se riuscirà a conquistarne almeno un altro o se – addirittura – vincerà ancora una gara ai massimi livelli.

Discorsi inevitabili a inizio stagione, ma di stringente attualità. Quando ci si ritrova a parlare di major, il primo pensiero dell’anno corre sempre all’Augusta National e al suo meraviglioso giardino con 18 buche. Con quel pensiero rispunta fuori inevitabilmente il nome di Robert Tyre Jones Jr, meglio noto come Bobby Jones. Fu lui a fondare il celebre club della Georgia, nel 1933, a disegnare il campo con lo straordinario Alister MacKenzie e a lanciare il Masters l’anno dopo. Partecipò alle prime 12 edizioni, fino al 1948, ma solo in quella inaugurale come giocatore. Le altre per lui si limitarono a un’esibizione, richiesta dalla sua incredibile popolarità, anche a causa della siringomielia, malattia progressiva che deteriora il midollo spinale e che poco alla volta lo costrinse su una sedia a rotelle.

E parlando di Bobby Jones è impossibile non ricordare che in soli sette anni, dal 1923 al 1930, vinse 13 major. Gli ultimi quattro arrivarono nello stesso anno, diventando il primo (e unico) vero Grande Slam del golf. Se aggiungiamo che Jones non prese parte a ben 11 dei 32 major di quel breve periodo e che quattro volte arrivò secondo, ci troviamo fra le mani un ruolino di marcia che nemmeno la Tigre e l’Orso d’Oro possono esibire.

Prima di lasciare il golf agonistico per seguire la carriera di avvocato, a soli 28 anni, Jones conservò sempre lo status di dilettante. Per questo motivo non prese mai parte al PGA Championship, riservato ai professionisti, e il suo Grande Slam fa perciò riferimento a un poker di gare diverse da quelle che conosciamo oggi. E cioè U.S. Open, Open Championship, U.S. e British Amateur. Solo dopo il suo ritiro, Masters e PGA sostituirono le gare per dilettanti.

Probabilmente Jones avrebbe polverizzato i 18 major di Nicklaus, se ne avesse giocati di più o se avesse continuato con il golf. Negli anni dal ’23 al ’30 era diventato quasi imbattibile e il suo stile, straordinariamente moderno anche se rapportato con gli swing attuali, era di una bellezza affascinante. Dato che però manca la controprova dobbiamo “accontentarci” di 13 major, ma sottolineando ancora due particolari. Negli U.S. Open del periodo d’oro, su otto partecipazioni registrò quattro vittorie e tre secondi posti. Per quanto riguarda l’Open Championship, tre sole partecipazioni (si viaggiava in nave, a quei tempi) e tre vittorie.

In effetti ci fu anche un’altra volta, la prima, nel 1921 a St Andrews. Era il terzo giorno e Jones si ritirò dopo 11 buche, autosqualificandosi e strappando lo score. Finì comunque il giro e disputò anche il quarto, pur con pesanti scambi polemici fra lui e l’organizzazione: l’Old Course non gli era piaciuto davvero. Poi, negli anni successivi, finì per amarlo quasi visceralmente e con lui St Andrews, che lo ricambiò eleggendolo Freeman of the City, nel 1958. Prima di lui solo un altro americano ebbe quell’onore. Si chiamava Benjamin Franklin.

fulvio.golob@golfeturismo.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA 27 aprile 2015
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